Denuncia sanitaria

25/02/2016

Hiv: ricercatore italiano contagiato da virus creato in laboratorio

di Redazione InformaSalus.it


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virus hiv contagio
Un ricercatore italiano è stato contagiato da virus hiv generato in laboratorio

Si reca in ospedale per donare il sangue e scopre di essere sieropositivo. Poiché il donatore/ricercatore non aveva avuto nessun comportamento a rischio, il virus rilevato nel suo organismo è stato sequenziato. Il risultato è stato che non si trattava di un virus umano ma appunto un "costrutto", ovvero un virus creato in laboratorio. A scoprire il contagio sono stati gli scienziati italiani che hanno riferito i dettagli negli Usa in occasione del Congresso Croi (Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections).

Si tratta del primo caso al mondo, come spiega all'AdnKronos Salute Andrea Gori, direttore del reparto Malattie infettive dell'ospedale San Gerardo, università di Milano-Bicocca, uno dei medici che si è occupato del caso e che ricostruisce la storia: "Una persona è venuta da noi perché, essendo donatrice di sangue, ha riscontrato così la propria sieropositività. Il problema è che dalla sua anamnesi non risultava alcun fattore di rischio" che potesse averlo esposto al contagio. L'unica cosa che ha insospettito i medici del San Gerardo che si sono occupati del paziente è che "questa persona era stata a lavorare all'estero in un laboratorio altamente qualificato nella gestione di costrutti di Hiv. Da qui è nato il sospetto che potesse essersi verificato qualche errore".

I medici del San Gerardo hanno quindi chiesto la collaborazione di Carlo Federico Perno, del laboratorio di Virologia dell'università di Roma Tor Vergata per sequenziare tutto il virus. "Scopriamo così che di fatto questo virus non è umano, ma bensì ha caratteristiche genetiche che derivano da costrutti utilizzati in laboratorio per fare esperimenti sull'Hiv. Da qui nasce tutta la storia".

Il paziente, tuttavia, non riferisce alcun errore accidentale, nessuna rottura di guanti o tagli che potrebbero giustificare il contagio. I medici hanno dunque indagato per spiegare il fenomeno ed è emerso che questi costrutti si sarebbero dovuti utilizzare in una situazione di sicurezza diversa da quella in cui la persona stava lavorando. “Il paziente pensava infatti di usare vettori non replicanti che si utilizzano in un livello di biosicurezza 2 (biosafety level 2). Mentre in maniera assurda si è infettato con un plasmide, un vettore Hiv replicante che deve assolutamente essere utilizzato in livello di sicurezza 3, non 2".

"C'è stato questo errore: si è manipolato materiale genetico particolarmente pericoloso in condizioni di sicurezza non corrette. Ma questo non ci dice come il paziente abbia potuto infettarsi perché non c'è stato nemmeno un incidente". Secondo Gori un'ipotesi “è che, trattandosi di costrutti utilizzati a concentrazioni elevate, questo può avere avuto un ruolo. Non solo: nel laboratorio in questione si utilizzava come 'cavallo di Troia' per entrare nelle cellule la glicoproteina del Vsv che, se veicolata da quel vettore, avrebbe potuto espandere in maniera esponenziale le capacità infettiva del costrutto".

La persona "si occupava proprio di questi esperimenti - continua Gori - Il vettore Hiv replicante legato alla glicoproteina del Vsv ha dato un costrutto di pericolosità immensa", proprio "perché replicante e legato a una glicoproteina che riesce a farlo entrare in moltissimi tipi di cellule del nostro organismo", non solo in quelle bersaglio dell'Hiv.

Il costrutto, una volta infettato il soggetto, "è diventato virus umano a tutti gli effetti, ma è nuovo per noi. Anche se da quello che abbiamo studiato non sembra si comporti in maniera diversa".

L'esperto del San Gerardo di Monza ipotizza che il contagio sia avvenuto a livello respiratorio: “Il fatto che fosse legato alla glicoproteina del Vsv può in parte spiegare la maggiore contagiosità di questo costrutto. Contagio che potrebbe per ipotesi arrivare per via respiratoria. A brevissimo pubblicheremo un articolo sul caso".

Si tratta, commenta Gori, di una "storia drammatica che spinge a una riflessione sui livelli di biosicurezza dei laboratori in cui si lavora con questi costrutti. Si tratta di metodiche che si utilizzano per la ricerca su vaccini per l'Hiv e alla base di tutte le terapie geniche".








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