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Un primo elemento che emerge dagli studi di neuroscienze riguarda l’elevato grado di complessità del cervello umano

Un primo elemento che emerge dagli studi di neuroscienze riguarda l’elevato grado di complessità del cervello umano. Questa complessità è il risultato di influenze genetiche ed epigenetiche che provengono dall’embrione e dall’ambiente esterno.

Le influenze genetiche seguono il programma della specie e consentono uno sviluppo che ricalca gli stadi organizzativi tipici del cervello dei vertebrati più primitivi fino a quello dei mammiferi più evoluti.

Le influenze epigenetiche, che provengono dall’embrione, operano attraverso segnali intercellulari, costituiti da fattori diffusibili e molecole di superficie, quelle che provengono dall’ambiente esterno sono costituite da fattori nutritivi, da esperienze sensoriali e sociali, dall’apprendimento e agiscono attraverso modificazioni dell’attività neuronale.

La complessità del cervello: un intreccio di stimoli, azioni e reazioni
I fattori di crescita dirigono le cellule staminali a differenziarsi in tre diverse categorie: endodermiche, ectodermiche e mesodermiche.
Recentemente i ricercatori hanno evidenziato che si possono categorizzare i fattori di crescita in base ai loro effetti sulla differenziazione. Un gruppo di fattori di crescita sembra inibire le cellule endodermiche ed ectodermiche, ma permette la differenziazione in cellule mesodermiche. Un secondo gruppo induce la differenziazione in cellule ectodermiche e mesodermiche e un terzo gruppo permette la differenziazione nelle tre linee embriologiche. Ne consegue che i fattori di crescita, oltre a condizionare la differenziazione cellulare, intervengono sugli aspetti costituzionali individuali.

Nelle varie specie animali, il comportamento è sostenuto da meccanismi motivanti innati e gli impulsi agiscono come comportamento di appetenza che induce a ricercare gli stimoli scatenanti che danno il via all’azione consumatoria atta a soddisfarli.

Nei mammiferi superiori e nell’uomo, in particolare, il paleoencefalo controlla anche i comportamenti associati alla ricerca di stimoli non primari, ossia di nuovi stimoli in grado di provocare sensazioni piacevoli e quindi delle emozioni.

Le emozioni e i vissuti soggettivi ad esse correlati costituiscono i veri meccanismi motivanti della specie umana: sono in grado di evocare risposte corticali, consentono di prevedere il futuro, in base alle tracce mnesiche di esperienze passate o precedenti vissuti interiori, e sono in grado di influenzare e rafforzare il comportamento.

Le emozioni hanno un significato adattivo, in quanto la reazione emozionale è una conseguenza di un programma genetico finalizzato a consentire un migliore adattamento ai pericoli esterni di tipo fisico e originariamente destinato alla difesa e alla sopravvivenza individuale e della specie.

La reazione emozionale individuale può anche avere un significato fisiologico. Essa infatti, attivando il sistema nervoso, endocrino e immunitario, periodicamente, come avviene durante le fasi REM del sonno, od occasionalmente, come avviene in caso di vari tipi di stimoli stressanti, sarebbe in grado di garantire un livello ottimale di funzionalità biologica dell’organismo.
L’ipotalamo, il sistema nervoso autonomo e sistemi modulatori diffusi del cervello operano per mantenere una situazione di omeostasi. Regolano i vari processi alle diverse situazioni e consentono all’organismo di adattarsi e di ottimizzare le prestazioni nelle diverse situazioni.

La complessità della risposta emozionale
Il sistema neuroendocrino rappresenta il perno dei rapporti tra attivazione emozionale, mediata dal sistema limbico e attivazione endocrina periferica. Le due sezioni principali del sistema neuroendocrino sono rappresentate dal sistema HPA (asse ipotalamo-ipofisi-surrene) e dal sistema della midollare del surrene che liberano glucocorticoidi e catecolamine.

Ogni risposta emozionale è formata da una componente comportamentale, una vegetativa e una ormonale. Quella comportamentale è rappresentata da movimenti muscolari appropriati alla situazione stimolo, quella vegetativa facilita quella comportamentale (attivazione del sistema simpatico), la componente ormonale potenzia le risposte vegetative (secrezione di corticosteroidi, catecolamine e altri ormoni).
Le emozioni negative si associano a risposte neurovegetative ed endocrine di tipo catabolico che mobilizzano le riserve energetiche e, perdurando nel tempo, producono stress.

L’amigdala interviene sulle vie nervose responsabili della formazione dei ricordi basati su esperienze emotive primarie, quali la sensazione di paura e le sensazioni piacevoli alimentari e sessuali, consente di associare le modalità sensoriali e gli stimoli al loro valore affettivo e ha una parte importante nell’apprendimento emotivo legato a situazioni diverse. In particolare, il nucleo centrale dell’amigdala interviene nel condizionamento alla paura e avvia delle risposte difensive che perdurando generano stress.

L’emisfero destro ha un ruolo più importante nella decodificazione delle emozioni rispetto al sinistro. Persone con uno stile emozionale più negativo presentano una maggiore attivazione del cervello destro, in particolare della corteccia prefrontale e l’iperattivazione della corteccia prefrontale destra porta all’attivazione dell’asse dello stress.

Le emozioni negative seguono nell’emisfero destro la via: corteccia prefrontale, giro del cingolo, amigdala, ipotalamo, asse dello stress e sistema nervoso simpatico. Le emozioni positive viaggiano a sinistra, non attivano l’amigdala e quindi la cascata dello stress.

Il circuito connesso alle esperienze negative, che comprende il grigio periacqueduttale, il nucleo accumbens, l’amigdala, l’abenula e il nucleo arcuato dell’ipotalamo, invia proiezioni discendenti al nucleo del rafe dorsale e al locus coeruleus. Questo circuito è deputato ad assicurare risposte di difesa-attacco o rabbia-fuga. ma anche a modulare le sensazioni dolorifiche in caso di stimoli dolorosi o avversativi. In particolare il PAG (sostanza grigia periacqueduttale) dorsale e ventrale controllano la rabbia difensiva e la predazione.

La risposta animale
Negli animali l’aggressività affettiva, volta più a spaventare che a uccidere, si associa ad alti livelli di attività della sezione simpatica del sistema autonomo e l’animale adotta un atteggiamento di fuga o di difesa. L’aggressione predatoria non si associa ad alti livelli di attivazione del sistema simpatico.

Il comportamento animale può essere rinforzato mediante stimolazione di molte aree cerebrali. In particolare, la stimolazione del fascicolo proencefalico mediale produce un potente rinforzo e la via mesolimbica dopaminergica, che termina nel nucleo accumbens, è in gran parte responsabile degli effetti rinforzanti della stimolazione del fascicolo proencefalico mediale. In generale, il meccanismo di rinforzo è attivo se lo stimolo innesca un comportamento appetitivo nell’animale e l’attivazione del meccanismo di rinforzo rafforza il legame tra lo stimolo discriminativo e la risposta strumentale. Le strutture che giocano il ruolo più importante nel rinforzo sono l’amigdala, l’ipotalamo laterale e la corteccia prefrontale.

Lo sviluppo del sistema nervoso centrale
Fattori ereditari e ambientali influenzano lo sviluppo del SNC e di conseguenza il comportamento. In particolare, i primi rapporti oggettuali e le reazioni emozionali, positive o negative, attivano un modellamento del tipo di reazione emozionale. Possono “slivellare” l’asse dello stress, fissare degli schemi di risposta emozionale e quindi modificare le reazioni comportamentali e biologiche a successivi stimoli.

Il cervello umano è strutturato in modo tale da sviluppare una capacità di apprendimento e di memorizzazione che non richiede la ripetizione degli stimoli; consente di generare previsioni, aspettative e piani di azione ed è in grado di integrare le informazioni in una struttura cognitiva già fortemente organizzata e di utilizzarle con modalità diverse per adeguarle alle diverse situazioni che si succedono nel tempo.

Le esperienze sensoriali modificano l’efficienza dei contatti sinaptici tra i neuroni e la struttura delle reti neuronali e le sinapsi dell’ippocampo, in particolare, presentano delle caratteristiche plastiche in grado di consentire l’immagazzinamento dei ricordi.

I meccanismi di consolidamento della memoria richiedono la sintesi di proteine e ciò avviene grazie all’attivazione di geni che codificano per proteine essenziali alla modificazione delle sinapsi e alla costruzione di nuove sinapsi.

Il programma di sviluppo del cervello umano, predisposto ad apprendere e ad utilizzare il linguaggio, consente di realizzare un sistema di comunicazione unico e con elevate potenzialità di applicazione.

Sulla base dei dati attualmente disponibili, si può concludere che l’elevato grado di plasticità del cervello umano e il ruolo determinante svolto dai fattori emozionali conferiscono ampie possibilità, sia in senso evolutivo e costruttivo, sia involutivo e distruttivo.

Le conoscenze fornite dallo studio delle neuroscienze sottolineano che la complessità del cervello umano deriva sia da influenze genetiche ed epigenetiche, sia da influenze ambientali che agiscono attraverso modificazioni dell’attività neuronale. Su questa base le emozioni agiscono secondo modalità adattive attivando il sistema nervoso, endocrino e immunitario. Questi dati, oltre a sottolineare l’intima correlazione tra sistema nervoso e strutture somatiche e quindi l’esistenza di un’unità inscindibile mente-corpo, evidenziano l’impossibilità di studiare ogni paziente senza considerare gli aspetti costituzionali, i fattori ambientali precoci e il comportamento.

La costituzione, intesa come struttura fenotipica, deriva da fattori genetici, è condizionata dai fattori di crescita ed è influenzata dai vari substrati che intervengono durante le tappe dello sviluppo. I fattori ambientali precoci, intesi come fattori nutritivi, aspetti sensoriali e sociali, apprendimento, stimoli emozionali con possibile attivazione precoce dell’asse dello stress, condizionano lo sviluppo del cervello.

Le recenti scoperte convalidano il metodo clinico omeopatico
In definitiva, queste conoscenze convalidano il metodo clinico omeopatico che attribuisce un ruolo preminente ai fattori costituzionali, al comportamento e alla storia individuale di ogni paziente nel determinismo della malattia.

La medicina omeopatica come metodo clinico ha come oggetto di indagine il malato e si pone come finalità quella di conoscerlo e individuarlo nella sua interezza fisico-psichica. Nella storia clinica vengono studiate tutte le influenze precoci, le sollecitazioni emozionali vissute dalla madre durante la gestazione, le anomalie, i ritardi o le precocità dello sviluppo, gli aspetti correlati alla nutrizione e al rapporto con il cibo, le modalità di apprendimento, l’inibizione o lo sviluppo della curiosità esplorativa, il tipo di reazione emozionale e le caratteristiche dei legami di attaccamento. Oltre all’anamnesi molto dettagliata, viene considerata la costituzione e lo studio dei sintomi.

Vengono raccolti quelli in grado di identificare gli aspetti affettivi, relazionali, intellettivi e caratteriali, ma anche gli eventuali traumi psichici. Infine vengono scelti i sintomi, privilegiando quelli più strani, insoliti e caratteristici. Questi vengono ricercati a livello generale, fisico e mentale, vengono valutati tenendo conto sia dell’epoca dell’insorgenza e della loro permanenza nel tempo, sia delle loro intensità e modalità. Essi vengono raggruppati cercando di comprendere la relazione dinamica che li unisce. Questo procedimento consente di conoscere ogni paziente sia in condizione di salute che di malattia, di studiare ogni soggetto in senso dinamico e quindi di rilevare l’insorgenza e la scomparsa di determinati sintomi e malattie secondo una sequenza temporale, ponendoli in relazione con eventuali eventi, specifici e significativi per il paziente, o con specifici trattamenti medici-chirurgici. Tutto ciò porta a considerare la malattia come il risultato di uno squilibrio psico-fisico che la precede e si evidenzia attraverso i sintomi.

In generale, si può affermare che la procedura clinico-diagnostica omeopatica non si pone come finalità quella di riconoscere quadri morbosi attraverso l’osservazione di singoli pazienti, bensì quella di individualizzare gli specifici quadri morbosi di ciascun malato. Essa tende sempre a considerare la costituzione e il carattere del singolo malato e ad individualizzarne la personalità, ossia l’organizzazione dinamica degli aspetti fisiologici, morfologici, intellettivi, affettivo-pulsionali e volitivi. Questo processo richiede l’osservazione di tutti i fenomeni fisici e psichici, presentati dal malato e quindi anche del suo aspetto esteriore e del suo comportamento nelle varie situazioni. I sintomi, così rilevati, vengono interpretati come il risultato di processi interattivi tra fattori genetici, che individualizzano il paziente e lo predispongono a determinati squilibri e quindi a contrarre specifiche malattie, e fattori ambientali che, per le loro caratteristiche e per la loro intensità, superano le capacità individuali di adattamento spontaneo e non consentono meccanismi di difesa naturali.

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