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Tra obbligo vaccinale e adesione consapevole

Fonte: la Repubblica.it


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'Anche sulle vaccinazioni l'autorevolezza viene schiacciata dall'autoritarismo, la libertà di scelta dall'imposizione'

Fino a maggio l'Italia ha una politica vaccinale "moderatamente" obbligatoria. Che si distacca dall'esperienza di metà dei Paesi europei - alcuni più avanzati del nostro per diversi aspetti - dove prevale la raccomandazione. Che ottiene ugualmente risultati incoraggianti dal punto di vista della copertura della popolazione. Con il decreto della ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, si vuole ad ogni costo voltare pagina.

In apparenza tutto dovrebbe filare liscio. Invece all'inizio della discussione "a mezzo stampa" sul documento, non mancano momenti di nervosismo e imbarazzanti perfino all'interno del governo: quando la ministra per l'Istruzione, Valeria Fedeli, ribadisce che “nella scuola dell’obbligo, da sei a sedici anni, nessuno resta a casa, su questo punto non c’è alcun dubbio”, in un primo momento sembra scoppiare un putiferio nella maggioranza. Una posizione che sembra riflettere un diffuso clima di tensione, come d'altronde si percepisce nel Paese, soprattutto tra i favorevoli e i contrari all'obbligo esteso a 12 vaccini e accompagnato da sanzioni molto punitive. Ma anche in seguito a episodi censurabili. Il medico star dei vaccinisti, Roberto Burioni, viene minacciato di morte: un suo post è commentato con un "Ho il proiettile con il suo nome pronto in canna".

Parole gravi, senza alcun dubbio, non giustificate dal fatto che questo medico definisce scimmie e somari migliaia di madri e padri e costruisce il suo successo proprio grazie ad un modo di comunicare sopra le righe (e criticato da molti suoi colleghi, compreso l'Ordine dei medici di Pesaro, quello di sua appartenenza). Anche altri camici bianchi e ricercatori, decisamente schierati pro-vaccini, vengono presi di mira. Come ad esempio l'epidemiologo Pier Luigi Lopalco, sicuramente meno aggressivo, più moderato nel comunicare le sue convinzioni. Tuttavia si tratta di rarissimi casi, perché la protesta delle famiglie si manifesta quasi sempre molto pacificamente.

Però in quella fase di una vicenda importante della recente storia nazionale, si teme un innalzamento del livello dello scontro, perché la proposta della perdita della patria potestà, contenuta nel testo iniziale del decreto e interpretata da tante mamme e tanti papà come un'intollerabile violenza (post del 7 novembre), può soltanto inasprire gli animi. Gli episodi minacciosi, anche se marginali, sintetizzano la contrapposizione, la preoccupazione che si è creata in Italia. Il governo viene accusato dai Cinque Stelle di "superficialità e grettezza per una materia complessa e delicata, che avrebbe avuto bisogno di tempi di ascolto, confronto e informazione totalmente diversi”. E il 7 giugno - giorno di approvazione del decreto da parte del Consiglio dei ministri - arriva il loro verdetto: il testo è irricevibile. "Il governo, invece di spiegare adeguatamente quanto e perché le politiche vaccinali sono fondamentali, sceglie di puntare direttamente su un approccio coercitivo che crea una pericolosa spaccatura nel Paese...".

Una posizione forte la prende anche Luca Zaia, presidente del Veneto, che si mette di traverso annunciando un ricorso contro il decreto del governo che reintroduce l’obbligatorietà delle vaccinazioni per l’iscrizione a scuola. “Non lo facciamo perché siamo contro i vaccini”, spiega il governatore. “Io non incontro mamme che mi dicono ‘no senza se e senza ma’ ma mamme che sono preoccupate dal numero dei vaccini e dall’impossibilità di scegliere un programma vaccinale...L’obbligatorietà non risolve il problema del dialogo con le famiglie e in Veneto l’abbiamo dimostrato. Questo decreto va addirittura oltre l’obbligatorietà, con misure coercitive” sostiene Zaia. “Le mamme dicono ’12 vaccini nel corpicino del mio bimbo mi sembrano un’esagerazione'”. Insomma, “si è scritto un decreto che andava e che va oltre l’obbligatorietà. Ha battuto anche il muro del suono questo decreto. È una roba solo italiana”. Di conseguenza, nonostante la posizione della Regione sia “non mettere in discussione il vaccino con la ‘v’ maiuscola, e cosa rappresentano i vaccini per la salute umana”, secondo l'esponente leghista bisogna “sicuramente mettere in discussione alcuni aspetti di questo decreto”.

In realtà nella versione legislativa firmata poi dal presidente della Repubblica scompare il riferimento alla possibilità di sospendere la potestà genitoriale a chi non fa vaccinare i bambini e si prevede la possibilità di iscrizione a scuola con una semplice autocertificazione in cui si dichiara che i vaccini sono stati fatti. Ma questi ritocchi non bastano al Veneto, che non ha l’obbligo vaccinale dal 2007, ha scelto di “irrobustire il dialogo con i genitori”, e ha una copertura nelle vaccinazioni del 92,6 per cento. Per Zaia “questo dimostra che l’obbligo vaccinale non è direttamente proporzionale alle vaccinazioni...La nostra preoccupazione è che un decreto che va oltre l’obbligo ci crei un abbandono. Noi non vogliamo che il ricorso sia visto come una posizione contro i vaccini".

Se il governatore del Veneto viene portato in spalla dal Movimento/Vaccini, diversa è la situazione in Lombardia - sempre a guida leghista, con Roberto Maroni - che dopo un iniziale tentennamento si schiera a favore del decreto. In seguito l'assessore regionale alla Sanità Lombarda, Gallera, si dimostra il più solerte nell'applicare la legge scaturita dal decreto. La Lega appare poco lucida - o altalenante - sull'argomento. In un primo tempo il segretario Salvini parla addirittura di "obblighi sovietici", per poi ripensarci quando annuncia che Zaia avrebbe ritirato il decreto di moratoria che dava alle famiglie la possibilità di presentare la documentazione vaccinale entro il 2019, due anni dopo tutti gli altri.

Questo curioso modo di agire si può comprendere se si condivide la tesi che la "partita" sui vaccini è soprattutto politica. Sia per il centrosinistra che per il centrodestra. D'altra parte la proposta Lorenzin (e del governo) ha l'appoggio di Forza Italia (che vuole una legge elettorale concordata con il governo), e non a caso sono due esponenti berlusconiani, Romani e Brunetta, a chiedere ai loro amici leghisti di adeguarsi alla nuova politica vaccinale. Sull'altare dell'alleanza di centrodestra (che domenica 5 novembre ha già dato i suoi frutti nel voto regionale in Sicilia), al dunque viene sacrificata la pratica del non obbligo del Veneto. Ma il dietrofront di Zaia brucia, ed è duramente contestato dai no e dai free-vaxx. La critica più severa è la strumentalità: i ripensamenti del governatore servirebbero per tirare la volata al referendum sull'autonomia regionale (che il 22 ottobre in Veneto ottiene una buona maggioranza di adesioni).

Oltre Cinque Stelle e Lega a prendere posizione è Sinistra Italiana, per voce di Loredana De Petris e Alessia Petraglia che il 14 giugno annunciano di avere sottoscritto il disegno di legge presentato da Nerina Dirindin (Art1-Mdp), perché "riporta il dibattito entro i confini delle evidenze scientifiche, evitando gli inutili allarmismi circa le soglie troppo basse di coperture vaccinali; perché va nella direzione del dialogo inteso come vero e proprio tempo di 'cura' nei confronti dei genitori per un'adesione consapevole e responsabile; perché si pone come fine il buon funzionamento dei servizi di sanità, presupposto irrinunciabile per salvaguardare la salute pubblica...Riteniamo che il decreto della ministra Lorenzin abbia invece un approccio prescrittivo e sanzionatorio assolutamente controproducente, una strada completamente sbagliata per ridurre lo scetticismo vaccinale, oltre alle evidenti criticità, già segnalate dagli stessi operatori sanitari, in termini di difficoltà organizzative".

Il confronto, entrando d'ufficio nelle aule parlamentari, è a tutto campo. E nessuno se ne tira fuori. Però quello che arriva all'opinione pubblica rappresenta solo una minima parte della discussione. Perché nella comunicazione mediatica prevalgono la polemica, le accuse, i riferimenti strumentali ad episodi di cronaca che in una situazione diversa sarebbero stati trattati come notizie brevi, mentre adesso conquistano le prime pagine dei quotidiani e i titoli di testa dei telegiornali pubblici e privati. La strumentalizzazione più marcata riguarda la scienza: molti ricercatori non amano "scendere in campo" per prendere a pesci in faccia i genitori che hanno la sola colpa di temere per la salute dei loro figli e non sono del tutto disposti a vaccinarli. Nei confronti di queste persone vengono lanciati anatemi - che diventano virali nella Rete - dando pochissimo spazio al ragionamento e all'equilibrio. E invece di convincere e di persuadere si accusano di ignoranza migliaia e migliaia di madri e padri.

Sono tanti i genitori che vivono questa svolta vaccinale con sincero malessere. E poi tra le famiglie contrarie al decreto non c'è sempre un atteggiamento ideologico, un comportamento motivato da convinzioni complottistiche, una spasmodica valutazione dei danni da vaccino. E di questo malessere si fa interprete chi ritiene che la salute si persegue attraverso il dialogo. Come la senatrice Nerina Dirindin, appena uscita dal Pd, dove era considerata come una delle migliori teste d'uovo della Sanità (nel suo curriculum figurano un assessorato, in Sardegna, e la direzione generale del ministero della salute). A giugno presenta un Disegno di legge con una impostazione totalmente opposta al decreto Lorenzin.

La premessa del suo Ddl (Disposizioni in materia di malattie infettive prevenibili con vaccinazioni), non lascia spazio ad ambiguità: "La validità delle vaccinazioni come mezzo di prevenzione delle malattie infettive è universalmente riconosciuta dalla comunità scientifica e dalla cittadinanza informata. Le vaccinazioni hanno indubbiamente contribuito al progresso della medicina e continuano a contribuire alla riduzione di morbilità e mortalità, soprattutto in Paesi ad alta prevalenza di malattie trasmissibili, oltre che alla eradicazione di malattie come il vaiolo". E poi l'affondo politico, che molti osservatori interpretano come un attacco al ruolo svolto dall'Istituto Speriore di Sanità. "Negli ultimi mesi, abbiamo infatti assistito a un susseguirsi di dichiarazioni, anche contrastanti e prive di robuste motivazioni, provenienti da soggetti che per il loro ruolo dovrebbero sentirsi invece tenuti, soprattutto su un tema così delicato, alla massima obiettività, evitando facili slogan, guerre ideologiche e inutili allarmismi".

Dirindin affronta punto per punto i problemi legati alla profilassi: prevenzione e informazione, sinergia con Regioni e genitori, una farmacovigilanza strettissima basata sui dati raccolti e inviati per via telematica dalle Regioni, interventi d’urgenza e di coercizione solo in caso di emergenza effettiva e certificata, cancellazione delle precedenti norme sull’obbligo vaccinale, relative ad antidifterica, antipolio, anti epatite B e antitetanica, "una malattia che non è contagiosa e per la quale non ha senso prevedere imposizioni".

La senatrice a scanso di equivoci ribadisce che bisogna contrastare falsità e pregiudizi
come la presunta correlazione tra vaccinazioni e insorgenza dell'autismo, "ipotesi destituita di qualsiasi fondamento scientifico", per poi puntare al cuore della questione: lo “scetticismo vaccinale”. Che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità sarebbe riconducibile alla somma di tre fattori: il venir meno della fiducia nelle vaccinazioni, la difficoltà a prendere una decisione impegnativa, soprattutto quando riguarda i propri figli, e la scarsa convenienza a vaccinarsi (WHO, Immunization, Vaccines and Biologicals. Addressing vaccine hesitancy).

"La disinformazione, la scarsa fruibilita delle informazioni a disposizione dei genitori, l’utilizzo di complicati termini tecnici, la paura di eventuali effetti collaterali, le difficolta di accesso ai servizi vaccinali" scrive, "sono tutti fattori che in qualche modo dovrebbero essere aggrediti da chi ha la responsabilita della tutela della salute pubblica". E quindi? Ascoltare i genitori, produrre informazioni facilmente comprensibili, oggettivare i benefici e i rischi delle vaccinazioni sono ingredienti che non possono essere trascurati né tanto meno improvvisati. Anzi sono elementi costitutivi di quel rapporto di fiducia che dovrebbe instaurarsi tra il cittadino e il medico di fiducia. Ed è solo dentro questa relazione che è possibile dialogare serenamente anche della questione dei vaccini e favorire una decisione consapevole e responsabile, delicata proprio perché relativa spesso al proprio figlio/a e ai suoi rapporti con il resto della comunità. Ed è solo all’interno di un approccio che favorisca l’adesione consapevole e responsabile al programma vaccinale, evitando perquanto possibile un approccio prescrittivo e sanzionatorio, che si ritiene possano essere ottenuti buoni risultati...". Come dimostra - secondo Dirindin - l'esperienza decennale del Veneto.

La senatrice ricorda che PNPV 2017-2018 (approvato a gennaio), è impostato su una visione che fa “dell’educazione sanitaria, della responsabilizzazione e dell’empowerment dei cittadini” il fulcro di tutte le azioni da intraprendere al fine di tutelare la salute della popolazione, anche attraverso lo strumento delle vaccinazioni. Non emerge una presa di posizione chiara e generalizzata verso l’obbligatorietà così come invece si legge nel DL: eppure, i dati di copertura vaccinale erano noti da tempo e non erano molto dissimili da quelli di oggi. Le parole che Dirindin usa sono di amarezza a conclusione "perché si sta assistendo ancora una volta...a scelte che non sono basate sulle evidenze e che finiscono per aumentare il gap tra scienza e istituzioni...perché gli obblighi e le sanzioni sono la forma più bassa di educazione e di governo della complessità: ad essi sarebbe opportuno fare ricorso solo quando strettamente indispensabili...perché le mamme e i papà sui quali ricade la grande responsabilità di crescere le future generazioni meriterebbero, soprattutto quando nutrono dubbi e reticenze, più attenzione, più disponibilità al dialogo, anziché obblighi e sanzioni obiettivamente molto pesanti. La richiesta di una obbedienza cieca potrebbe almeno essere sostituita con la promozione di una obbedienza illuminata, consapevole e responsabile".

La ricchezza di argomentazioni non fa comunque breccia in Parlamento. Ma sono del tutto convinto che in altri tempi questa impostazione del problema avrebbe raccolto ampi consensi: ora prevale il settarismo, l'oltranzismo, il di qua o di là. Però la proposta legislativa ha il merito di chiarire che sulle vaccinazioni l'approccio non è unico: all'obbligo, alla coercizione, si contrappone l'adesione consapevole. Che può perfino dare migliori risultati. Peraltro ad alcuni rappresentanti del mondo medico mal visti dai no-vaxx, l'obbligo non piace particolarmente. Ad esempio ai professori Silvestri e Lopalco. E, come pochi possono immaginare, anche a Burioni. Però siccome ci sono in giro troppe "scimmie" allora bisogna "catturarle" e renderle innoque: l'obbligo è quindi necessario.

Naturalmente questo modo di ragionare presuppone la rinuncia alle proprie convinzioni. Ma c'è dell'altro, di più profondo: la crisi della democrazia che stiamo attraversando, si riflette in ogni decisione che riguarda la collettività. Pertanto anche sulle vaccinazioni l'autorevolezza viene schiacciata dall'autoritarismo, la libertà di scelta dall'imposizione. E a ben vedere, oltre ad un'importante questione di salute pubblica, è in discussione anche la concezione della nostra società. Presente e futura.



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