Alimentazione

Latte. L'oro bianco che non conosce la crisi

Fonte: Valori (Rivista)



latte
Nel mondo la diffusione di latte e derivati continua ad aumentare

Nel mondo la diffusione di latte e derivati continua ad aumentare. Il marketing contribuisce ad alimentare la domanda. E a spingere al rialzo i ritmi di produzione.

150milioni di nuclei familiari. È la misura, per quanto approssimativa, dei soggetti coinvolti nella produzione di latte su scala mondiale. Il dato lo ha fornito di recente la Fao, evidenziando le caratteristiche principali di un fenomeno in cui si intrecciano attività economiche a livello micro e macro, sicurezza alimentare e business globale.  E sì, perché quello del latte resta un settore capace di offrire garanzie uniche, a cominciare dal peso della domanda.
Nel mondo, il consumo di latte o latticini interessa 6 persone su 7, che oggi, in valore assoluto, fa 6 seguito da nove zeri. Ma il dato più importante, in realtà, è che i consumi stessi sono aumentati in modo impressionante negli ultimi decenni. La produzione globale di latte su base annuale si avvicina ormai verso quota 800 milioni di tonnellate. Tre decenni or sono non si arrivava a 500.

Un mercato in espansione

Il settore, insomma, non sembra conoscere crisi, tanto nel “lunghissimo”, per così dire, quanto nel “medio” periodo. Nei cinque anni post crisi (2009-13), segnala l’ultimo rapporto del Packaging Machinery Manufacturers Institute (PMMI), l’associazione statunitense degli operatori dell’imballaggio, il tasso di crescita registrato dal settore nel Pianeta è stato pari, su base annuale, al 4,1%. Un ritmo di espansione superiore a quello registrato nello stesso periodo dall’economia mondiale.

Nel 2015, si stima, il fatturato delle vendite di latte e latticini dovrebbe sfiorare i 500 miliardi di dollari – una cifra, per rendere l’idea, equivalente a mezzo Pil dell’Australia – con gli Usa, da soli, responsabili di un quarto del fatturato globale. Il fatto è che i consumatori asiatici ne vogliono sempre di più. Cina, Iran, Indonesia e Filippine, in particolare, rappresenteranno un traino decisivo nel mercato, nota la Fao, alimentando una
domanda che, rileva ancora il PMMI, sarebbe favorita anche dalla diffusione del modello di dieta occidentale che implica un maggior impiego di latticini nonché dalla crescita della popolarità, della varietà e dell’appeal dei prodotti. Tradotto: significativi investimenti sul fronte del marketing.

Una strategia, quest’ultima, che il settore ha iniziato a sviluppare moltissimi anni fa. Ne è consapevole, su tutti, il pubblico americano che a partire dal 1907 ha associato spesso il prodotto a uno slogan di successo: milk from contented cows, ovvero “il latte dalle mucche felici”, secondo il concetto “animali soddisfatti uguale latte migliore”. L’invenzione spetta a un’impresa americana, la Carnation Milk Products Company, la stessa che contribuì a diffondere il latte condensato nel mercato statunitense e che, dal 1917, ha addirittura ribattezzato con il proprio
nome la sua città d’origine: Tolt, nello Stato di Washington. Ma l’azienda passa anche alla storia per aver promosso in America la selezione genetica degli animali, pratica nata in Inghilterra nel XVIII secolo per la produzione di carne e riproposta dall’azienda Usa sul fronte dei bovini da latte. Ciò che la Carnation fece, in altre parole, fu creare la “frisona americana”, ovvero, come spiega il bio - economista Alberto Berton accanto), «trasformare la frisona olandese in un’autentica macchina da latte perfettamente adatta ai nuovi sistemi intensivi di allevamento e di mungitura».

Spingere al massimo
L’innovazione aprì la strada allo sviluppo del settore, ma, come ricorda Berton, non senza effetti. «Nell’ultimo secolo l’unico criterio di selezione è stata la conformazione della mammella», rileva. «Un’operazione che ha avuto conseguenze dirette sul ciclo di vita degli animali. Un tempo
una vacca poteva durare anche 14 anni, oggi dopo 3 o al massimo 4 anni il suo scheletro non regge più e la sua “carriera” produttiva
può dirsi finita. E il risultato è che questi animali, in media, finiscono al macello senza avere avuto il tempo di andare incontro a un secondo parto».

Il risultato è un comparto in cui si spinge sempre al massimo, aprendo così le porte alla concentrazione. «Gli allevatori producono sempre più latte da ogni singola mucca mentre i produttori di latticini vedono il loro output crescere e i loro costi operativi ridursi», rileva ancora il rapporto
PMMI. Nel 2012 il 57% del latte prodotto negli Usa proveniva da aziende con almeno 500 animali (ma vi sono impianti dove si raggiungono le 30 mila unità), un segnale del peso crescente assunto dalla tecnologia e dalle economie di scala che tendono a escludere dal mercato le aziende
più piccole. Dal 1992 ad oggi il numero delle aziende casearie usa è calato del 61%.

Il trend si conferma ovviamente anche su scala mondiale. A Riyadh, in Arabia Saudita, la Al Safi Dairy gestisce la più grande fattoria integrata del mondo dove 37mila mucche producono latte per il colosso francese Danone, ottava azienda globale del settore con 8,2 milioni di tonnellate processate ogni anno. La neozelandese Fonterra, leader mondiale, ne gestisce addirittura 21,4, contro le 17,1 della Dairy Farmers of America e le 15 circa della francese Lactalis e della svizzera Nestlé (che nel 1985 ha acquisito la Carnation). Da sole le prime dieci multinazionali del comparto gestiscono il 16,7% di tutto il latte prodotto nel mondo. Il loro fatturato complessivo (latte e altre attività) supera i 140
miliardi di dollari.



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