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Numeri Expo-nenziali e terreni che valgono oro

Fonte: Valori (Rivista)


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Numeri Expo-nenziali e terreni che valgono oro

Numeri Expo-nenziali
In tempi di crisi e pesantissime manovre finanziarie, i numeri di Expo 2015 sono a dir poco altisonanti. D’altronde si tratta di un evento che, secondo i promotori, dovrebbe attirare 20 milioni di visitatori, un terzo dei quali straniero. I conti si fanno alla fine, ovviamente. Per ora si può tentare un confronto con le due edizioni più vicine nel tempo: Shanghai, che nel 2010 ha richiamato addirittura 73 milioni di persone, e due anni prima Saragozza, che al contrario ha deluso le aspettative registrando poco più di 5 milioni e mezzo di presenze. E pochissimi stranieri (solo il 4,49%).

L’Expo di Saragozza era “solo” internazionale e non universale: ma non si può negare che sia una realtà molto più vicina rispetto all’area metropolitana di Shanghai, di dimensioni incomparabili a quelle di Milano (18 milioni di abitanti contro i tre milioni abbondanti della provincia lombarda). E non è in gioco soltanto una questione d’immagine. Stando allo studio elaborato per Expo 2015 Spa dal CERTeT (Centro di economia regionale, dei trasporti e del turismo) dell’università Bocconi, dall’indotto turistico dipende il 16,5% del tanto atteso effetto traino sull’economia.

Biglietti, merchandising e sponsorizzazioni, inoltre, costituiscono pressoché l’unica fonte diretta di entrate per Expo. Che, per ora, è un gigante in perdita. Lo si legge a chiare lettere nel bilancio: fino al 2015 il segno “meno” è inevitabile. A finanziare gli investimenti ci pensano gli enti locali ed Expo 2015 Spa, costituita dal ministero dell’Economia e delle Finanze col 40% del capitale sociale, dal Comune di Milano e dalla Regione Lombardia, col 20% ciascuna, da Provincia e Camera di Commercio, col 10% a testa.

Mentre questo numero va in stampa è appena stato approvato il disegno di legge stabilità che concede (ma per il solo 2012) una parziale deroga a Comune e Provincia per l’indebitamento connesso all’evento. Deroga che si rende necessaria per sostenere le cifre in ballo nel progetto. Lo studio dell'università Bocconi parla di circa 1,7 miliardi di euro di investimenti infrastrutturali diretti per le opere funzionali all’esposizione.

A novembre il Cda ha votato per una sforbiciata da circa 300 milioni, annunciata dall’amministratore delegato Giuseppe Sala come una scelta di austerity. Poco meno di 12 miliardi sono destinati alle “opere connesse”: due nuove linee della metropolitana e nuovi collegamenti ferroviari, stradali e autostradali, inclusi progetti controversi e ormai di lunga data come la Pedemontana Lombarda. Bisogna poi tener conto dei costi di gestione e manutenzione delle infrastrutture, stimati in circa 1,5 miliardi per il quinquennio 2016-2020.

Terreni che valgono oro
Sono trascorsi 1.307 giorni (tre anni e mezzo) fra il giorno dell’assegnazione dell’Expo alla città di Milano e l’inizio dei lavori per la messa in sicurezza del cantiere. Nel mezzo una lunga serie di trattative, complicate soprattutto dal fatto che l’area scelta per l’esposizione (1,1 milioni di metri quadrati compresi fra Milano e Rho) fosse di proprietà di privati. Parte dei terreni è stata venduta dalla società Belgioiosa Srl, della famiglia Cabassi, per 49,6 milioni di euro (compresa Cascina Triulza, valutata circa 7 milioni).

Il resto era della Fondazione Fiera Milano, che ha venduto 404 mila metri quadrati per 66,4 milioni di euro. Gli altri 158 mila mq sono stati convertiti in quote: Fondazione Fiera ora detiene il 27,7% del capitale sociale di Arexpo Spa, la società deputata alla gestione delle aree (gli altri proprietari sono Comune e Regione con il 34,6% a testa, Provincia di Milano col 2% e Comune di Rho con l’1%). E proprio Fondazione Fiera faceva parte del comitato promotore della candidatura di Milano, che, una volta vinta, ha letteralmente moltiplicato il valore delle aree: dai 10-15 euro a metro quadro previsti per la destinazione agricola fino ai 164 euro a metro quadro a seguito dell’interessamento all’area per l'Expo.  Una differenza che pesa, soprattutto in tempi di crisi e di tagli alla spesa pubblica.



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