Bioetica

L'identità di un embrione umano


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embrione

In Biologia, per “organismo” si intende la modalità di esistenza individuale del vivente biologico. Quindi, l’organismo è un’entità vivente auto-organizzata, dotata di un genoma e di un metabolismo; non ha importanza che esso sia composto da una singola cellula o da più cellule. Ciò che conta è che esso sia, per essere organismo, un individuo: deve possedere un’unità interna, intrinseca, a prescindere da una possibile scomposizione (indivisum in se) e occupare uno spazio ed evolvere nel tempo come un’individualità singolare che mantiene la sua identità anche se la sua morfologia e la sua fisiologia evolvono nel corso della sua vita biologica (aliter sed idem).

L’unità e l’identità di un organismo possono essere definite nei termini del suo ciclo vitale, indipendentemente dalla durata o dal completamento di uno o di tutti i processi che costituiscono il ciclo stesso. L’origine di un organismo biologico coincide, quindi, con l’inizio del suo ciclo vitale.
Pertanto, capire quando inizia il ciclo vitale dell’essere umano e in particolare quando ha inizio un nuovo “individuo”, è un passaggio indispensabile per riconoscere la persona, come ho spiegato e dimostrato in un mio recente libro (1).


Alcuni cenni di embriogenesi
È entusiasmante per chiunque studiare il processo di embriogenesi, cioè dello sviluppo dell’embrione fin dai suoi primi istanti di vita individuale.
Sappiamo ad esempio che la fecondazione non è un evento istantaneo, ma un processo composto da diversi stadi. Primo tra questi è il processo di fusione della membrana acrosomiale della testa dello spermatozoo (cellula paterna) con la membrana plasmatica dell’ovocita (cellula materna), che innesca una serie di fenomeni biochimici che a loro volta inducono la prima cascata di segnali dello sviluppo embrionale. La modificazione ionica dell’ovocita fecondato, determinata dal massivo rilascio di calcio del reticolo endoplasmatico e da un aumento del pH intracellulare, innesca l’attivazione dello zigote (la prima cellula del nuovo individuo: il figlio). La zona pellucida (involucro che si trova intorno all’ovocita prima e subito dopo la fecondazione), che prima della fecondazione presentava recettori specifici per “attirare” gli spermatozoi (denominati recettori ZP3, ZP2, ZP1), ora impedisce l’accesso ad altri spermatozoi ed effettua un cambiamento strutturale tale da permettere la protezione del nuovo individuo. Attraverso il cosiddetto processo di “riprogrammazione nucleare”, le modificazioni epigenetiche della cromatina dei due gameti genitoriali vengono cancellate e ciò rende possibili le potenzialità espressive dell’embrione precoce.

A poche ore dalla penetrazione dello spermatozoo si formano i due pronuclei (uno paterno e uno materno), che si avvicinano al centro della cellula, mentre la loro cromatina si decondensa. La decondensazione dei cromosomi materni e paterni permette l’attivazione trascrizionale del genoma e nuove proteine vengono tradotte già allo stadio pronucleare. Nell’uomo sono noti oggi almeno 25 geni del nuovo genoma, che sono già attivi allo stadio unicellulare. I trascritti materni sono quindi eliminati e sono prodotti i trascritti specifici dell’embrione impiegati nell’embriogenesi precoce.


L’embrione è un individuo nuovo diverso dai genitori
Dall’embriogenesi impariamo che l’organizzazione del nuovo genoma inizia a partire dalla fusione dei gameti e procede attraverso un’attività ordinata. Questo evento dà inizio a un processo continuo, graduale e coordinato che, in altre parole, non ci permette di identificare “salti” qualitativi e ontologici come tra “non-uomo” e uomo o tra “pre-persona” e persona. L’unica discontinuità sostanziale presente si colloca nel passaggio generazionale dai gameti allo zigote, che è già un organismo individuale.

I due gameti fusi costituiscono una nuova cellula che opera come nuovo sistema, diverso geneticamente e citologicamente dallo spermatozoo e dall’ovocita che lo hanno generato. È l’entrata dello spermatozoo nell’ovocita l’evento biologico che innesca la catena di eventi molecolari e metabolici che caratterizzano il ciclo vitale di un nuovo organismo e che termineranno con la sua morte.

Sappiamo che la fase di unione e dissoluzione dei pronuclei (paterno e materno), con la formazione di un assetto cromosomico di tipo mitotico, è detta “anfimissi” ed è indicata da alcuni autori come il momento in cui si è concluso il processo di formazione del nuovo genoma e quindi dello zigote. Ebbene, l’anfimissi non può essere considerata un evento di transizione, perché non modifica né la quantità né la qualità dell’informazione biologica contenuta nel genoma dello zigote e non porta neanche alla costituzione di una cellula diversa dal punto di vista citologico.
Porre una distinzione fra questo evento cruciale e qualsiasi altro evento successivo risulta, sulla base degli attuali dati scientifici, meramente arbitrario, come è arbitraria la separazione tra “essere umano” e “persona”.


Non si può separare il concetto di essere umano da quello di persona
La separazione tra “essere umano” e “persona”, oltre ad avere come prima conseguenza la perdita volontaria di molte vite umane in virtù di caratteristiche, per quanto nobili, pur sempre accidentali, non può non dare luogo a discriminazioni e a classificazioni dell’umanità in uomini di serie “A”, perché belli sani e forti, e uomini di serie “B”, perché meno eccellenti.

Inoltre, separare l’essere umano dalla persona equivale a “staccare” all’uomo il suo corpo. Infatti, se non ci identifichiamo con la nostra corporeità, cadiamo in una visione dualistica della persona umana che fa coincidere la persona con un individuo che possiede la capacità di manifestare certe proprietà – ovvero gli esseri senzienti e non sofferenti (per l’utilitarismo) e razionali, autocoscienti e autonomi (per il contrattualismo) – indipendentemente dalla presenza di un corpo biologicamente umano.


La definizione di persona umana
Alla luce di queste considerazioni, la definizione di persona umana non è altro, allora, che la determinazione concettuale dell’essere umano realmente esistente, ovvero la proposizione volta ad esprimere (verbalmente e linguisticamente) e a tematizzare il significato del termine, elaborato a partire dalla considerazione della realtà.

In altre parole, la definizione di persona è lo sforzo speculativo di precisazione e di esplicitazione dei caratteri generali e delle proprietà specifiche dell’essere umano esistente, che si presenta a noi, hic et nunc, mediante il suo corpo.
Il concetto metafisico di persona aiuta, allora, a fondare nella sua propria dignità e nel fine specifico della stessa i criteri fondamentali della moralità.

Infatti, il primo bene che si presenta all’attenzione è la vita: ciò che toglie la vita distrugge l’organismo in quanto tale e questa è considerata la più grande privazione per la persona. Dopo la vita, il secondo bene è l’integrità della persona, che può essere tolta soltanto se ciò è richiesto dalla salvaguardia della vita fisica nel suo insieme o da un bene morale superiore.


Conclusione
Dunque, l’uomo, a tutte le sue età e quindi anche all’età di embrione, non è intangibile per il fatto che vive, perché di tale diritto sarebbe titolare anche un animale.
La vita dell’uomo rimane inviolabile perché egli è una persona. E l’essere persona non è un dato di natura psicologica, ma esistenziale, ontologico, che non dipende né dall’età, né dallo stato di sviluppo, né dallo stato di salute, né dalla condizione psicologica in cui egli si trova.




Bibliografia
1 - Brambilla G. Il mito dell’uomo perfetto. Le origini culturali della mentalità eugenetica. If Press, 2009



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