Omeopatia

Efficacia dell'omeopatia: prova provata o effetto placebo?

Fonte: Abouthpharma


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Nell'ambito medico-scientifico, l'efficacia delle cure omeopatiche è da tempo al centro di un dibattito

Nell'ambito medico-scientifico, l'efficacia delle cure omeopatiche è da tempo al centro di un dibattito che si articola nelle opposte posizioni di sostenitori e detrattori di tali terapie. Ne abbiamo parlato con Paolo Bellavite del Dipartimento di Patologia e Diagnostica della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Verona il quale che ritiene che alla base dell'efficacia dell'omeopatia vi siano l'ormesi e l'approccio multifattoriale.


Quali sono le basi scientifiche a supporto dell’omeopatia?

“Difficile rispondere in uno spazio limitato. In sintesi, tre campi di interesse scientifico: similitudine, minime dosi e visione sistemica.
Per quanto riguarda la similitudine – curare il malato con minime dosi di una sostanza che causerebbe sintomi patologici in un soggetto sano – come ho dimostrato in un lavoro del 2007 pubblicato su Evid Based Complement Alternat Med si tratta di un “principio euristico”, cioè un modo per scoprire il medicinale più adatto al paziente. Si punta non tanto a togliere i sintomi, quanto a provocare una risposta di guarigione nell’organismo stesso: in omeopatia (quando funziona) non è il farmaco che guarisce, è l’organismo stesso che – grazie all’informazione “patogenetica” ricevuta dal medicinale – riesce a trovare la via della guarigione (che, con linguaggio moderno, descriviamo come un’auto-organizzazione dei sistemi dinamici). Circa le minime dosi, che un medicinale possa agire in dosi estremamente basse (quelle nelle diluizioni fino alla 9a Centesimale), non stupisce più nessuno che sia minimamente aggiornato sulla letteratura biologica e farmacologica. È il meccanismo dell’“ormesi”.
Che possano esistere azioni farmacologiche in diluizioni ancora superiori è l’aspetto più controverso della questione. Molte evidenze sperimentali - prove su cellule e su animali, in condizioni rigorose - indicano che ciò si verifica effettivamente, anche se non sappiamo ancora come. La spiegazione dell’effetto placebo non è sufficiente a spiegare le prove di laboratorio. Infine, la visione sistemica: alcune malattie sono dovute ad una causa o un meccanismo preciso puntando i quali si può (almeno in teoria) applicare un correttivo farmacologico o chirurgico. Ad esempio, se siamo sicuri che una malattia sia causata esclusivamente da un certo batterio sensibile ad un certo antibiotico, la terapia non può che essere solo ed esclusivamente quell’antibiotico dato nei dosaggi opportuni. Ma se le malattie sono complesse e multifattoriali, per curare e non solo sopprimere i sintomi serve un approccio complesso e multifattoriale, che segua una logica “di sistema”. Da questo punto di vista, l’omeopatia viene a far parte di quel filone emergente della scienza biomedica che si chiama systems biology”.

Qual è il suo giudizio sui trial clinici o rassegne sull’efficacia del medicinale omeopatico?

“So di vari studi clinici in corso, ma noi ci siamo dedicati negli ultimi anni alla ricerca in laboratorio, per cui non posso rispondere in modo diretto e dettagliato. Ho scritto una rassegna sugli studi clinici in omeopatia, nel campo delle malattie infiammatorie e del sistema immunitario, che sarà pubblicata dalla rivista Frontiers in Bioscience.
Quest’indagine indica che esistono prove consistenti dell’efficacia dell’omeopatia (di tipo “unicista” e “complessista”) in oculorinite allergica, asma allergica, otite, sinusite, influenza, infezioni del tratto respiratorio superiore, fibromi algia e osteoartrite. Tuttavia, le prove dell’omeopatia non sono convincenti per tutti per un motivo di tipo metodologico, vale a dire che la “soglia di convincimento” cambia a seconda del punto di osservazione e dei metodi di analisi applicati.
Il caso della meta-analisi pubblicata su Lancet nel 2005 (ripresa nel 2007), spesso portata a prova della sconfessione dell’omeopatia, è emblematico: se si “scelgono” in modo arbitrario alcuni lavori e non altri, e se in modo altrettanto arbitrario si stabilisce una soglia di qualità, si può dimostrare che l’omeopatia ha efficacia non statisticamente significativa. Se si scelgono altri criteri (soprattutto includendo gli studi “sul campo”), ecco che l’omeopatia mostra la propria efficacia. Per quanto riguarda il cosiddetto “placebo”, è una spiegazione insufficiente, ma va precisato un altro aspetto: proprio per la sua metodologia, che prevede un accurato studio del caso individuale, l’omeopatia “sfrutta” le componenti aspecifiche della cura – presenti in ogni terapia – meglio della medicina allopatica. Fosse anche solo per questo, l’omeopatia meriterebbe maggiore attenzione nella medicina, maggiore rispetto, come ha riconosciuto anche un pronunciamento del governo inglese in risposta a chi sosteneva che l’uso dell’omeopatia non sarebbe etico in quanto placebo”.

Il medicinale omeopatico si basa sul principio della diluizione, che in molti casi porta la concentrazione del principio attivo al di sotto del numero di Avogadro. Come può svolgere un’attività farmacologica qualcosa che non c’è?

“Si pensa che si tratti di un trasferimento di informazione dai principi attivi al solvente. In termini tecnici “epitassi”, una sorta di riorganizzazione dinamica delle molecole del solvente, che non è solo acqua, ma anche alcool, sali minerali, ioni, ossigeno. Su questo sono al lavoro fisici, chimici e biologi, anche di gruppi universitari italiani che hanno pubblicato pregevoli lavori. Nell’azione del medicinale entrerebbero in gioco i fenomeni elettromagnetici e quelli caotici, cioè le estreme sensibilità alla regolazione per risonanza, che si riscontrano nei sistemi lontani dall’equilibrio”.

Uno dei motivi per cui molti si affidano all’omeopatia è il fatto che essa tiene in grande considerazione il concetto di paziente-persona rispetto a quello di paziente-organismo. Ritiene che l’aspetto antropocentrico sia una lacuna della medicina allopatica?

“Che esista tale lacuna è una convinzione diffusa. Ma va precisato che non si tratta tanto di un problema di “buona disposizione d’animo” del medico verso il paziente (che deve esserci in qualunque approccio); si tratta di un problema metodologico: la medicina allopatica per i suoi presupposti teorici e le sue tecniche di indagine deve adottare un metodo riduzionista (riduce la patologia ad un meccanismo), mentre l’omeopatia per poter funzionare deve adottare un metodo che tiene in considerazione integralità e individualità della persona.
La cosiddetta “farmaco-genomica” non risolve il problema perché punta sempre ad un meccanismo; punta all’individualità biologica, ma perde l’integralità antropologica. La superiorità dell’omeopatia nel colmare questa lacuna non è un problema etico ma metodologico, direi quasi tecnico”.

Quali criticità si possono individuare in questa forma di medicina?

“L’omeopatia è ancora troppo sulla difensiva, troppo chiusa in se stessa, quasi avesse paura di un confronto a tutto campo con la medicina scientifica e accademica. Queste difficoltà di rapporto, che sfiorano l’incomunicabilità, dovute anche ad un “ostracismo” che dura da due secoli, devono essere superate mediante un processo guidato di integrazione nel sistema sanitario e nell’istruzione universitaria, favorito da un aumento degli investimenti pubblici e privati per la ricerca scientifica in questo settore che interessa una consistente parte della popolazione”.



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I commenti degli utenti:
Scritto da Valter Ottello

no comprendo se è uno sbaglio o di omeopatia non ho mai capito nulla; in una frase in grassetto recita: il medicinale omeopatico si basa sul principio della diluizione........ secondo il mio modestissimo parere dalle info assimilate fino ad ora, è il processo di dinamizzazione ke ne determina la funzionalità/efficenza... o SBAGLIO !!! privatissimamente mi occupo di ricerca in bio-fotonica







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