Denuncia sanitaria

Ai malati serve coraggio ma prima l’accesso alle cure

Fonte: Repubblica.it


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'Sarebbe opportuno che, parlando della loro esperienza, i personaggi pubblici, si facessero interpreti dei problemi che molto cittadini conoscono bene'

La condizione della malattia, soprattutto quando è a rischio la propria esistenza, mette alla prova. Che può essere dura. Per il corpo, per la psiche, per i rapporti con gli altri. A volte ci si chiude in se stessi. Però accade anche il contrario, perché il male può portare alla scoperta di valori prima repressi, perché apre a nuove esperienze e conoscenze, perché fa apprezzare le cose semplici e mai considerate.

È una fase di riflessione. Di rabbia. Di comprensione. Di rivalsa. Si diventa remissivi, oppure bastardi. Si torna un po' bambini e ci si sente più vecchi. Qualcuno sente di avere davvero bisogno dell’assistenza degli altri, c’è invece chi la rifiuta, perché non vuole avere dipendenze, convinto di farcela da solo. Viene il desiderio di scappare, di andare altrove, di rompere con una situazione opprimente. E di rimanere, di affrontare il male così come si presenta, di accettare la sfida. La paura spesso prende il sopravvento perché le parole dei medici non sono confortanti, però quelle stesse parole fanno scattare una molla e improvvisamente sboccia il coraggio. Si fanno bilanci sulla vita vissuta prima della malattia, il futuro diventa oscuro, non si progetta più. Al contrario vale il "carpe diem", si vive qui e ora, cercando di ottenere il meglio. La notte può prevalere sul giorno, viceversa il sole e le belle giornate aiutano a sentirsi meglio. È una condizione che non permette di scegliere, e l'autonomia esistenziale si riduce al possibile. Tuttavia si può contrastare, lavorando sulla forza di volontà.

Di solito l’autocommiserazione prende il sopravvento sull’autocritica, i desideri diminuiscono, le certezze si infrangono con la realtà e scompaiono più o meno velocemente. Possono essere dominanti i momenti tristi e difficili perché il dolore fisico non dà tregua e si impone. Oppure si chiede al corpo di reagire, di non lasciarsi andare. Non ti senti più libero perché le pillole, le visite mediche, le terapie, gli esami di controlli scandiscono le giornate. Il tempo è il nemico da contrastare o l'alleato giusto per combattere una guerra per la vita. Ecco perché non esiste il malato: esistono i malati e loro mille diversità.

La malattia oggi è una presenza continua e costante dell'esistenza umana. È una costante protagonista sui mass-media, vissuta e testimoniata da personaggi pubblici, narrata sui libri e negli sceneggiati televisivi, esaltata da nuove scoperte scientifiche che aprono spiragli (raramente qualche porta) alla speranza. Entra direttamente e indirettamente nelle case di tutti. Però a volte viene raccontata con un eccesso di retorica. Che diventa contagiosa. E rischiosa, illusoria. In particolare quando la malattia da privata diventa pubblica, si etichettano le persone in "combattenti" - e ci può stare - se non addirittura in "eroi", mentre non c'è davvero nulla di eroico, perché bisogna scontrarsi con i problemi concreti, con i tanti coni d'ombra con i quali è obbligatorio misurarsi per riuscire a fare i controlli necessari, doverosi, vitali.

Se la testimone famosa - a me francamente sconosciuta, per mia ignoranza - di "Le Iene" fa outing sul proprio cancro, non c'è nulla di nuovo. I personaggi pubblici che l'hanno fatto e lo fanno continuamente sono parecchi. Di solito sono persone di spettacolo, convinte che anche la malattia deve essere spettacolarizzata, perché potrebbe essere di aiuto agli altri, alla gente "comune". Ma proprio qui si annida la retorica. Perché i "vip" che si raccontano, non vivono, né conoscono i problemi della Sanità. Sono in una situazione di privilegio, possono contare sui migliori professionisti, trovano le porte spalancate, non devono aspettare che il male prenda il sopravvento, perché non riconosciuto nei tempi necessari per affrontarlo. All’opposto si trovano milioni di donne e uomini che non hanno accesso alle cure. E, come sappiamo, questo è il dramma più preoccupante dell'assistenza sanitaria, perché per tante persone la mancanza di accesso significa morte prematura. Come denunciano da anni numerosi studi e ricerche, non trovando mai una risposta politica adeguata.

Quante vite si perdono in attesa di una diagnosi? Non lo sappiamo. Quanti ospedali non hanno le strutture necessarie per inquadrare la malattia? Troppi e in particolare nel Sud del Paese. Come pesa la carenza di personale - camici bianchi e infermieri negli ospedali, medici di famiglia - sui tempi, tardivi, delle prestazioni? Da spartiacque, tra la sopravvivenza e la morte. La pesante realtà ci dice che una parte della nostra Sanità, agisce come un Robespierre, quasi alla cieca, tagliando decine e decine di migliaia di vite che invece potrebbero essere salvate.

In genere i "vip" non conoscono il Servizio sanitario nazionale, perché soltanto raramente lo sfiorano. I loro problemi di salute li affrontano senza dover telefonare e telefonare per prenotare, e avere un appuntamento per una Pet - se c'è nel territorio di appartenenza - di solito fissato a distanza di mesi e mesi. Nel frattempo il male avanza, devasta, si trasforma in killer. Per questo sarebbe opportuno che, parlando della loro esperienza, i personaggi pubblici, si facessero interpreti dei problemi che molto cittadini conoscono bene. Infondere coraggio è importante, è utile. Però non basta. Soprattutto a quelli che non hanno i santi in Paradiso.



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