Alimentazione

Lobby delle sementi, colpo gobbo a Bruxelles

Fonte: Valori (Rivista)


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La Corte di Giustizia Ue ha dichiarato illegale la vendita di semi tradizionali, non iscritti nel catalogo ufficiale europeo

La Corte di Giustizia Ue ha dichiarato illegale la vendita di semi tradizionali, non iscritti nel catalogo ufficiale europeo. Un favore enorme per le multinazionali del settore. Un colpo forse mortale per la biodiversità e per le varietà autoctone.

Nella perdurante calura estiva la notizia è (stranamente) sfuggita agli sguardi altrimenti attenti e occhiuti della stampa italiana. Ma la decisione della Corte di Giustizia europea del luglio scorso potrebbe avere effetti dirompenti su molte produzioni agricole che hanno fatto la storia gastronomica dell’Italia: i giudici della Ue hanno infatti confermato il divieto di commercializzare le varietà tradizionali di sementi che non siano iscritte nel catalogo ufficiale europeo.

Il caso nasce in risposta a una denuncia che l’azienda francese di sementi Graines Baumaux Sas aveva presentato contro la Kokopelli, Ong transalpina che vende sementi di varietà antiche. Tra di esse il seme Kokopelli 461, una varietà non ammessa dalla direttiva Ue in vigore dal 1998. Prima il ricorso ai tribunali francesi. Vittoria in primo grado per la Graines.

La Kokopelli fa ricorso in appello. I giudici francesi chiedono l’intervento della Corte Ue, per verificare se le norme sul catalogo delle varietà non violino i principi fondamentali dell’Unione europea. A Lussemburgo i giudici danno prima ragione alla Kokopelli («L’assenza di una semente dal catalogo non è indice del fatto che non sia “buona”, perché le norme che ne regolano l’iscrizione non riguardano la salubrità della pianta, ma logiche commerciali», sentenziano i magistrati Ue). Ma, dopo un ricorso della Graines, ribaltano la sentenza giustificando il divieto di commercializzare sementi antiche con l’obiettivo di ottenere «un’accresciuta produttività agricola».

Una decisione che lascia l’amaro in bocca anche perché arriva nonostante il parere contrario dell’avvocato generale della Corte, Juliane Kottott, secondo la quale il divieto di vendere semi non inseriti nel catalogo ufficiale viola i principi di libertà d’impresa, libera circolazione delle merci e il principio di non discriminazione.

Per la Kokopelli si profila a questopunto una condanna a 100 mila euro per danni e l’obbligo di cessare tutte le attività di vendita.
In Italia, plaude alla decisione l’Assosementi, che riunisce l’industria sementaria. Esterrefatti e preoccupati invece quanti sostengono l’utilità di preservare le varietà tradizionali e di non consegnare il mercato delle sementi alle sole multinazionali. «La scelta del catalogo delle sementi è senza senso» attacca Pietro Sandali, capo dell’area economica di Coldiretti. «Si vieta agli agricoltori di vendere tra loro le sementi e si infligge un colpo mortale alle varietà tradizionali, condannandole all’estinzione e privando l’umanità di un importante patrimonio di biodiversità. In più di fatto si blocca la ricerca sulla genomica che, analizzando le varietà tradizionali, può permettere di scoprire vantaggi per i coltivatori e per i consumatori. È invece necessario un albo delle sementi tradizionali autoctone».

Sulla stessa linea, Slow Food, che vede messi a rischio gli sforzi profusi per la tutela di molti presidi cerealicoli. «Iscrivere le sementi tradizionali nel registro – spiega Cinzia Scaffidi, direttrice del Centro Studi – è complesso sia per motivi legati al costo della registrazione sia perché difficilmente rispettano il requisito della uniformità. Quel registro è, infatti, stato creato per le sementi “pure” selezionate dalle multinazionali». Una norma ad aziendas, verrebbe da dire.

Ironica la reazione della Kokopelli: «Perché non esiste un registro ufficiale dei bulloni e delle viti? Forse perché manca una Monsanto della minuteria metallica?».



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