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Il Manuale della Terapia dei Trigger Point. Guida all'Auto-trattamento per alleviare il dolore


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Pubblichiamo estratto dal libro 'Il Manuale della Terapia dei Trigger Point'

Capitolo 1
Una nuova vita
Avevo sessant’anni ed ero all’apice del successo nel lavoro che svolgevo da ormai quarant’anni, quando decisi di mollare tutto e ricominciare da zero in un campo completamente nuovo.
Mi occupavo di restauro di pianoforti. Era la mia attività ed era un ottimo lavoro. In certi anni i miei guadagni superavano i centomila dollari; come massaggiatore sapevo che, se avessi avuto fortuna, sarei riuscito ad arrivare a ventimila. La vecchia vita era piena di gratificazioni, non ultime l’intensa soddisfazione legata al lavoro stesso, il grande prestigio di cui godevo nella comunità e la notorietà che avevo raggiunto nel mio campo. La nuova vita sarebbe stata piena di ansie e incertezze, con assai poche speranze di uguagliare il successo che avevo raggiunto nella vita precedente. Ma allora, qual è stato il motivo di un cambiamento così radicale?

In una parola, il motivo è stato il dolore. Attraverso una difficile lotta personale contro quest’ultimo, ho creduto di aver imparato qualcosa che valeva la pena condividere con il mondo. Mi è sembrato di aver scoperto qualcosa di nuovo nel trattamento del dolore, che avrebbe potuto cambiare l’esistenza degli altri così come aveva cambiato la mia. Non mi sembrava giusto tenere queste cose per me.
Tu non staresti leggendo questo libro se a tua volta non stessi conducendo la tua personale battaglia contro il dolore, senza riuscire a venirne fuori, oppure se non stessi cercando una maniera migliore di aiutare chi soffre. Spero che la mia storia ti possa mostrare ciò che è possibile anche quando non sembra esserci alcuna speranza.

L’accordatore del pianoforte di Vladimir Horowitz fu colui che mi insegnò ad accordare i pianoforti. Era il 1960 e io lavoravo come apprendista alla Steinway & Sons di New York. Mica male come inizio. Quando me ne andai dalla Steinway, aprii la mia attività a New York e per diversi anni accordai pianoforti nelle case, nelle chiese, nelle sale da concerti, negli studi di registrazione e nei teatri di tutta la città. New York era allora una città non dispendiosa, mi ero fatto un nome presso molta gente famosa, me ne andavo in giro in motocicletta, avevo donne… Insomma, facevo la bella vita.

Alla fine degli anni Sessanta mi spostai nel Kentucky, alla ricerca di aria più pulita e di un posto dove poter parcheggiare la mia macchina nuova. Presi casa, mi sposai e cominciai a crescere due figlie tutto pepe. Negli anni successivi mi misi a restaurare e risistemare centinaia di pianoforti a coda e ad accordare decine di migliaia di pianoforti di tutti i tipi. Questo lavoro era molto gratificante per uno spirito attivo e creativo: mi inventai dozzine di novità nel commercio dei pianoforti e attraverso i miei molti articoli scritti per la rivista «The Piano Technicians Journal», i professionisti di tutto il mondo cominciarono a prendere confidenza con i miei ritrovati, i miei metodi e il mio nome. Mi guadagnai la solida reputazione di qualcuno capace di trovare soluzioni semplici a problemi complessi.

Durante gli anni in cui mi occupavo di pianoforti, però, cominciai ad avere vari tipi di dolore: al collo, alla schiena… Avevo tutti i dolori che ci si può aspettare da un lavoro pesante. E con il passare del tempo cominciavo a preoccuparmi su quanto a lungo avrei potuto continuare. Mi ero accorto che in ogni tecnico del pianoforte che avessi conosciuto, la gioia di fare quel lavoro e la capacità di trarne sussistenza, prima o poi, venivano messe a repentaglio da qualche dolore legato alla professione. Ricordavo uno dei miei insegnanti al tempo in cui lavoravo da Steinway; era così tormentato da un dolore alla spalla che poteva a malapena fare il suo lavoro.

E quando capitò a me avere dolori a una spalla, mi resi conto che non c’era nessuna reale soluzione al problema. In poche parole, prendevi una pillola e cercavi di tirare avanti. Scoprii che la cosa peggiore riguardo il dolore era che medici e altri esperti, i quali in teoria avrebbero dovuto aiutarti, in realtà non erano di alcun beneficio. Molti sembravano solo fingere di capire il problema. Tutti, però, si facevano pagare cifre spropositate, che facessero qualcosa o meno. La situazione mi fece diventare così disperato che decisi di curare da solo il mio dolore alla spalla, se mai fosse esistito un modo.

Nel far questo, non solo riuscii a risolvere i miei problemi alla spalla, ma chiusi con il mio lavoro di accordatore e mi diplomai a una scuola di massaggi. Ora, invece di risistemare pianoforti, risistemavo le persone. Avevo scoperto il lavoro più importante della mia vita.

Nessuno capiva le spalle
Paradossalmente, i miei problemi col dolore – che causarono il mio mutamento di vita – non furono dovuti al lavoro con i pianoforti, sebbene quest’ultimo abbia sicuramente avuto una parte. I guai cominciarono una mattina di gennaio, quando tornai a casa dopo aver spalato la neve nel cortile: avevo allora un dolore piccolo, ma fastidiosamente persistente alla spalla. Quando tornai al solito lavoro, quel giorno e in quelli successivi, la spalla cominciò a fare più male. Tutto ciò che facevo peggiorava la patologia, qualunque essa fosse. In poco tempo arrivai al punto che riuscivo a malapena ad alzare il braccio. Presto non riuscii più a tenere in braccio mio nipote, ad allacciare le cinture di sicurezza o a strisciare sotto un pianoforte a coda per fare una riparazione senza provare un grande dolore. Quest’ultimo era tale che un movimento improvviso mi provocava una fitta atroce, simile a una scossa elettrica che mi facesse piegare in due dal dolore, senza fiato, per parecchi minuti. Non riuscivo più a dormire, mi alzavo la notte in cerca di sollievo con applicazioni di ghiaccio e docce calde, ma nulla aveva un effetto duraturo. Il ghiaccio alleviava il dolore quanto bastava per farmi tornare a dormire, ma il mattino successivo tutto era come prima.

Alcuni anni prima ero andato da una massaggiatrice per uno spasmo alla schiena. C’ero andato come se fosse l’ultima speranza e senza aspettarmi granché, ma la massaggiatrice era riuscita ad aggiustarmi. In seguito mi curò anche il dolore cronico alle braccia e alle mani. Non avrei potuto essere più soddisfatto… o sorpreso. Sapevo a malapena che esisteva una cosa chiamata “massaggio”, per non parlare del suo funzionamento. Avevo pensato che il dolore alle braccia e alle mani fosse dovuto all’inevitabile e improvviso declino della vecchiaia. Ma in sole tre sedute la massaggiatrice era riuscita a risolvere un problema così vecchio che non riuscivo nemmeno a ricordarne l’inizio. Sfortunatamente, sembrava non ci fosse rimedio per questo nuovo dolore alla spalla. Quella terapista straordinaria aveva traslocato e io non avevo scelta se non quella di cercare qualcun altro con le medesime capacità. Fu una ricerca senza esiti. Tutto quello che trovai furono variazioni sul tema di “ginnastica e stretching”, nonostante le mie proteste riguardo al fatto che lo stretching peggiorava il mio dolore, anziché farlo sparire. A un certo punto mi accorsi addirittura che la fisioterapista che mi stava curando la spalla malandata soffriva anche lei, senza dirlo, dello stesso problema! Lei non riusciva a guarire né se stessa né me, però pretendeva di essere pagata.

Avevo l’impressione che nessuno capisse davvero le spalle. Provai tutta una serie di massaggiatori, cercando di ritrovare gli splendidi risultati del passato, ma apparentemente nessuno aveva un rimedio definitivo per il mio problema alla spalla. Tutto ciò che ottenevo erano palliativi. A causa di esperienze avute in precedenza, non avevo nessuna fiducia nella chiropratica per questo tipo di problema, né avevo ragione di pensare che i medici potessero offrirmi qualcosa di meglio degli antidolorifici o, ancora peggio, della chirurgia. Avrete poi sentito parlare di medici che manipolano energicamente le spalle immobilizzate. Beh, non in questa vita, pensai; comunque,grazie lo stesso.

Nel mezzo della mia frustrante ricerca di un trattamento efficace, decisi di andare alla riunione annuale della Piano Technicians Guild. C’erano seminari per tutta la settimana su vari aspetti delle tecnologie del pianoforte, e mi ero sempre sentito rivitalizzato dal vivace scambio di idee reso possibile da queste riunioni. Ero determinato ad andarci nonostante i miei problemi, perché speravo che una pausa dal lavoro mi avrebbe fatto bene. Ma lo stare seduto tutto il giorno reggendomi il braccio sulla difensiva, senza muovermi, sembrò solo aggravare il problema. Mi strofinavo la spalla continuamente, la massaggiavo, cercavo di rilassarla, con molta cautela tentavo di piegare il braccio. L’unico risultato fu che il dolore aumentò. Ogni mio pensiero era ormai fisso sul dolore.

L’ultima notte, il male era così forte che nemmeno il ghiaccio aveva effetto. Giacevo sdraiato nella mia stanza di hotel alle due del mattino e piangevo come un bambino. Era chiaro che tutto quello che potevo sperare era di riuscire in qualche modo a sopravvivere al problema. Avevo sentito che ci voleva circa un anno perché una spalla guarisse… Ammesso che potesse riprendersi.

Mentre stavo lì, immerso nei miei problemi, mi ricordai di un paio di libri di medicina che avevo visto anni prima sulla scrivania della prima massaggiatrice, quella che mi era piaciuta tanto. Lei mi aveva detto di fare sempre riferimento a quei libri. Quella donna era stata la sola persona che sembrasse sapere cosa fare riguardo il dolore. Capii che dovevo trovare un modo di prendermi cura personalmente del mio problema e quei libri di medicina sembravano perlomeno un punto di partenza. Finalmente una scintilla di speranza.

Una nuova tecnologia
Quando tornai a casa dal convegno, ordinai i libri, ovvero i volumi uno e due di Myofascial pain and dysfunction. The trigger point manual, di Janet Travell e David Simons. Il loro prezzo fu uno shock e tentennai un po’. Alla fine mi domandai se ne valesse la pena, ma la spalla rispose al posto mio.
Quando i libri arrivarono, mi sembrò di entrare in un mondo di cui ignoravo persino l’esistenza. E cominciando a leggere, il mistero della mia spalla cominciò a farsi meno fitto. In quel manuale trovai centinaia di splendide illustrazioni dei muscoli del corpo. Venivano mostrati i punti trigger più probabili per ciascun muscolo e i loro schemi di riferimento del dolore più verosimili.

Scoprii che, sebbene la fisiologia di un punto trigger fosse estremamente complessa, ai fini pratici poteva essere considerato quello che molte persone chiamano un “nodulo”: un grumo di fibre muscolari che rimangono fortemente contratte, senza mai rilassarsi. Un punto trigger in un muscolo poteva essere attivamente doloroso o non manifestare alcun dolore fino a quando non fosse stato toccato. Più spesso, però, il punto trigger avrebbe provocato dolore da un’altra parte. Ne dedussi che gran parte dei miei dolori – forse tutti – erano probabilmente ubicati altrove, ovvero erano dolori “riferiti”. Non avevo mai capito perché i tanti massaggi effettuati sulla parte dolorante della spalla non fossero serviti a niente: era un errore pensare che il problema fosse nella stessa area del dolore!

Il dolore alla parte frontale della spalla veniva in realtà dalla parte posteriore di quest’ultima, ovvero da punti trigger del muscolo infraspinato, un muscolo che copre parte della scapola. Il forte dolore nella parte posteriore della spalla veniva invece da punti trigger nel muscolo sottoscapolare, che si trova al di sotto della scapola, incastonato tra quest’ultima e le costole. D’altra parte, l’incessante dolore al bordo interno della scapola veniva da punti trigger nei muscoli scaleni, situati frontalmente e lateralmente al collo. Non meravigliava il fatto che nessuno sapesse cosa fare per me!

Era chiaro che tutto ciò che avevo erano svariati punti trigger nei muscoli della spalla; per la precisione, in più di venti muscoli, come alla fine si sarebbe scoperto. La mia prima massaggiatrice, quella che mi era piaciuta tanto, era riuscita a curarmi con normali tecniche di massaggio, ma solo adesso capivo che il suo obiettivo erano i punti trigger. Forse sarei riuscito ad avere ragione dei punti trigger con l’automassaggio. Cominciai a pensare che questo poteva essere un lavoro per qualcuno con la mentalità di un tecnico.

Magari qualcuno in gamba abbastanza da capire la complessità di un pianoforte a coda sarebbe stato anche capace di curare i punti trigger.
Spinto dalla mia infelicità e dall’entusiasmo per queste nuove idee, cominciai a studiare il libro di Travell e Simons notte e giorno. Scoprii che i miei punti trigger avrebbero potuto risolversi con l’automassaggio, a patto che perseverassi. Dopo un solo mese di tentativi, applicando quello che stavo leggendo, capitolo dopo capitolo, riuscii a sistemare la mia spalla. La mia spalla! Ero stupefatto: il dolore era sparito e riuscivo a sollevare il braccio. La notte riuscivo a dormire. Funzionava!

E data la natura inguaribilmente ottimista della mia mente, cominciai subito a pensare in grande. Capii di avere in mano qualcosa con cui avrei potuto efficacemente prendermi cura di me stesso, almeno fino a quando si fosse trattato di dolore miofasciale. Pensai di essere in grado di trattare ogni punto trigger che avrei potuto raggiungere, eliminando virtualmente tutti i possibili dolori. Potevo sviluppare un sistema completo, una sorta di nuova tecnologia, e forse anche altre persone ne avrebbero tratto beneficio.

Ingegnosità meccanica
Travell e Simons avevano fatto uno splendido lavoro offrendo la scienza del dolore miofasciale alla comunità medica. Le illustrazioni di Barbara Cummings rendevano estremamente chiaro ogni aspetto del problema. Senza queste persone, la scienza dei punti trigger e del dolore riferito sarebbe rimasta qualcosa di vago, inaccessibile e perlopiù sconosciuto.

Sfortunatamente, le due tecniche di Travell e Simons per disattivare i punti trigger non erano indicate per l’autotrattamento. Erano ideate specificamente per i medici e le cliniche di fisioterapia. Un medico poteva fare un’iniezione con procaina, un anestetico locale, e il fisioterapista poteva manipolare i punti trigger sino a farli sparire. Non mi convinceva comunque il fatto che il protocollo di fisioterapia, che Travell e Simons definivano il loro “cavallo da soma”, contemplasse quello stretching che io avevo scoperto così poco efficace, se non addirittura pericoloso, nel senso che aveva fatto peggiorare notevolmente i miei problemi alla spalla. Per agire con un buon margine di sicurezza, Travell e Simons proponevano di usare uno spray refrigerante sulla pelle. “Distraendo” così il sistema nervoso, i muscoli sottostanti diventavano meno propensi a irrigidirsi sulla difensiva. Nondimeno, che il metodo fosse sicuro o no, sentivo che lo spray e lo stretching erano troppo complessi per essere di qualche utilità pratica nell’automassaggio; inoltre, sarebbe stato impossibile utilizzarli nelle zone del corpo difficili da raggiungere.

In più, cercare di curare punti trigger relativamente piccoli mediante lo stretching di interi gruppi muscolari sembrava una cosa troppo indiretta e, in ultima analisi, inefficiente. Il problema non era la tensione generalizzata del muscolo, ma il punto trigger stesso, ovvero un punto specifico e circoscritto all’interno del muscolo. Chiaramente, bisognava sciogliere e rilassare le fibre muscolari irrigidite del punto trigger, quindi perché non andare direttamente alla fonte del problema e lavorarci sopra? Secondo me, il massaggio era l’approccio più naturale, anche perché quella brava massaggiatrice mi aveva dimostrato che funzionava.

Volevo trovare tecniche semplici per usare il massaggio come un autotrattamento. Volevo creare un metodo completo per affrontare i punti trigger in qualsiasi parte del corpo. Volevo qualcosa che una persona normale come me potesse immediatamente capire e usare. Ero sicuro che tutte queste cose potessero essere realizzate.

Ai tempi in cui lavoravo da Steinway, il complimento più grande era venire definiti un “bravo meccanico”. Il “bravo meccanico” si prendeva cura di tutti i dettagli e sapeva fare il suo lavoro nella maniera migliore, riuscendo a trovare la soluzione a un problema anche se non era riportata nei libri. Sino a quel punto, la mia vita era ruotata intorno alla figura del bravo meccanico, di colui che era capace di trovare la soluzione più facile. Certamente, questo era il criterio che cercavo per i punti trigger. Per riuscire a trattare questi ultimi, sentivo che il corpo doveva essere considerato come una macchina, un sistema meccanico di leve, fulcri e forze, specialmente in corrispondenza delle ossa e dei muscoli. Un sistema del genere ero in grado di capirlo. Aver lavorato tutta la vita con le mani mi dava ora un vantaggio nuovo e inaspettato.

La prima sfida fu quella di imparare la posizione esatta di ciascun muscolo, per capire come fosse attaccato alle ossa e che tipo di lavoro facesse. L’arte subentrava quando si trattava di capire il tipo preciso di massaggio da utilizzare per ciascun punto trigger. La cosa più difficile era comprendere come raggiungere aree difficili e ricavare la forza di leva necessaria da posizioni bizzarre, senza farmi male alle mani e alle dita, che erano già stressate per le fatiche quotidiane. Questo progetto divenne un’ossessione. Studiavo Travell e Simons come prima cosa alla mattina e l’ultima alla sera. Studiavo addirittura nel parcheggio di McDonald’s. Usando il mio corpo come laboratorio, scoprii qualcosa di nuovo ogni giorno. Mi accorsi che i punti trigger erano dappertutto e divenni cosciente di dolori che non sapevo di avere. Volevo parlare solo dei punti trigger e spesso urlavo ai miei familiari: «Ne ho trovato un altro! Ne ho trovato un altro!». In tre anni circa imparai a trovare e disattivare i punti trigger di centoventi paia di muscoli, la qual cosa mi aiutò a trattare ogni singolo punto trigger che Travell e Simons avevano descritto nei loro libri, eccetto quelli situati all’interno della pelvi.

Un mondo di dolore
Le diagnosi errate del dolore sono il problema più grave sollevato da Travell e Simons. Il dolore riferito dai punti trigger si confonde con i sintomi di una lunghissima lista di malanni comuni, ma i medici, soppesando tutte le sue possibili cause, raramente prendono in considerazione un’origine miofasciale. Lo studio dei punti trigger, dal punto di vista storico, non ha mai fatto parte della formazione medica. Travell e Simons fanno notare che molti dei dolori di tutti giorni sono causati dai punti trigger miofasciali e che l’ignoranza di simili concetti base ci porta inevitabilmente a diagnosi errate e al fallimento della terapia (Travell e Simons, 1999, pp. 12-14).

Fin dall’inizio avevo avuto la sensazione che per qualche oscuro motivo il grande lavoro di Janet Travell e David Simons fosse precipitato in un pozzo buio, rischiando di venire seppellito e dimenticato nell’indifferenza generale. Sicuramente, le scoperte di Travell riguardo il dolore avrebbero ormai dovuto cambiare il mondo della medicina e dare una scossa all’intero paese. Il primo volume del Trigger point manual era stato pubblicato nel 1983, ma non riuscivo a trovare niente sui punti trigger nelle biblioteche pubbliche. Nessuna delle tradizionali guide mediche per la famiglia li nominava minimamente. Nelle librerie non si trovava nulla e i medici continuavano a usare i farmaci come trattamento primario per il dolore. Molti erano fortemente ostili al concetto dei punti trigger, riducendoli a qualcosa di puramente immaginario o facente parte della pseudomedicina.

Solo i massaggiatori sembravano conoscere i punti trigger e il dolore riferito, e solo i migliori tra loro, almeno nella mia esperienza, riuscivano a trattarli in maniera efficace. Quel che era peggio, la grande varietà di tecniche indimostrabili offerte dai massaggiatori dava alla loro professione un’aura di ciarlataneria, con la conseguenza che l’elegante scienza del dolore miofasciale veniva confusa con trattamenti i cui risultati potevano facilmente essere attribuiti all’effetto placebo. In una situazione del genere, come poteva la professione medica, o anche solo il pubblico, considerare il massaggio una valida terapia per il dolore?

Chiaramente, c’erano tantissime persone alla ricerca di quelle soluzioni semplici e genuine al dolore che io sentivo di aver trovato. Non pensavo che i medici mi avrebbero mai dato retta sentendomi parlare di punti trigger. Portare i fatti riguardanti il dolore miofasciale direttamente al pubblico, invece, sembrava una mossa più logica. Cominciai a pensare di abbandonare il lavoro con i pianoforti. C’era qualcosa di più importante da fare.

La prima cosa che intendevo fare era scrivere qualcosa riguardo l’autotrattamento del dolore per tutti i miei amici della Piano Technicians Guild. Gli articoli precedenti scritti per la rivista «Piano Technicians Journal» mi avevano creato un certo pubblico, quindi pensai che le mie idee riguardo il dolore avessero più probabilità di venire pubblicate su quella rivista che da qualsiasi altra parte.

Cominciai anche a riflettere sulla possibilità di offrire seminari e workshop sull’autotrattamento del dolore; a tal fine, pensai che ottenere un diploma in una scuola di massaggio mi avrebbe dato più credibilità. Avevo però un motivo ancora migliore per frequentare una scuola di massaggio. Mia figlia Amber soffriva di un dolore cronico alla schiena sin da quando aveva sollevato una sedia molto pesante, durante un cambio di scena al teatro estivo in cui stava lavorando. Utilizzando le mie nuove conoscenze sui punti trigger, avevo provato a farle un massaggio, ma non ero stato molto bravo, perché non conoscevo le tecniche manuali utilizzate da lungo tempo dai massaggiatori. Mi sembrò allora che sarebbe valsa la pena imparare queste ultime, anche solo per aiutare mia figlia. Inoltre, tutto quello che avrei imparato avrebbe contribuito al mio metodo di autotrattamento.

Mi iscrissi alla scuola di massaggio più grande che riuscii a trovare, con una clinica annessa ben organizzata, nella quale poter fare più esperienze possibili nel tempo più breve. All’epoca era inimmaginabile che sarei diventato un terapista di professione, ma volevo assolutamente averne le capacità. Con l’aiuto di mio genero, cui avevo insegnato il mio lavoro di restauro, mi misi in pari con un arretrato di una mezza dozzina di pianoforti da riparare, giusto in tempo per iniziare un corso clinico di sei mesi allo Utah College of Massage Therapy.

Scuola di massaggio
Nella classe eravamo in quarantanove: trentasei donne e tredici uomini. Eravamo un gruppo molto variegato: venivamo da tutte le estrazioni sociali, da molti stati e paesi stranieri, e la nostra età andava dai 17 ai 60 anni. Divenne subito chiaro che, sebbene fossi il più anziano (e probabilmente oggetto di pregiudizi da parte degli altri, che mi consideravano un matusa), ero l’unico che poteva dire di non avere alcun dolore. Tutti gli altri, chi più chi meno, avevano qualche malanno che si portavano appresso da lungo tempo. Scoprii che questo era quasi un cliché: la gente frequentava una scuola di massaggio perché soffriva di dolori cronici, alla ricerca di una soluzione che non aveva trovato da nessun’altra parte.

Mi sembrò paradossale il fatto che arrivassi nello Utah dopo aver letto entrambi i volumi di Travell e Simons sui punti trigger e aver già sviluppato i fondamenti del mio metodo di autotrattamento, ma che nessuno era disposto ad ascoltarmi. Avevo appena abbandonato un mestiere in cui la mia parola era considerata un verbo sacro. La gente pendeva dalle mie labbra per tutto ciò che riguardava i pianoforti. Nel ruolo di studente, la mia autorità era ridotta a zero. Nessuno voleva stare a sentire quello che sapevo sui punti trigger. Potevo solo starmene lì e guardare uno studente che aveva un dolore improvviso (di solito un forte dolore al collo o uno spasmo muscolare alla schiena) correre da un chiropratico oppure nella stanza delle emergenze. Continuavo a offrire un aiuto che veniva rifiutato.

Persino più difficile era avvicinare gli istruttori su temi riguardanti l’automassaggio, anche se l’insegnante di anatomia sembrava un po’ più disponibile. Era un signore massiccio, sicuro di sé, con un grande senso dell’umorismo e che non aveva paura di perdere la sua autorità davanti agli studenti. Durante un intervallo, un giorno, mi sentì parlare a un compagno di classe dei punti trigger, e mi chiese se sapevo come guarire il dolore. Disse che spesso aveva dolori che attraversavano diagonalmente un lato del petto. Proprio quella mattina ne stava soffrendo. Non si trattava del cuore, disse, perché aveva già controllato. E mentre lui spiegava i sintomi, io cominciai a massaggiarlo sul collo, proprio sopra la clavicola. Improvvisamente smise di parlare e sobbalzò esclamando: «Hey, eccolo! Ecco il mio dolore! Cos’hai fatto?». Un punto trigger nel muscolo scaleno gli stava causando il dolore al petto. Gli mostrai come lavorare sul punto trigger da solo e in seguito mi disse che il dolore era sparito senza fare più ritorno.

Non riuscivo a raccapezzarmi. Quest’uomo era un infermiere professionista e un insegnante di anatomia molto in gamba. Conosceva i suoi muscoli ma non sapeva niente dei punti trigger. Era un prodotto dello stesso sistema che sfornava medici con la medesima grave lacuna.
Quando i compagni di corso mi videro trattare i punti trigger dell’insegnante di anatomia, mi permisero di mostrare loro qualcuno dei miei trucchi. Feci vedere a una studentessa come far cessare la sinusite manipolando i muscoli della mascella, a un altro come eliminare il dolore ai piedi massaggiando i polpacci, a un altro ancora come risolvere i problemi di pronuncia facendo attenzione ai punti trigger nella parte anteriore del collo. Molti vennero da me per dolori alla schiena di vario tipo. Alla fine, quasi al termine del corso, avevo mostrato all’intera classe le mie tecniche per risolvere quei problemi alle braccia e alle mani che avevano afflitto tutti noi da quando lavoravamo alla clinica. Infatti, molti corsi di massaggio prevedevano la pratica nella clinica nel weekend, dove non era raro che noi corsisti effettuassimo centoventi massaggi tra il sabato e la domenica.

Nella clinica vidi gli stessi tipi di dolore riscontrati negli studenti: molti riguardavano la schiena, ma c’era anche una vasta selezione di tutti gli altri tipi di dolore immaginabili. Dolori in ogni parte del corpo e in ogni giuntura: spalle, gomiti, polsi, nocche, anche, ginocchia, caviglie. Di solito il cliente era già andato da medici, chiropratici, fisioterapisti ecc. cercando un “mago in camice bianco”. Aveva anche provato yoga, magnetoterapia, diete particolari, terapie erboristiche e agopuntura. Qualcuno si portava appresso il problema da dieci anni e più. Molti pensavano di avere magari l’artrite, per cui si erano ormai rassegnati a prendere pillole. Si sentivano più vecchi della loro età ed erano oppressi dal dolore. Sentivano il loro futuro in pericolo. La depressione, conseguente al dolore incessante, era un tema diffuso.

Era esasperante sentire continuamente le stesse cose, sapere quanto fossero semplici i problemi e le soluzioni, e sapere che molta gente ricorreva al massaggio solo come ultima spiaggia. Dal mio punto di vista, il massaggio era la sola cosa che funzionasse per questi dolori e doveva essere la prima terapia, non certo l’ultima. Mi rendevo conto quasi sempre che i punti trigger erano la prima causa dei problemi dei miei clienti, i quali puntualmente scendevano dal mio lettino sentendosi meglio. Molti se ne andavano con la sensazione di aver finalmente trovato qualcosa che funzionava. Mi accorgevo sempre più che anche io avevo scoperto qualcosa che funzionava. Ero sorpreso da quanto mi piacesse fare massaggi. Chiesi di poter lavorare di più e accumulai quasi il doppio delle ore richieste.

Fino a quando non cominciai a lavorare regolarmente nella clinica, non mi ero accorto che fare massaggi agli altri era una maniera per prendermi cura di me. Avevo iniziato pensando solo a prendere un diploma da una buona scuola, così da avere un minimo di credibilità quando avrei insegnato l’automassaggio. Inaspettatamente, mi accorsi di ricevere qualcosa anche io dai massaggi che facevo, forse più dei miei clienti. Mi sentivo più gentile ed empatico. Sapere come curare il mio dolore mi aveva reso più capace di prendermi cura degli altri, cosa che a sua volta mi metteva in grado di prendermi meglio cura di me stesso. I sei mesi allo Utah College of Massage Therapy mi avevano trasformato. Mi dispiacque non averlo fatto prima.

Temi ricorrenti
All’epoca in cui frequentavo la scuola di massaggio terminai di scrivere una serie di otto articoli sull’automassaggio dei punti trigger per la rivista «Piano Technicians Journal». La pubblicazione cominciò due mesi dopo il mio diploma. Quando apparve il primo articolo, gli accordatori di pianoforte che si trovavano in condizioni disperate cominciarono a chiamarmi da tutti gli Stati Uniti e anche dal Canada. Non volevano aspettare la pubblicazione degli articoli che avrebbero trattato i loro specifici problemi. Molti erano sul punto di mollare il proprio lavoro a causa del dolore cronico. Alcuni avevano dolori da circa vent’anni e avevano cercato aiuto presso la comunità medica, come avevo fatto io, ma sempre con gli stessi deludenti risultati.

Un accordatore del New England soffriva di forti dolori ricorrenti alle ginocchia sin da quando aveva scalato il monte Katahdin, la vetta più alta del Maine, circa dodici anni prima. Il dolore era cominciato durante la discesa dalla montagna e i suoi amici lo avevano dovuto trasportare a valle con le loro braccia per la maggior parte del tragitto. Ora non riusciva nemmeno a uscire di casa per falciare il prato senza soffrire di dolori per giorni e giorni. Con una semplice chiacchierata al telefono fu capace di trovare e massaggiare dei punti trigger terribilmente dolorosi sulle sue cosce. Prima di riappendere la cornetta, i dolori erano spariti. Non c’era stato modo per lui di rendersi conto che il problema non stava nelle ginocchia, bensì nei muscoli delle cosce, stressati dall’insolita scalata alla montagna. I medici, i fisioterapisti e i chiropratici non ne sapevano niente. Un paio di mesi più tardi, alla convention nazionale della Piano Technicians Guild, lui mi disse tutto contento che continuava a massaggiarsi i punti trigger e che non aveva più avuto problemi alle ginocchia. Ne fui felice quanto lui. In quella convention avevo in programma un seminario sull’autotrattamento del dolore, ma temevo che nessuno sarebbe venuto. In realtà, se pensavo al numero di persone che mi avevano già telefonato, avrei dovuto capire che le cose sarebbero andate diversamente. Infatti, centodieci persone parteciparono al seminario, per cui nella piccola stanza assegnatami ci furono solo posti in piedi. Sapevo almeno una cosa su tutti i presenti in quella stanza, prima ancora di cominciare: ognuno aveva il suo dolore.

I tecnici di pianoforte sono il gruppo di persone più intelligente, creativo e singolare che abbia mai avuto l’onore di conoscere. Allo stesso tempo, sono uomini caparbiamente indipendenti. Alcuni preferirebbero letteralmente morire piuttosto che chiedere aiuto. Se avessi insegnato loro qualcosa sul dolore che avrebbero potuto fare da soli, mi avrebbero ascoltato. Lì dentro tutti erano talmente disperati che nessuno si distrasse durante l’intera lezione. Ne fui molto colpito.

Fu quella la prima convention alla quale non partecipai come tecnico di pianoforte, bensì come specialista di massaggi. Per tutta la settimana non partecipai a nessun meeting. Non andai alle riunioni dei comitati e nemmeno alle feste serali. Avevo qualcosa di meglio da fare. Passavo ogni giorno, dalle otto di mattina fino alle dieci di sera, a fare massaggi e a parlare di punti trigger, lasciando la mia stanza solo per un veloce spuntino. Non erano soltanto gli accordatori di pianoforte a venire da me: anche le loro mogli si presentavano. Sebbene ci fossero temi ricorrenti, come ad esempio i dolori alla spalla, i problemi che mi venivano sottoposti erano di tutti i tipi: dolori alla schiena, al collo, mal di testa, mani intorpidite ecc. proprio come nella clinica di massaggio. La gente che partecipava alla convention veniva da tutto il Nord America, ma c’erano anche persone da paesi stranieri. Non aveva importanza da dove venisse il paziente, tutti avevano lo stesso problema: non riuscivano a trovare soluzioni efficaci. Nessuno sembrava conoscere la causa del dolore e cosa fare al riguardo.

Tornato nel Kentucky, mi misi a lavorare nel privato e mi ritrovai subito di fronte alle stesse situazioni, ormai familiari. Tutti coloro che venivano da me per un massaggio erano già passati da un medico o erano stati in clinica. Quasi tutti avevano consultato un chiropratico. Molti addirittura erano stati al pronto soccorso a causa del dolore che li affliggeva. Parecchi avevano fatto fisioterapia. Tutto era stato tentato, comprese varie forme di medicina alternativa. Alcuni di loro avevano provato anche con il massaggio, ma non ne conservavano un buon ricordo: era stato un “massaggio-benessere”, nel senso che era stato rilassante, ma non aveva cambiato di una virgola la loro situazione.

Quello che è interessante è che quasi tutte le persone che venivano da me avevano una forma o l’altra di dolore alla schiena, in aggiunta ad altre patologie. I trattamenti per il mal di schiena che avevano già fatto si erano concentrati sulla colonna vertebrale. Ricordo di aver sentito di iniezioni di papaya o cortisone. A queste persone era stato detto che si trattava di artrite, dischi intervertebrali lesionati o cartilagini usurate. Erano state loro mostrate radiografie che pretendevano di dimostrare questi fatti. Una donna era in procinto di fare un’operazione di fusione delle vertebre. Alcuni avevano già avuto interventi chirurgici, ma spesso avevano lo stesso dolore di prima dell’operazione. In tali casi, il chirurgo diceva immancabilmente che lui era molto spiacente, ma aveva fatto tutto quello che era possibile. Quindi si rinnovavano le ricette per gli antidolorifici e si scaricava tutto il problema sulle spalle dei fisioterapisti. Sentivo queste storie sempre uguali e ogni volta scoprivo che la terapia dei punti trigger dava a queste persone il sollievo che stavano cercando da lungo tempo. Erano stati i punti trigger il vero problema, in primo luogo? O l’artrite? O i dischi intervertebrali lesionati? Nel Trigger point manual di Travell e Simons avevo letto che era possibile avere ernie discali e artrite alla colonna vertebrale, e tuttavia scoprire che i punti trigger miofasciali erano la causa primaria del dolore alla schiena.

Una paziente disse che il suo medico le aveva confidato di soffrire a sua volta di dolori alla schiena. Sotto i vestiti portava magneti esattamente come lei. Molti miei pazienti avevano provato i magneti ed erano a volte un po’ imbarazzati nell’ammetterlo. In verità, mi dicevano che i magneti sembravano funzionare, ma alla fine il dolore ricompariva sempre. Succedeva lo stesso con i TENS, cioè le stimolazioni elettriche transcutanee: quando smettevi le stimolazioni elettriche, il problema tornava (una stimolazione elettrica transcutanea dà un piccolo shock, dovuto alla corrente, che va a interferire con i segnali elettrici del dolore, ma non ha nessun effetto sulla causa di quest’ultimo).

Quasi tutte le persone che trattavo stavano seguendo qualche terapia farmacologica per il dolore, ma praticamente nessuna pensava che gli antidolorifici fossero un vero rimedio. La gente sembra rendersi conto, alla fin fine, che mettere una pezza sopra il dolore serve solo a nascondere il vero problema. E quando nascondi il problema, non c’è più la possibilità di affrontarlo. Visti in questo modo, gli antidolorifici servono solo a perpetuare il dolore. La gente vuole soluzioni che funzionino, non modi di nascondere il problema.

Un altro tema comune tra i pazienti che venivano da me era l’indolenzimento e il dolore alle mani e alle dita. Cominciai ad avere l’impressione che le tastiere dei computer stessero rovinando il paese intero. Vidi sospensori per il polso di tutti i tipi. Un dottore voleva mettere i polsi di una paziente dentro una sorta di gabbia, per curare le sue mani intorpidite. Molti clienti temevano di avere la sindrome del tunnel carpale o avevano già avuto una diagnosi del genere, ma il massaggio dei punti trigger nell’avambraccio, nelle spalle e nel collo riusciva sempre a risolvere il problema. Questo risultato era sempre una grande sorpresa per il paziente, ma non per me. I successi con i sintomi del “tunnel carpale” erano così frequenti che cominciai a chiedermi se la sindrome del tunnel carpale esistesse davvero.

Cosa significava tutto questo per me? Sapevo come trattare me stesso ed era chiaro che potevo aiutare gli altri, ma era proprio questo il miglior uso possibile delle mie nuove doti? Intorno a me c’era tantissima gente che soffriva, ma avevo cominciato troppo tardi a fare il massaggiatore per sperare di aiutare individualmente tutte quelle persone. Alla mia età, non avevo davanti a me una lunga carriera come terapista. Cosa potevo fare per gli altri, con le energie e i mezzi rimastimi? Mi divenne sempre più chiaro che dovevo scrivere un libro sui punti trigger, per far sì che queste informazioni arrivassero a più gente possibile.

Costruire una rete più vasta

Questo libro avrebbe dovuto scriverlo un medico, qualcuno in camice bianco, autorevole e referenziato, con tanti anni di esperienza e molti articoli sulle riviste di medicina. Se le iniziali “M.D.” [Dottore in medicina; N.d.T.] seguissero il mio nome sulla copertina di questo libro, non ci sarebbe stato bisogno di scrivere questo capitolo.
Esso serve solo per spingerti ad avere fiducia in quello che dico a proposito del dolore e per farti sospendere lo scetticismo, almeno quel tanto che basta da permetterti di provare i metodi che offro. La prova migliore della validità del mio metodo verrà dalla tua esperienza personale. Provare è il solo modo in cui potrai confermare o meno le mie affermazioni riguardo questo metodo.
Non affermo di essere un’autorità in fatto di dolore. Travell e Simons, invece, lo sono. Nello scrivere questo libro, il mio lavoro è stato essenzialmente quello di mettere la loro grande conoscenza in una forma più divulgativa e comprensibile, al fine di trasmetterla al lettore. Essere riuscito a risolvere i miei problemi con il dolore conta qualcosa, comunque. Anche essere un massaggiatore ha la sua importanza, perché ho dimostrato a me stesso e ai miei clienti che so curare il dolore altrui.
Pensavo che forse ti avrebbe interessato la storia della mia spalla, sapere come la saggezza di Travell e Simons mi ha portato a vincere le difficoltà, donandomi davvero una nuova vita. Dal mio successo contro il dolore ho pensato che potresti ricavare un po’ di speranza: la mia nuova vita offre la possibilità di una nuova vita anche a te. La mia speranza è che questo libro alla fine si riveli utile. Sarai tu a dire se avevo ragione o torto.

Leggi il libro "Il Manuale della Terapia dei Trigger Point"



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