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Lotta alla fame: più cibo nel piatto per tutti

Fonte: Valori (Rivista)



lotta fame
I beni alimentari ci sono ma la malnutrizione colpisce centinaia di milioni di persone

I beni alimentari ci sono ma la malnutrizione colpisce centinaia di milioni di persone. Dito puntato contro il land grabbing e un’iniqua distribuzione delle terre.

Una riduzione di cento milioni nel numero di denutriti in dieci anni non può far felici. Per più di un motivo: perché – rivela la Fao – almeno otto volte tanti ancora lottano contro la fame. E perché già produciamo alimenti per 12 miliardi di individui. «Il problema è la distribuzione, non la quantità». Ne è convinto il presidente di Slow Food Italia, Gaetano Pascale, ed è ormai assodato che da un lato il sistema globale della distribuzione del cibo così accentrato, e dall’altro il land grabbing, la progressiva acquisizione delle terre compiuta da corporation e governi, stiano minando la sovranità alimentare di molti Paesi.

Continenti ad altissima presenza di affamati come l’Africa e l’Asia sono tra i primi bersagli. «Ma la concentrazione della proprietà di terra in poche mani – sottolinea un rapporto del 2013 di Via Campesina – riguarda sempre più anche l’Europa, dove vi sono circa 12 milioni di aziende agricole, ma quelle più grandi (sopra i 100 ettari), che sono solo il 3% del totale, controllano il 50% di tutte le terre coltivate».

Economia locale e sovrana
E se alla diffusione della proprietà del suolo per chi coltiva è connessa sia la disponibilità dei prodotti da parte dei consumatori sia un più agevole accesso al cibo (in quantità e qualità), «allo sviluppo delle filiere corte si collega un rafforzamento della sovranità alimentare nelle diverse aree geografiche, tramite l’impiego di risorse locali».

Questa la tesi di Beppe Croce, responsabile nazionale Agricoltura di Legambiente, che ipotizza una gestione della produzione e della distribuzione di cibo che sappia ridurre le disparità, avvantaggiandosi anche da una modifica della dieta che liberi terre coltivabili grazie alla riduzione delle calorie di derivazione animale, e puntando su «orticoltura urbana, agricoltura di prossimità e gruppi di acquisto solidale».

Diverse componenti per arginare il condizionamento di un modello distributivo che sta portando anche alcuni Stati africani ad adottare «un’economia urbana completamente dipendente dall’esterno»; Paesi che, non avendo una struttura industriale e commerciale sviluppata capace di garantire ad essi potere negoziale, diventano «destinatari di gran parte degli scarti dell’agroalimentare dell’Occidente, ad esempio gli avanzi dei nostri polli, che giungono in Cina o in Africa tramite lunghe filiere distributive, in cui spesso non viene adottata una catena del freddo regolare».

Da qui l’opportunità, intrapresa solo da alcuni, di cambiare il proprio destino, investendo su una politica agricola per lo sviluppo interno: «Il governo del Camerun – conclude Croce – ha varato ad esempio un grande piano di agricoltura biologica di qualità, non solo per l’autoconsumo ma per sviluppare l’export di prodotti, anche trasformati, di vario tipo, come caffè, cacao, ortaggi e persino la pasta».



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