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Un parco sano è costruito dal basso

Fonte: Valori (Rivista)


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I parchi possono essere anche occasione anche di sviluppo di un tipo di agricoltura a basso impatto

Le migliori esperienze in giro per l’Italia rivelano: per realizzare un’area protetta efficace e che dia vantaggi al territorio occorre coinvolgere le popolazioni locali, valorizzando le realtà agricole e imprenditoriali.

«È la nostra tela dove dipingiamo soggetti sempre diversi». «È il compagno ideale delle nostre avventure». «Un luogo dove il linguaggio dell’arte si apre al paesaggio». «Un focolare accanto al quale sedersi per raccontare la nostra storia». Francesca, Antonio, Gaetano, Giuseppe sono quattro imprenditori che operano in settori molto diversi l’uno dall’altro: un’azienda che organizza corsi di rafting, un’impresa agricola, un’associazione per lo sviluppo artistico del territorio, una cooperativa di produzione di carni.

Ad accomunarli il territorio nel quale vivono e lavorano: il Parco nazionale del Pollino, il più grande d’Italia, con 56 Comuni coinvolti e 175mila persone residenti. Un rapporto profondo quello che hanno instaurato con la riserva naturale, che diventa socio-ombra, producendo valore aggiunto. Le loro testimonianze e attività, insieme a quelle di decine di altri imprenditori, sono state raccolte in un progetto – Pollino People Experience – promosso dalla Fondazione Symbola per le Qualità italiane insieme all’Ente Parco e alla Fondazione Telecom Italia.

Un modo per trasformare i prodotti e le esperienze di chi vive il territorio in chiave di lettura per promuovere i vantaggi del Parco. Sono state quindi selezionate cento buone pratiche, capaci di far vedere le opportunità nascoste dietro al nostro patrimonio ambientale e culturale, materiale e immateriale. Guide di viaggio che aiutino i visitatori a scoprire (attraverso app, tablet, pc e una mappa) le peculiarità del Parco, i suoi segreti e sapori. Una riscoperta e valorizzazione dei mestieri in formato 2.0.

BIOECCELLENZE E AGRICOLTORI-CUSTODI
Ma i parchi possono essere occasione anche di sviluppo di un tipo di agricoltura a basso impatto. Nel Parco del Gran Sasso e Monti della Laga al confine tra Abruzzo, Lazio e Marche, è stata ad esempio creata una rete di “agricoltori-custodi” che, coltivandole e scambiandole tra loro, tutelano decine di varietà colturali dal rischio di estinzione: grano “co yu calatro”, ceci neri di Camarda, grano solina, patata turchesa, lenticchie nere di Calascio, mais di Capitignano. «Le aree protette italiane possono rappresentare luoghi di eccellenza dove si sviluppano nuove esperienze, anche nell’agricoltura e nelle produzioni tipiche di qualità», spiega Cristina Grandi di AIAB, associazione che insieme al ministero dell’Ambiente e a Federparchi ha sviluppato il progetto “Bioeccellenze nei Parchi nazionali”. Obiettivo: promuovere l’agricoltura biologica nelle aree protette, qualificare la produzione di beni agroalimentari con metodi ad hoc per le riserve naturali e offrire linee guida agli Enti Parco per promuovere lo sviluppo dell’agricoltura biologica nei propri territori.

L’ESPERIENZA TRENTINA
Iniziative cruciali se si vuole costruire un parco vivo e condiviso, evitando il rischio che divenga un santuario immutabile, inviso alla popolazione del posto. Una lezione che hanno imparato le aree a più alta densità di riserve naturali. «I parchi devono essere il più possibile creati dal basso rendendo le comunità consapevoli del percorso da svolgere e dei possibili vantaggi», spiega Mauro Gilmozzi, assessore all’Ambiente e alle Infrastrutture della Provincia autonoma di Trento, territorio che vede il 33% della propria superficie vincolata a parco. «Ma sono parchi attivi, nei quali vengono coinvolti gli Enti locali e le associazioni di cittadini. L’idea secondo cui la natura non va toccata è sbagliata», prosegue Gilmozzi. «Non è escludendo l’uomo che si fa protezione ambientale, ma investendo nel corretto rapporto tra uomo ed ecosistemi». Tre i criteri da seguire per raggiungere l’obiettivo: percorsi partecipati, responsabilizzazione, attività culturali.

«Ecco perché serve un sistema di valorizzazione delle realtà produttive dei parchi e delle iniziative turistiche che in essi si svolgono. Le nostre esperienze hanno evidenziato che i parchi funzionano solo se attorno alla loro nascita ci sono investimenti economici adeguati e scelte politiche lungimiranti (ad esempio, no a nuovi comprensori sciistici ma sì a collegamenti tra quelli esistenti, per ridurre il traffico su gomma). Altrimenti, i vincoli rischiano di essere addirittura controproducenti».




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