Omeopatia

Intervista ad Hahnemann. Parte seconda, dal 1796 al 1820

Fonte: Il Granulo


CATEGORIE: Omeopatia

Dottor Hahnemann, ci siamo lasciati la volta scorsa nel 1796, data di nascita dell’Omeopatia. Lei aveva ripreso a fare il medico con un buon successo. Non vorrà farmi credere che tutto sia filato liscio da subito?
«Difatti, non tutto filava perfettamente liscio. A quel tempo utilizzavo i medicamenti secondo il principio del simile ma a dosi ponderali: ciò provocava un iniziale e fastidioso aggravamento del paziente, che poi guariva».

Un effetto indesiderato dose-dipendente.
«Proprio così. Dovevo risolvere l’inconveniente. Inoltre, sapevo bene che non avrei potuto sperimentare impunemente l’arsenico o la digitale senza mettere a repentaglio la mia stessa vita e quella dei miei primi collaboratori. Ebbi l’idea di diluire le sostanze: con stupore notai che il potere terapeutico del medicamento diluito anziché ridursi, com’era logico aspettarsi, aumentava; in altre parole, il paziente guariva più rapidamente, in modo più dolce e stabile. Per di più la sperimentazione sul sano delle sostanze diluite forniva sintomi più profondi che riguardavano addirittura lo stato emotivo, il tono dell’umore… Tutto ciò non poteva non far sorgere altre domande…».

Un momento. Lei sta parlando di diluizioni, ma i suoi medicamenti non erano semplici diluizioni.
«Ha perfettamente ragione. Erano diluiti e dinamizzati. Dinamis in greco significa forza. In altri termini, ogni qual volta diluivo un medicamento assestavo energici colpi, in numero predeterminato, alla soluzione. Confesso che all’inizio lo facevo unicamente con lo scopo di facilitare lo sciogliersi del soluto nel solvente, solo qualche tempo dopo mi resi conto che era proprio questo procedimento che rendeva il medicamento diluito non “acqua fresca”, come io stesso mi sarei aspettato, ma un rimedio formidabile. Mi dedicai quindi a codificare questo procedimento».

La dinamizzazione è fondamentale in Omeopatia. Ancora oggi c’è chi si ostina a definire il rimedio omeopatico soltanto come una sostanza diluita, mentre è diluita e dinamizzata, cioè forte, energica, efficace, proprio il concetto opposto che la parola diluizione sottende.
Certo è che non sappiamo spiegare cosa accada.
«Anche questo è vero, ma, forse, è un problema di tempo. Un giorno la scienza ci spiegherà questo fenomeno così come un giorno Newton ci ha dato spiegazione della forza di gravità, che era sempre esistita. Se vogliamo restare ai problemi che mi si presentavano in mente in quel periodo, c’era un altro dubbio che mi arrovellava. Una sostanza che ha un potere tossico e farmacologico, come la belladonna, se viene diluita e dinamizzata diventa una sostanza in grado di produrre sintomi specifici e peculiari in un uomo in buona salute e diventa un medicamento capace di guarire un malato che presenti sintomi simili.
Ciò vale per le sostanze tossiche solamente o qualsiasi sostanza, anche la più inerte, grazie al procedimento di diluizione e dinamizzazione diventa capace di far ammalare un sano e far guarire un malato? Bisognava, dunque, sperimentare per provare od escludere che fosse proprio il metodo di preparazione, secondo parametri precisi, rigorosi, riproducibili, a sprigionare le capacità terapeutiche delle varie sostanze, anche di quelle prive di ogni potere tossico e farmacologico. Per rispondere al quesito presi a sperimentare sostanze innocue come il comune sale da cucina o la polvere di licopodio. La risposta dell’esperimento fu positiva e così anche la verifica clinica. Il metodo era comprovato


Dunque, grazie alla sperimentazione farmacologica e all’osservazione clinica continua ed attenta lei riesce a codificare alcuni dei principi irrinunciabili del metodo omeopatico: il principio del simile, dell'individualità farmacologica di ogni singolo medicamento e di ogni singolo malato, il procedimento farmacologico di diluizione e dinamizzazione dei medicamenti, la sperimentazione farmacologica. Espone le sue conclusioni nel 1810 nella prima edizione dell’Organon, il testo fondamentale della medicina omeopatica.
«Proprio così. Pubblicai la prima edizione a Dresda».

Perché scelse quel titolo: “Organo dell’Arte di Guarire”?
«Organon in greco significa strumento, metodo».

Ci racconta qualcosa di quegli anni? Sono passati 15 anni dalla nascita dell’omeopatia.
«Anni molto intensi: lavoro, osservazioni cliniche, sperimentazione, studio, traslochi da una città all’altra. Avevo pubblicato molti altri scritti medici, per esempio sulla prevenzione e cura della scarlattina o sugli effetti del caffé. Nel 1805 comprai casa e mi stabilii a Torgau, una cittadina sull’Elba a 30 miglia da Lipsia, nello stato di Sassonia Palatinato, dove finalmente potei dedicarmi completamente a sistematizzare ed applicare il metodo omeopatico. Molto lavoro, molti pazienti, molti avversari. Nel 1810 pubblicai l’Organon e, nel 1811, la prima edizione della Materia Medica omeopatica, in pratica un trattato di farmacologia medica. Ma la Sassonia era stata occupata dalle truppe napoleoniche e la stessa Torgau stava per essere trasformata in una città fortezza: la guerra era ancora troppo vicina. Decisi di trasferirmi a Lipsia, sede universitaria, dove ottenni l’abilitazione a tenere corsi presso la Facoltà di Medicina».

È il 1812, lei ha 57 anni, è un medico esperto ed erudito, molto famoso e rispettato, ma a volere essere sinceri, il suo corso di lezioni, secondo i testimoni, non fu un capolavoro di diplomazia!
«Verissimo, – in tono risoluto e appassionato – non ho mai accettato compromessi e anche nella sede universitaria sentivo l’obbligo morale di evidenziare gli errori e l’inaffidabilità della medicina accademica di allora e promulgare l’efficacia del metodo omeopatico, basato su solide fondamenta sperimentali e cliniche. Così facendo, di sicuro, le mie lezioni dapprima affollatissime divennero sempre meno frequentate. E fu un bene: fu possibile selezionare il grano dal loglio. I “qualificati dottori” che non avevano nessuna voglia di ricominciare a studiare ed abbandonare la loro remunerativa ma pericolosa pratica clinica fuggirono e restarono solo quelli dotati d’intelletto vivace, privo di pregiudizi, coraggiosi, animati da spirito scientifico, voglia di conoscere, sperimentare: costoro divennero miei allievi, collaboratori preziosi nella sperimentazione dei farmaci e, dopo qualche anno, ottimi omeopati che hanno contribuito alla diffusione del metodo».

Lipsia. Mi permetta dottor Hahnemann di rievocare un episodio probabilmente doloroso per lei, ma ha talmente tanta attinenza con l’attualità che ritengo opportuno che i nostri lettori ne vengano a conoscenza.
«Si sta riferendo al caso del principe von Schwarzenberg? Ne parli pure».

Nel 1817, il principe von Schwarzenbeg, il generalissimo austriaco che quattro anni prima aveva sconfitto Napoleone a Lipsia, fu colpito da un ictus che paralizzò la metà destra del suo corpo; gli illustri medici che lo avevano in cura si dichiararono impotenti ed uno di loro consigliò di rivolgersi al dr. Hahnemann. È il 1820. Questo fatto di per sé testimonia della sua fama. Schwarzenberg iniziò il trattamento omeopatico e le sue condizioni migliorarono in maniera così straordinaria che ciò, da una parte, fece lievitare l’astio e la gelosia dei medici contro di lei; dall’altra il principe, rimessosi, ricominciò a gozzovigliare abbondantemente, soprattutto abusando d’alcol incurante delle prescrizioni dietetiche ed igieniche che lei aveva raccomandato.
Conseguenza ne fu che riprese a star male, i medici dello staff del principe ne approfittarono immediatamente per metterlo di nuovo sotto cure più potenti (non si fa così anche oggi quando certi medici, appreso che un paziente si cura omeopaticamente, non aspettano altro che caricarlo con dosi massicce di farmaci potenti ed efficaci), salassi compresi, per cui lei si rifiutò di continuare a curarlo.
Cinque settimane più tardi il principe moriva stroncato da un nuovo ictus, verosimilmente, con l’aiuto delle cure potenti ed efficaci. Ghiotta occasione per gli avversari per affermare che l’omeopatia era stata la causa di morte dell’illustre paziente (anche oggi non si alterano le notizie in modo da mettere in cattiva luce l’omeopatia?). Fu disposta l’autopsia, cui partecipò anche lei. L’autopsia dimostrò come il principe presentasse numerosi focolai apoplettici cerebrali, un cuore enormemente dilatato e sfiancato, segni di arteriosclerosi coronaria, aortica e in tutte le grosse arterie. Insomma, di per sé una condizione pre esistente al trattamento omeopatico ed incurabile come onestamente riconosce in una lettera Goethe, che dell’omeopatia era un estimatore e che della terapia omeopatica aveva usufruito. Però, l’illustre professore che aveva eseguito l’autopsia pubblicò un risentito articolo in cui, dopo aver ipocritamente ammesso che rispettava la diversa opinione degli omeopati e di non essere animato dall’invidia per la fama di Hahnemann, affermava che la morte dell’illustre paziente era dovuta all’omeopatia «molto pericolosa perché fa ritardare l’applicazione di misure terapeutiche più potenti» (non è una delle critiche che si fa all’omeopatia, dimenticando che spesso i pazienti vi si rivolgono come ultima ed estrema speranza dopo aver provato tutte le misure terapeutiche più potenti, che spesso compromettono la residua possibilità di cura, come era stato anche nel caso del famoso principe austriaco?).
La potente campagna orchestrata contro di lei dagli invidiosi accademici di Lipsia, dai farmacisti che avevano visto i loro guadagni ridotti a causa dell’affermazione dell’omeopatia, dai colleghi medici invidiosi della sua fama e dei guadagni che ne derivavano, alla fine la convinse ad accettare l’invito del Duca Ferdinando a trasferirsi a Kothen, capitale del piccolo stato di Sassonia-Anhalt, come suo medico personale e Medico Reale. È il 1821.
Nel 1851, trenta anni più tardi, la città di Lipsia proverà a rimediare al torto fatto dedicandole un monumento.
Dottor Hahnemann, spero di essere stato preciso. Cambiano i tempi, ma i comportamenti e le tesi di alcuni avversari non sembrano modificarsi.

«Già, sembra che le cose vadano proprio così. Ma ora siamo arrivati a Kothen, ci sono altri argomenti di cui parlare».

Bene. Lo faremo nella terza parte della nostra conversazione.



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