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Italia regina di fiori

Fonte: Valori (Rivista)


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L’Italia è il Paese europeo più ricco di biodiversità

Il patrimonio italiano di parchi e biodiversità è il più ricco d’Europa e vale molto anche in termini economici. Una fonte di sviluppo sano. Ma il rischio di finanziarizzazione della natura è dietro l’angolo.

Eurostat ha deciso che, nel calcolo delle prestazioni economiche di ogni Paese membro, da quest’anno si dovrà computare anche una stima delle attività illegali. Traffico di stupefacenti, prostituzione, contrabbando. Se non fossero ambiti legati alla criminalità, potremmo quasi rallegrarcene, visto il know how e i risultati che l’Italia vanta in questi settori. Ma meglio staremmo se invece l’Europa considerasse – e noi esaltassimo – il valore economico e produttivo, culturale e ambientale del patrimonio nazionale conservato nelle aree protette. Perché, ricorda il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri, «l’Italia è il Paese europeo più ricco di biodiversità: considerando specie animali e vegetali, avremmo con la Germania uno spread sulla biodiversità di 520 punti base in nostro favore». E va detto che la nostra capacità di proteggere questa ricchezza è tutt’altro che trascurabile: in Germania due specie simbolo come l’orso e il lupo sono ad esempio estinte da tempo. L’Italia è prima in Europa per numero assoluto di specie floreali, vanta oltre 58mila specie animali (più di un terzo della fauna europea) e 9mila tra piante, muschi e licheni (la metà dei vegetali del continente). Un’ampia “fetta” di natura di cui abbiamo saputo tutelare la bellezza, e che per questo è diventata molto redditizia.


MONTAGNE DI DENARO

Sull’importanza economica delle nostre bellezze naturali, in attesa dello studio approfondito – ma per ora segretissimo – che Unioncamere e il ministero dell’Ambiente stanno elaborando da mesi, alcuni dati significativi esistono già. A cominciare da quelli pubblicati ad aprile nell’XI Rapporto Ecotur sul Turismo natura. Nel 2013 ben 101 milioni di persone persone hanno visitato i parchi italiani (+1,48% rispetto al 2012) e il settore ha prodotto un fatturato complessivo di 11 miliardi e 378 milioni di euro, con un aumento del 4,1% rispetto all’anno precedente. Un
contributo enorme al Pil italiano, con un ulteriore guadagno dovuto alla crescita dell’incidenza di turisti stranieri, cioè il 40,2% del totale, che spendono mediamente 100 euro al giorno a fronte dei 65 euro di un italiano. E, se il parco più richiesto dagli italiani  è quello d’Abruzzo (21%), seguito da Gran Paradiso (17%) e dalle Dolomiti Bellunesi (11%), gli stranieri preferiscono il Parco delle Cinque Terre (25%).
Risultati positivi. Anche perché in netta controtendenza rispetto a quelli degli altri comparti turistici; nonché da apprezzare per le loro “esternalità positive”, prodotte senza essere conteggiate nei bilanci. Immaginiamo, infatti, quante emissioni inquinanti vengono evitate da un turismo che si muove nella natura soprattutto in bicicletta (30%) e a piedi (21%); o consideriamo il ruolo di difesa dal dissesto idrogeologico che un bosco svolge solo per il fatto di esserci ed essere ben mantenuto (chiedetelo nelle zone alluvionate in Liguria).

UNA CULLA ANCHE PER LE IMPRESE
Di più. A dicembre 2013 il ministero dell’Ambiente snocciolava alcuni numeri interessanti, nati dalla collaborazione con Unioncamere: le aree protette ospiterebbero 756mila imprese e il 17% degli insediamenti produttivi nazionali; avrebbero generato nel 2011 ben 34,6 miliardi di euro, ovvero il 3,2% della ricchezza nazionale complessiva, ma su un territorio che copre il 5% della nostra penisola. Nei parchi nazionali, poi, le imprese crescerebbero il doppio rispetto alle aree vicine, occupando il 10% in più di donne e di giovani, e con una maggiore propensione al sociale e alla forma cooperativa. Senza tener conto di una stima secondo cui «la creazione di valore in diretta dipendenza dell’esistenza dell’area protetta varrebbe in tasse circa 25 volte di più di ciò che lo Stato spende per i 24 parchi nazionali italiani». Che tuttavia non è molto: alle aree marine vengono destinati appena 4 milioni di euro l’anno.

DALLA PERIFERIA AL CENTRO
Insomma, i parchi da tipici soggetti “politicamente deboli” e territorialmente ai margini nel XIX secolo diventano oggi custodi di un patrimonio ancora ben conservato e, soprattutto, visto quale fonte imprescindibile di futuro per le comunità. Tanto che oggi può accadere di sentire Marzio Marzorati, responsabile parchi di Legambiente Lombardia, raccontare di quando «sono venuti gli agricoltori della Franciacorta per chiedere a noi ambientalisti di fare un parco: mai successo! Perché è l’unica idea che hanno per conservare quella bellezza che è condizione di sviluppo economico e produttivo». Un concetto che però non è ancora totalmente interiorizzato. «Oggi – prosegue Marzorati –siamo arrivati all’idea che quest’area protetta (il Parco delle Groane, ndr), che una volta era ai margini, è nel cuore della città. La bellezza è stata circondata da uno sviluppo precario, fitto di aree dismesse e non bonificate, frutto di uno sviluppo oggi insostenibile, con un consumo di suolo esagerato che ha soffocato i parchi».

LA NATURA, MOTORE DI SVILUPPO
Di sicuro i ragionamenti su come mettere al centro del rilancio del Paese le risorse naturali si moltiplicano, in un dibattito che ha tra i documenti valutativi principali un rapporto pubblicato dal consorzio Aaster (Il parco come luogo di intreccio tra green economy e green society) e curato dal suo direttore Aldo Bonomi, il quale, nel delineare l’evoluzione dei parchi in relazione al tessuto produttivo del Paese, ridefinisce la green economy come «capitalismo che incorpora il concetto del limite, cioè all’interno dei propri processi di produzione, profitto e rapporto con la natura. Questo è il grande traguardo e punto d’incontro, non più basato solo su equilibri di forza, ma di strategia. D’altra parte le aree protette devono capire che dentro la green economy è mutato il loro spazio di posizione: parchi come quello del Ticino e dell’Adda sono immersi in una
piattaforma produttiva da mezzo milione di imprese e attività economiche, con 6 milioni di addetti in un’area metropolitana in costruzione».

Sul fatto se, però, la natura abbia un valore proverbialmente inestimabile o non sia invece utile e opportuno (o inevitabile) quantificare in denaro la sopravvivenza di una specie come l’orso marsicano nel Parco nazionale d’Abruzzo, il dibattito è molto acceso a livello internazionale: il concetto di capitale naturale, che prevede una valutazione economica delle risorse ambientali, appare esposto ai rischi di finanziarizzazione selvaggia, nuova frontiera per gli speculatori.



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