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Sotto il materasso degli Enti locali

Fonte: Valori (Rivista)


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Il 'capitalismo municipale' è fonte di introiti per Comuni, Province e Regioni, ma non solo

Il “capitalismo municipale” è fonte di introiti per Comuni, Province e Regioni, ma non solo. Venderlo ora vorrebbe dire cedere solo i pezzi migliori e privarsi di strumenti di utilità sociale e di regolazione del mercato

Quanto valga il cosiddetto “capitalismo municipale” è un tema che scalda, ma le cui stime non sono univoche. Secondo la professoressa Lucia Parisio-Visconti, docente di Scienza delle finanze all’Università degli studi di Milano-Bicocca, «ci sono 4.800 aziende pubbliche comunali con un fatturato complessivo di circa 43 miliardi di euro». A poter essere oggetto di vendita sono però «solo circa 1.800, cioè quelle che svolgono servizi pubblici relativi all’acqua, ai rifiuti e all’energia.

Ma il 20% di esse, secondo la Corte dei conti, è in perdita, soprattutto quelle collocate nel Mezzogiorno». Galline dalle uova d’oro ce ne sono, però, come la lombarda A2a, che ha chiuso il 2011 con un fatturato di 6,2 miliardi di euro; o Acea, con 3,5 miliardi di fatturato nel 2011, per ora controllata dal Comune di Roma al 51%; o il gruppo Hera, altra multiutility (azienda multiservizi) dei settori acqua, energia e rifiuti con 4,2 miliardi di euro di ricavi nel 2011. Ma nella sola Palermo troviamo esempi ben diversi, come l’azienda locale dei servizi ambientali Amia, in amministrazione straordinaria con un patrimonio netto negativo di 55 milioni di euro, oppure Amat (trasporto urbano), i cui debiti al 31 dicembre 2011 ammontavano a 117 milioni (creditrice per 141 milioni col Comune), e Amap (acqua), indebitata per 95,5 milioni di euro.

Un panorama con luci e ombre di cui difficilmente si potrebbe però fare a meno. Per motivi occupazionali (le partecipate degli Enti locali contano complessivamente circa 300 mila addetti) e di bilancio: a leggere i dati pubblicati nel 2012 dall’Irpa (Istituto di ricerche sulla pubblica amministrazione) «nel 2007 la spesa alimentata dalle società a controllo municipale ha raggiunto i 17,1 miliardi euro contro i circa 9 miliardi di quella finanziata dalle strutture comunali.

Il principale contributo al volume delle attività comunali proviene dalle aziende che operano nell’energia, che generano il maggiore fatturato (13,5 miliardi nel 2007). I più elevati, e spesso unici, profitti garantiscono un regolare afflusso di risorse alle casse comunali attraverso la distribuzione di dividendi (257 milioni di euro sui 300 milioni complessivamente incassati dai comuni nel 2008) e rappresentano la porzione più liquida – grazie alla quotazione in Borsa – del portafoglio comunale (circa 3,5 miliardi di euro)». Ma non è solo una questione di vil denaro a imporre cautela sulla dismissione o meno (tanto più ora, dopo anni di perdite in Borsa anche per le azioni delle migliori imprese partecipate).

Eh sì perché, ricorda Lucia Visconti-Parisio, «la sola presenza di queste aziende rappresenta un reale strumento di politica economica: possono essere utilizzate per offrire ai consumatori tariffe eque o indirizzate alle fasce sociali più deboli. E, anche in un settore che sia stato liberalizzato, la presenza di un’azienda di natura pubblica accanto a quelle private produce un effetto disciplinatore, costituendo per l’Ente locale uno strumento con cui regolare il mercato dall’interno». Secondo uno studio, non ancora pubblicato ma visionato dalla professoressa, eseguito sull’Europa a 27 Stati, i Paesi dove le tariffe dei servizi pubblici energetici sono effettivamente scese sono quelli in cui la liberalizzazione non è andata insieme alla privatizzazione, cioè dove è rimasta l’impresa pubblica. Non a caso «l’Unione europea non impone la privatizzazione ma chiede la liberalizzazione».



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