Infanzia

Maternità: quello che non si immagina

Fonte: terranauta.it


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Può accadere di credersi negate per la maternità e poi scoprire che non è così?

Ci sono donne che fin da bambine sognano di diventare madri: a quindici anni già facevano le baby sitter per arrotondare la paghetta, sono cresciute in famiglie numerose e sono abituate a parlare e giocare con i più piccoli; conoscono così bene l’infanzia che in fondo sanno già cosa aspettarsi, sono preparate. La maternità è per loro il coronamento del desiderio di una vita; pur di avere dei figli queste donne sono disposte a tutto.


Altre arrivano a trent’anni senza aver mai parlato con un bambino per più di un nanosecondo, avendo ritenuto quella conversazione più che sufficiente; rifiutano di prendere in braccio i neonati per paura che si rompano; trovano i bimbi fastidiosi, finti, leziosi, insopportabili, manipolatori, guastafeste. L’idea di un figlio si associa nella loro mente a quella di una condanna all’ergastolo; si ripromettono di non averne mai e rifuggono qualsiasi occasione di frequentare esseri umani al di sotto dei vent’anni.

Quando ho scoperto di aspettare un bambino appartenevo alla seconda categoria. Il test che si colorava delineando un grande + rosa fuxia è un ricordo indelebile, come lo shock che ne seguì. La sensazione dominante era il terrore. Terrore di non essere più padrona della mia vita, di non essere in grado di crescere un figlio, proprio io che non sopportavo nemmeno l’impegno di innaffiare una pianta sul davanzale e avevo la casa piena di fiori finti. Eppure, inaspettatamente, l’idea di rifiutare quella vita non mi sfiorò neanche per un secondo.

Così è cominciata naturalmente una trasformazione che mai avrei potuto immaginare, radicale a tal punto da rendermi irriconoscibile a me stessa. Giorno dopo giorno, accanto alla paura, sentivo nascere un imprevisto senso di protezione e di amore per quella creatura misteriosa che viveva dentro di me. Ricordo la mia sorpresa quando, ascoltando per la prima volta il battito del suo cuoricino di tre mesi durante la prima ecografia, sentii sgorgare inarrestabili lacrime di emozione, di felicità e di amore.

Cominciai a parlargli, a spiegargli le cose, a rassicurarlo. E mi accarezzavo la pancia, per accarezzare lui. Da dove nascevano quei sentimenti? Il mistero della vita si svolgeva nel mio corpo e nella mia anima, senza che facessi nulla, senza che pensassi nulla. I pensieri portavano solo paure, le emozioni solo felicità. Dove era nascosto quel senso materno che irrompeva dalle profondità di me stessa?

Il giorno della sua nascita è stato il più bello della mia vita. Banale, vero? Eppure, invece del dolore, ricordo l’immensità dell’amore che provai nel vederlo e le prime parole che mi sentii pronunciare quando, ancora sporco di sangue, lo appoggiarono sul mio petto: “Amore, amore, amore”. Non riuscivo a dire altro.

Da allora sono passati tre anni, tre anni di passione totale. E ogni giorno mi incanto a guardarlo, e ringrazio per tutto questo amore che è entrato nella mia vita.

Le notti insonni, la fatica, la dedizione assoluta, la rinuncia a quasi tutto quello che riempiva le mie giornate fino a quel momento, le preoccupazioni, i suoi continui malanni, i problemi quotidiani, tutto quello che prima mi spaventava c’è stato davvero, ma non è stato neanche lontanamente come l’avevo immaginato, perché allora non sapevo quale e quanta gioia si potesse provare nel tenere il proprio bambino tra le braccia, sentirlo respirare, ascoltare i suoi versetti, sciogliersi di fronte al suo primo sorriso, ascoltare la sua prima parola, “mamma”, e scoprire il suo amore altrettanto totale, altrettanto sconfinato.

Non esistono parole per descrivere l’amore di una madre per suo figlio, né ve ne sono per spiegare le emozioni nel vederlo crescere, nell’amare ogni millimetro della sua pelle, ogni suo sottile capello dorato, la sua testolina, i suoi occhi, l’incanto delle manine e dei piedini, di quel corpicino in miniatura perfetta, la meraviglia del suo profumo di bimbo, la dolcezza della sua vocina. E poi la scoperta della sua personalità, del suo particolarissimo modo di essere al mondo, la sua innata allegria, l’instancabile voglia di giocare, quel senso dell’umorismo e la passione per gli scherzi che iniziano subito e che sono la parte dominante del suo carattere, come forse lo furono di tutti noi, prima che la durezza della vita li relegasse in un angolo della nostra anima.

Finché non arriva un bambino ad insegnarci di nuovo a ridere di ogni sciocchezza, a rotolarci sul pavimento, a giocare con qualsiasi cosa, perché un figlio ci fa scoprire mondi meravigliosi dove si vive di dedizione e di sentimento e dove, come in ogni innamoramento, ci si sente vicini all’unico senso della vita che ci è dato di conoscere.

Pensandoci a mente fredda, senza il calore di questi affetti, i sacrifici che un figlio comporta sono tali e tanti da scoraggiare l’idea di una maternità ed è normale che un numero sempre crescente di coppie rimandi la decisione di anno in anno, nell’attesa di un momento ideale che ovviamente non arriverà mai. Con un bambino niente è più come prima, eppure, credeteci, ne vale la pena.



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