Vaccinazioni

I medici non si vaccinano e sono contro l’obbligo

Fonte: Repubblica.it


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vaccini medici
I medici sono diffidenti nei confronti dei farmaci che prescrivono ai cittadini. Il caso più lampante di questo comportamento schizofrenico è rappresentato dai vaccini

Come sappiamo, i medici di solito predicano bene e razzolano male. Curare i loro pazienti è intrinseco al loro impegno professionale, è un dovere, un obbligo morale, se non proprio una "missione". Ma spesso non curano se stessi, e se lo fanno adottano "strategie" considerate talvolta venefiche se applicate nei confronti dei malati.

 

Sulle cause di questa idiosincrasia non si è mai indagato a fondo. Forse perché i risultati farebbero crollare alcune certezze sul ruolo che devono svolgere i camici bianchi. Dalle scarse ricerche realizzate, risulta che sono restii a considerarsi malati, che non mettono in pratica le indicazioni suggerite agli assistiti, che ignorano i protocolli, che sono presuntuosi e supponenti. Ma soprattutto - e paradossalmente - sono diffidenti nei confronti dei farmaci che prescrivono ai cittadini. Altro che dare buon esempio: il loro è pessimo. E se tutte le persone in terapia si comportassero come i loro curanti, sarebbe una catastrofe sanitaria.

 

Il caso più lampante di questo comportamento schizofrenico è rappresentato dai vaccini. Un anno fa a Pisa, la Conferenza nazionale “Medice, cura te ipsum” organizzata dalla Simpios, la Società italiana multidisciplinare per la prevenzione delle infezioni nelle organizzazioni sanitarie, fornì i dati di una ricerca su 2.250 operatori sanitari (il 28,5 per cento medici e il resto quasi tutti infermieri), dalla quale risultava che uno su tre era scettico sull’efficacia dei vaccini, e convinto che le vaccinazioni possono causare effetti avversi gravi. Secondo l'indagine quattro su cinque non avevano fatto il richiamo contro il tetano negli ultimi 10 anni e appena uno su tre si era vaccinato con l'antinfluenzale nella stagione 2016/17 (e di questi, la metà camici bianchi). Scetticismo? Certo è che il 44 per cento degli intervistati riteneva che il rischio di contrarre una malattia, prevenibile con vaccino, fosse basso.

 

La resistenza ad applicare su se stessi la giusta profilassi, è stato uno dei temi più caldi durante il periodo della "guerra" sui vaccini. E anche quello più rimosso. E trattato in modo ipocrita dalla Federazione dell'Ordine dei Meduci e degli Odontoiatri (Fnomceo), che preferì tagliare il cordone ombelicale esclusivamente con i medici che si dichiaravano scettici nei confronti dei vaccini - radiandoli dall'Ordine - piuttosto che affrontare un problema e un comportamento che coinvolgeva (e coinvolge) l'intera categoria. In particolare perché il 10 per cento dei casi di morbillo registrati tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 coinvolgeva il personale sanitario o persone a loro vicine, tant'è che in Toscana almeno 6 bambini con il morbillo erano stati contagiati dai loro genitori che avevano contratto la malattia lavorando in ospedale.

 

Dalle autorità sanitarie, durante tutta la discussione sulla legge 119, questa preoccupante contraddizione è stata praticamente ignorata. Nonostante una campagna mediatica martellante nei confronti dei genitori scettici sui vaccini, e per questo considerati irresponsabili, o potenziali assassini (come qualche provocatore li ha definiti sui media, additandoli al ludibrio degli italiani). Confesso di aver provato un senso di frustrazione dopo aver scritto più volte - senza ottenere riscontro - che una buona copertura vaccinale, anche attraverso un eventuale obbligo, non poteva e non doveva escludere il personale sanitario, e che la legge presentava diverse lacune e contraddizioni che sarebbero venute a galla.

 

Le famiglie dovevano sottostare alle vaccinazioni, mentre i primi a non farle, e a non crederci, erano proprio le persone che le somministravano! I genitori dovevano fidarsi dei vaccini, mentre i medici e gli infermieri avevano il diritto di diffidare e di temere effetti avversi gravi. Eppure avrebbero dovuto dare l'esempio, se non altro per circoscrivere le conseguenze delle iniziative no-vaxx. E invece per mesi e mesi è stato fatto un processo - a mezzo stampa e sanitario - senza che salissero sul banco degli "imputati" i primi a dover rispettare le regole di una politica sanitaria nazionale.

 

Però adesso la questione si ripropone con forza. E come ho ricordato nelle settimane passate, viene imposta senza mezze misure dall'Emilia Romagna, che ha deciso l'obbligo vaccinale contro morbillo, parotite, rosolia e varicella per gli operatori sanitari che lavorano in oncologia, ematologia, neonatologia, ostetricia, pediatria, malattie infettive, nei pronto soccorso e nei centri trapianti della Regione. Una misura che ha provocato la levata di scudi da parte dei camici bianchi, in particolare dell'Anaao provinciale (il sindacato dei medici e dirigenti sanitari) e della CGIL, mentre la CISL ha dichiarato la propria disponibilità, anche se accompagnata da numerose critiche. Bisogna tenere presente che i medici e gli infermieri che rifiutassero di vaccinarsi, verrebbero spostati dai reparti a rischio. D'altra parte sugli oltre cinquemila casi di morbillo registrati lo scorso anno, più di trecento si sono verificati tra i medici e gli infermieri.

 

Se le posizioni sono leggermente diverse, i sindacati concordano nel definire la decisione della Regione come un atto di "coercizione". Bene: vorrei ricordare che questo termine è stato il più usato tra i vari sostenitori della libera scelta. E sono stati gli oppositori alla legge (medici e ricercatori vaccinisti, cittadini, opinionisti pro-vaxx), a sostenere che l’obbligo è un errore, perché è mille volte meglio convincere le persone sull'importanza di questo "strumento" medico. Ebbene i sindacati sono perfino più severi quando sostengono che "viene meno l'auto determinazione sancita dalla Costituzione", "che non si può avallare un documento che ha aspetti punitivi", che si tratta di una "scelta individuale, imporla è un errore". La critica è anche al metodo adottato perché l’Emilia Romagna si è sottratta al confronto non convocando prima i rappresentanti dei medici, come sostengono quelli della CISL che si dichiarano "assolutamente contrari e amareggiati dell’uso politico e strumentale che è stato fatto e si continua a fare intorno ad un tema così delicato ed importante come le vaccinazioni”.

 

Leggendo queste parole mi viene da sorridere, avendo scrito a ripetizione che i vaccini era diventati uno strumento di polemica e di scontro politico, mentre la ministra Lorenzin (ex ormai), i vertici dell'Istituto superiore di sanità, la maggioranza di governo, sostenuta da alcuni medici muniti di "like" da social network, affermavano invece che la vaccinazione obbligatoria era solo una misura sanitaria. Ma davvero? Però domando: dov’erano allora i sindacati dei medici? Non potevano far sentire prima la loro voce? Perché sono stati zitti quando i loro colleghi venivano radiati? Erano convinti che il provvedimento - coercitivo - non li avrebbe mai interessati direttamente?

 

Adesso siamo di fronte al problema, evidente fin dall’inizio del dibattito sulla legge perché non si dovevano imporre le vaccinazioni soltanto ai bambini. Ma, appunto, si è voluta ad ogni costo una legge più “politica” che sanitaria. E le complicazioni iniziano a manifestarsi. Perché il caso Emilia Romagna - se imitato - potrebbe avere una reazione a catena, “contagiando” migliaia e migliaia di medici. In ogni caso bisogna capire che accadrà nelle strutture ospedaliere regionali, perché se continua il braccio di ferro tra assessorato e direzioni ospedaliere da un lato, e sindacati dall’altro, i medici che rifiutano l’obbligo vaccinale dovrebbero essere spostati dai reparti a rischio di contagio. Che rimarrebbero sguarniti. Gia: a prescindere da tutto il resto, forse non se ne sono resi conto, ma da quelle parti si sono infilati in un vero cul de sac.



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