Salute
22/07/2010
Mente e dintorni
di Sonja Ongaro
Fonte: Virtuose
Sento di colpo un terribile urlo che mi fa rabbrividire e, un attimo
dopo, mi trovo di fronte il volto disperato di un dolcissimo bambino che
sta per esplodere in un pianto. In un primo momento mi dispiace che sia
stato sgridato e, immediatamente dopo, mi assale una sensazione di
rabbia nei confronti della persona che ha perso il controllo e che lo ha
sgridato così violentemente.
Purtroppo però quella persona impaziente e
poco simpatica sono io. Com'è possibile che succeda a me? Sono
profondamente contraria a qualsiasi forma aggressiva di educazione e mi
considero una persona piuttosto paziente e positiva. E in più sono una
psicologa che lavora quotidianamente con le persone per aiutarle a
ridurre lo stress e gestire meglio le proprie emozioni. Non dovrei
essere io la prima a non cader nella trappola dell'ansia e della rabbia?
Dopo l'ondata di collera e le successive sensazioni di colpa, la mia
mente finalmente esce dalla nebbia.
Prendo mio figlio in braccio e gli
spiego che sono stanca, che mi dispiace e che speravo facesse quello che
aveva promesso. Quello che ancora non posso spiegargli - o solo con
scarso successo - è che il mio controllo è stato per un attimo preso in
mano da qualcosa che si chiama neurocezione, una percezione inconscia di
pericolo e minaccia che innesca una serie di comportamenti, piuttosto
standardizzati, detti biocomportamenti. E' un po'come se un pilota
automatico correggesse i movimenti dell'aereo quando vengono registrate
condizioni di pericolo, ancora prima che il comandante stesso si possa
rendere conto di cosa sta accadendo. La neurocezione è un meccanismo
neuro-comportamentale antico, emerso negli animali per permettere loro
di aggredire o fuggire rapidamente quando viene percepito, anche a
livello inconscio, un pericolo o una minaccia.
La fatica della giornata
ed il mal di testa mi hanno bloccato quella quantità di attenzione
minima necessaria per realizzare che il biocomportamento aggressivo,
indotto dalla mia neurocezione, non era quello più adatto a convincere
mio figlio ad indossare il pigiama. In altre parole ho involontariamente
permesso che si accendesse il mio pilota automatico che a sua volta mi
ha imposto di "attaccare" la minaccia che avevo davanti, non curandosi
affatto di modulare la risposta visto che si trattava non di un
pericolo, ma di un bambino di tre anni. Così il programma automatico ha
causato sia in me che in mio figlio tachicardia, ipertensione, tensione
muscolare e un inutile dispendio di energia.
In poche parole ci ha messo
in condizioni di stress, cosa che, se si ripete troppo spesso, è in
grado di far alterare profondamente la nostra salute. Tuttavia si può
evitare o rallentare la procedura automatica in modo da tenere o
riprendere in fretta il controllo manuale del nostro comportamento. La
strategia di scelta per questo compito è una gestione consapevole della
propria attenzione. Vecchi trucchi, come il concentrarsi sul respirare
2-3 volte profondamente con l'addome, possono interrompere il meccanismo
automatico e far subentrare nuovamente la ragione riducendo così
l'agitazione.
Ma per non perdere proprio il controllo manuale, visto che
il pilota automatico ci può mandare diritto in mezzo alle turbolenze,
ancora meglio sarebbe stato se mi fossi concentrata sui fattori privi di
minaccia presenti in quella particolare situazione come per esempio la
dolcezza di mio figlio e il fatto che un rifiuto del pigiama fa parte
del diventare una persona autonoma.
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