Salute

Quale medicina vogliamo per il futuro?

Fonte: lastampa.it


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Alla soglia dei 30 anni di professione medica mi ritrovo a pensare alle esperienze fino ad ora vissute e al futuro del mio lavoro. Le letture e gli avvenimenti di questi ultimi tempi stanno sempre più confermando dubbi e sospetti che da tempo albergavano nei miei pensieri. I punti sono tanti e si affollano nella mente.
Poco tempo fa negli Stati Uniti d’America il governo Obama ha messo sotto inchiesta i meccanismi delle multinazionali del farmaco, cosiddette Big Pharma, per corrompere istituzioni sanitarie di vari paesi del mondo (tra cui l’Italia). Grazie a molti libri pubblicati negli ultimi anni si sono scoperti aspetti della sanità e del mondo farmaceutico che si sono allontanati troppo dall’ etica e dalla morale che il tema della cura della vita umana renderebbe necessario. Tutti gli aspetti del marketing applicato alla vendita di farmaci è stato smascherato rendendo pubblica la volontà di arruolare tra i fruitori di medicine anche chi non ne ha bisogno.
Il modello biomedico meccanicistico e riduzionistico ci ha illuso di risolvere prima o poi ogni problema di salute rispecchiando i valori di una società che illusoriamente corre verso una crescita senza fine, che pretende di soddisfare ogni desiderio, di prevenire ogni accidente e che si aspetta di risolvere ogni problema con il denaro. Quadro ben riassunto da Serge Latouche, economista propugnatore della decrescita in campo economico che sostiene: “siamo a bordo di un bolide senza pilota, senza marcia indietro e senza freni” .
Assicurazioni e avvocati intentano sempre più frequentemente cause contro i medici sfruttando l’imprevedibilità del decorso delle malattie obbligandoli ad una “medicina difensiva”, come viene definita, che comporta un aumento vertiginoso di prescrizioni di diagnostica e di farmaci, visto che i pazienti e i parenti sono più impressionati dall’omissione che non dall’azione eccessiva, non considerando gli effetti collaterali e i rischi intrinseci di questo comportamento. Ciò ha fatto si che a New York non si trovi quasi più un ginecologo statunitense disposto a seguire una gravidanza per i rischi elevatissimi di conseguenze legali.
La diagnostica sempre più avanzata che con la rapida evoluzione delle biotecnologie ha raggiunto traguardi impensabili pochi anni fa, ha creato uno strappo drammatico tra la capacità di diagnosticare una futura patologia o un fattore di rischio ( per esempio di una neoplasia o di una malattia degenerativa) e la possibilità di prevenirla o di curarla. Sono drammatiche le conseguenze che certi test genetici hanno indotto in giovani ragazze statunitensi risultate positive alla possibilità (non alla certezza) di incorrere in un tumore della mammella inducendole a sottoporsi ad una mastectomia bilaterale(asportazione delle mammelle) “preventiva”, non avendo altri strumenti utili. Una esasperata evoluzione in questo senso porterebbe al “suicidio preventivo” per evitare il rischio della morte. Siamo all’assurdo per una branca della scienza che dovrebbe occuparsi del benessere dell’uomo e della qualità della sua vita.
I medici sono sempre più sottoposti al cosiddetto burn-out, cioè allo stress da responsabilità, rischio e lavoro che induce sempre più rinunce e un allontanamento dal contatto umano per adeguarsi a linee guida, protocolli più sicuri dal punto di vista medico legale.
Siamo sempre più bombardati da campagne destinate a prevenire le malattie, ma, visto il numero delle giornate a loro destinate (300 in un anno) il risultato è quello di creare una sottile ma ormai consolidata ansia e preoccupazione come se il vivere sano fosse frutto di un caso e non anche e soprattutto di un corretto stile di vita.
Eppure gli effetti della regolare attività fisica in pazienti affetti da differenti patologie hanno dimostrato nei pochi lavori scientifici pubblicati in questi anni effetti sorprendenti anche in persone anziane che non avevano mai svolto attività sportiva. Però questo filone della ricerca è poco incoraggiato economicamente perché non produce reddito se non per le palestre!
La medicina moderna fa riferimento ad un modello newtoniano cartesiano di causa effetto mentre il resto delle scienze ha trovato nel modello della complessità quello più aderente alla realtà biologica della vita. Il linguaggio della biochimica e della fisica dovrebbero essere in grado di spiegare qualsiasi fenomeno biologico. Ma non la complessità di un individuo, le sue emozioni, il suo vissuto, il suo contesto sociale, le sue dinamiche e le sue manifestazioni affettive che rischiano di essere escluse dal rapporto medico paziente e di non trovare un peso necessario nella valutazione diagnostica.
Si parla molto di ri-umanizzazione della medicina per riparare i danni della sua commercializzazione e spersonalizzazione.
Questo percorso passa attraverso la figura del medico che deve riappropriarsi di un senso critico e di una iniziativa individuale che ha in parte perduto durante la fase di globalizzazione standardizzata della scienza. Deve cioè tornare ad essere attore protagonista e non pedina alle dipendenze di interessi economici che lo usano, inconsapevole, in un gioco molto complesso e ben architettato che ha fini non sempre eticamente impeccabili.
Ci sono medici che sono consapevoli che la cura più corretta non si raggiunge soltanto con la prescrizione di terapie nel più rigoroso ricorso alle linee guida ma anche ricercando un percorso condiviso con il paziente. I processi terapeutici che coinvolgono i pazienti devono essere olistici, lenti, duraturi, devono permettere di creare una utile alleanza empatica tra il paziente e una persona che ha gli strumenti per farla star meglio o quando possibile, guarirla.
Cito parole di Marco Bobbio: ” molti medici non vogliono suscitare paure delle malattie e del futuro incerto ma cercano di individuare con i loro pazienti un equilibrio tra aspettative e soddisfazioni, che non passi soltanto attraverso esami di laboratorio e assunzione di medicine. Questi medici non intendono indurre bisogni non percepiti, per trovare un mercato a interventi farmacologici e chirurgici, ma vogliono affrontare con i pazienti i loro bisogni e le loro condizioni di malati. Non intendono fare finta che le scelte cliniche siano infallibili ma desiderano spiegare al paziente le incertezze insite nella medicina, così come nel futuro e nella vita. E questi medici sono tanti. Solo da questa consapevolezza può scaturire la cura migliore a cui ogni paziente ha diritto e una medicina sostenibile per il paziente e per il medico.”
Karl Jaspers, medico e filosofo, nel suo saggio “il medico nell’età della tecnica” propone il ritorno all’antica idea del medico che Ippocrate indicò quando disse: iatros philosophos isotheos, il medico che si fa filosofo diventa pari ad un dio. Come medico, infatti, si avvale del sapere scientifico ma non con l’atteggiamento onnipotente del “Salvatore desiderato in segreto da tanti malati”, ma con la consapevolezza propria del filosofo che conosce i limiti di ogni forma di sapere, per cui non si professasophos, maphilo-sophos, disponendosi nei confronti del sapere non come un possidente nei confronti del suo territorio, ma come un viandante nei confronti della sua via.
Forse è tra questi modelli che dovremmo cercare il nostro medico del futuro, quello che vorremmo avere di fianco nei momenti difficili.



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