Omeopatia
08/01/2010
Infertilià della donna e omeopatia
Il termine sub-fertilità dovrebbe essere il modo migliore per
descrivere quella condizione in cui si verifica un’effettiva incapacità
di portare a termine una gravidanza in una donna in grado di concepire,
e differenziarla così dalla sterilità vera e propria, che viene definita, invece, l'incapacità biologica da
parte di un uomo o di una donna di contribuire al concepimento.
Nell’ambito dei problemi di infertilità della coppia, il contributo femminile a questa è quantificabile in
circa il 45% dei casi, equamente distribuiti tra problemi tubarici (la
sede anatomica del concepimento) e turbe dell’ovulazione.
Nell’ambito di queste ultime un frequente fattore di infertilità è la sindrome dell’ovaio policistico:
si tratta di una frequente malattia cronica, incompatibile con
l’ovulazione, che interessa il 5-10% delle donne in età fertile. Oltre
all’infertilità, sono spesso presenti modificazioni in ritmo e quantità
delle mestruazioni, eccessiva peluria, localizzata anche in aree non
pertinenti al sesso femminile, aumento ponderale e alterazioni dello
zucchero e dei grassi nel sangue. Trattasi di un’affezione ereditaria,
della quale non si conosce la causa, anche se molti la fanno risalire
ad un eccesso di insulina nel sangue, secondaria alla resistenza
incontrata dalla stessa nella sua attività metabolica, e in effetti il
fatto che la ripresa funzionale delle ovaie molto spesso è
semplicemente favorita dalla riduzione di peso della paziente -
associata anche ad una adeguata attività fisica - confermerebbe
l’ipotesi eziologica coinvolgente l’ormone.
Un’altra causa frequentemente responsabile di sub-fertilità nel sesso femminile è l’endometriosi,
vale a dire una malattia cronica e complessa, originata dalla presenza
anomala del tessuto che riveste la parete interna dell’utero,
l’endometrio appunto, in organi diversi quali ovaie, tube, peritoneo,
vagina e intestino, e provocante sanguinamenti interni, infiammazioni
croniche, formazione di tessuto cicatriziale e aderenze. In effetti
ogni mese, sotto l’azione degli ormoni del ciclo mestruale, il tessuto
endometriale impiantato in sede anomala, va incontro a sanguinamento,
nello stesso modo in cui si verifica a carico dell'endometrio
normalmente presente in utero. Tale sanguinamento comporta
un'irritazione dei tessuti circostanti, la quale dà luogo a formazione
di tessuto cicatriziale e aderenze, responsabili a loro volta dello
stato di infertilità.
Tra le altre possibili cause che vanno attentamente ricercate nel corso
di un esame clinico rivolto all’individuazione delle circostanze
favorenti lo stato di infertilità, ricordiamo anomalie cromosomiche,
patologie endocrine come il diabete, che raddoppia il rischio di
aborti, e le patologie della tiroide, capaci anch’esse di favorire
l’insorgenza di aborti spontanei soprattutto quando il loro riscontro
si associa ad una elevata presenza in circolo di anticorpi
anti-tiroide.
Anche alcune infezioni genitali possono essere fattori favorenti
l’insorgenza di aborti, in particolare quelle da Chlamidia; esistono
inoltre una serie di malformazioni, geneticamente determinate, che
impediscono il corretto impianto dell’embrione in utero (in particolare
l’utero subsetto o setto) ed altre condizioni acquisite, come la
presenza di fibromiomi (neoformazioni benigne dell’utero), o di
cicatrici, esito queste ultime di processi infettivi risolti o di
precedenti revisioni (raschiamenti) della cavità uterina.
Tra le condizioni patologiche, a carattere sistemico, possibili
responsabili dello stato di infertilità, ricordiamo in particolare
alcune patologie autoimmuni, tra cui il Lupus eritematoso sistemico e la Sindrome da anticorpi antifosfolipidi, che
possono associarsi ad una particolare tendenza alla formazione di
coaguli nei vasi sanguigni, capaci a loro volta di ostacolare la
funzione nutritiva e disintossicante della placenta, con conseguente predisposizione alla poliabortività della donna.
Accanto quindi ad una ricerca anamnestica particolarmente attenta
riguardo alle possibili cause in grado di spiegare lo stato di
sub-fertilità di una donna, utili saranno anche alcuni esami
diagnostici iniziali, molto semplici, tra cui la misurazione della
temperatura corporea basale (TCB): un picco minimo di TCB suggerisce
l'imminente ovulazione; un aumento di 0,5°C caratterizza il periodo
immediatamente postovulatorio; tuttavia questo metodo non è attendibile
né accurato. Importante anche i dosaggi del progesterone al 21esimo
giorno del ciclo mestruale, in quanto una sua ridotta o insufficiente
produzione è incapace di mantenere nel tempo la gravidanza, nonché il
dosaggio della prolattina,
ormone che di norma si eleva nel corso dell’allattamento, ma che, se
presenta valori elevati al di fuori di tale periodo, può essere una
causa ulteriore di infertilità per mancata ovulazione.
Le anomalie anatomiche dell’utero, ereditarie o acquisite, e le
condizioni che ostacolano il raggiungimento delle tube da parte degli
spermatozoi, potranno visualizzarsi, invece, solo attraverso esami
strumentali più complessi tra cui l’isteroscopia (esplorazione diretta della cavità uterina) o la laparoscopia diagnostica (che permette una visione completa degli organi a localizzazione addominale).
Per quanto riguarda la terapia, questa, almeno in campo medico
tradizionale, varia ovviamente a seconda della causa riscontrata. In
presenza di elevati livelli di prolattina, ad esempio, il farmaco di
scelta è la bromocriptina; per tutte le altre cause ovariche di mancata ovulazione si fa ricorso in genere alla somministrazione di clomifene citrato (un anti-estrogeno orale), i cui effetti collaterali includono,
però, le vampate vasomotorie (10%), la distensione addominale (6%), la mastodinia (2%), la nausea (3%), i sintomi visivi (1-2%) e la cefalea (1-2%); l'incidenza di gravidanze multiple (principalmente gemellari) e
di iperstimolazione ovarica è di circa il 5%, mentre la sua assunzione
protratta può aumentare il rischio di insorgenza di tumori dell'ovaio.
Nel caso dell’endometriosi, poi, e in tutti i casi di infertilità da
causa non nota, si fa ricorso in genere all’inseminazione intrauterina,
mentre le malattie endocrine come il diabete e i disturbi della tiroide
beneficiano dei comuni farmaci che stimolano o sostituiscono gli ormoni
naturali, e ancora nelle malattie sistemiche che si associano ad
ipercoagulazione del sangue, intervengono farmaci ad azione
anticoagulante (eparina o aspirinetta).
Tutti i casi di malformazione congenita, invece, sono generalmente di pertinenza chirurgica.
Nell’approccio omeopatico al problema dell’infertilità della donna,
approccio che, per essere realmente efficace, dovrà avere come scopo
quello della massima personalizzazione della cura, proprio per tale
motivo il primo aspetto da non sottovalutare sarà certamente l’età
della donna affetta dal disturbo. In condizioni psicofisiche adeguate,
infatti, si sa ormai per certo che la fertilità femminile è massima a
23 anni, quindi decresce, anche se lentamente, fino a 30 anni, e poi
sempre più rapidamente dopo i 35 anni fino alla menopausa, periodo in
cui nella donna cessa l'ovulazione.
Questo fatto, puramente biologico, deve portarci dunque a considerare
separatamente le donne fino a 35 anni di età, da quelle che presentano
un’età superiore a questa, dove uno stato di sub-fertilità potrebbe
essere considerato in parte anche fisiologico e comunque, escluse tutte
le possibili cause che la determinano, valutato in una prospettiva
temporale più ampia rispetto ad un stesso caso in una donna di minore
età.
Se dunque nelle donne più giovani sarà importante valutare le
caratteristiche psicologiche e sociali della persona, che spesso
inconsciamente ne riducono la capacità riproduttiva, assecondandone
alcuni stati emotivi ricorrenti di generico timore per il parto, o per
il futuro economico e sociale del nascituro, o di generica ansia circa
l’impegno che comporterà la nuova vita, o la possibilità di
quest’ultima di alterare il rapporto con il partner, o ancora di
associarsi a possibili malformazioni o malattie cui potranno risultare
esposti il feto e/o la gravida - tutte situazioni queste cui
corrisponderà, appunto, un differente approccio terapeutico dal punto
di vista omeopatico - nelle donne di maggiore età sarà invece più
importante valutare, accanto a queste inclinazioni emotive, la
possibile azione di fattori esterni in grado di amplificare la già
ridotta fertilità, che accompagna, come abbiamo visto, l’avanzare degli
anni.
Saranno dunque da prendere in maggior considerazione, in queste donne,
situazioni ambientali e lavorative particolarmente impegnative,
abitudini voluttuarie ormai radicate ed eccessive, come ad esempio
quella del fumo, così come il ricorso, a lungo termine, alla terapia
anticoncezionale, che può aver finito per intorpidire la stessa
funzionalità riproduttiva; non mancheranno da prendere in
considerazione anche situazioni conflittuali irrisolte e datate con il
proprio partner, o ancora stati di affaticamento psicofisico generale,
e non transitori, che, ovviamente, si opporranno istintivamente ad
un’ulteriore e gravoso impegno come è quello di educare e crescere una
nuova vita.
Si tratta di fattori che saranno riscontrabili anche in età più
giovanili, certo, ma in cui ovviamente la maggior capacità riproduttiva
sarà comunque più facilmente in grado di superare ostacoli esterni alla
persona, proprio in virtù della vitalità intrinseca alla vita stessa,
espressa dalla sua naturale tendenza alla moltiplicazione, in un’ottica
di costante conservazione della specie umana.
Tutto questo ci porta a considerare che, ancora una volta, il
particolare approccio terapeutico dell’omeopatia rivela quanto sia
importante, attraverso la stessa, assecondare il più possibile la
natura umana, e come, proprio per questo motivo, molti stati di
sub-fertilità della donna, nell’età matura, non sono affatto
patologici, ma bensì espressione di una sapiente autolimitazione che la
natura ci impone, affinchè la vita umana sia assistita sempre al meglio
nel suo naturale impulso evolutivo, e sin dalla più tenera età, che
tanto condizionerà tutto il futuro sviluppo psicofisico della persona.
Tuttavia la modificazione dello stile di vita, rispetto a quello
impresso a questa da una società che conferisce alla vita stessa pieno
valore solo in relazione alla sua produttività, e quindi ai beni,
diretti e indiretti, che ne possono derivare, può certamente conservare
a lungo la capacità riproduttiva di una donna se, prolungatisi i tempi
biologici del primo concepimento di una coppia, la persona, sempre in
un’ottica di attenta conoscenza e rispetto della sua natura, orienta la
sua esistenza in modo da non procuragli eccessivi e prolungati
turbamenti che, una volta radicatisi, mal si adattano al principio di
conservazione di ogni specie vivente, e dunque si opporranno,
naturalmente, alla sua continuità nella riproducibilità della stessa.
In simili condizioni, forzare una funzione che non è più adatta a
supportare non soltanto la gravidanza, ma soprattutto ciò che ne
conseguirà, rappresenta un atto medico decisamente criticabile, dal
momento che la sospensione di certe funzioni, nella fisiologia umana, è
al servizio dell’adeguato mantenimento di altre più nobili e vitali e,
semmai, come abbiamo detto, è la prevenzione salutistica, cui
l’omeopatia stessa può fornire un sensibile contributo, che deve
incoraggiare a comportamenti personali e sociali più benefici, capaci
indubbiamente di prolungare la fertilità della coppia anche oltre
quell’età considerata più fisiologica alla stessa.
Anche in situazioni socio-ambientli avverse, in definitiva, l’esistenza
umana, assecondata nel suo sforzo vitale e, sin da prima di qualsiasi
concepimento, supportata in questo da una terapia priva di effetti
collaterali e certamente preventiva, come quella omeopatica, può
costantemente adattarsi al meglio a qualsiasi situazione ostile, e
conservare a lungo tutte le sue funzioni, compresa quella riproduttiva,
anche oltre quei limiti statistici, che spesso finiscono per
scoraggiare la persona stessa a prendere piena coscienza di sé,
conducendola in tal modo a forzare situazioni ed eventi, nella
convinzione preconcetta che la natura umana, nella sua piena vitalità,
non possa superare limiti troppo spesso arbitrariamente e disumanamente
impostici da chi conosce solo una funzione o un apparato, ma poco sa di
tutto l’essere cui quella funzione, o quell’apparato, appartengono.
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