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Sostanze tossiche: azione di Greenpeace per Adidas e Nike


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Sostanze tossiche: azione di Greenpeace per Adidas e Nike

A Pechino ieri mattina un gruppo di attivisti di Greenpeace ha aperto uno striscione con la scritta 'Detox' all'entrata principale del più grande negozio Adidas al mondo e vicino al negozio Nike per chiedere ai due colossi dell'abbigliamento sportivo di eliminare gli inquinanti tossici dalla propria catena produttiva e dai prodotti in commercio.

L'azione di Greenpeace giunge al termine di un'indagine condotta nell'ultimo anno dall'associazione sull'inquinamento da sostanze pericolose nelle acque dei fiumi cinesi.

Tra il 2010 e il 2011, Greenpeace ha infatti raccolto campioni di acqua presso gli scarichi di due complessi industriali cinesi, lo Youngor Textile Complex e il Well Dyeing Factory Limited, localizzati rispettivamente sul delta del fiume delle Perle e del fiume Yangzte, il fiume più lungo della Cina che fornisce acqua potabile a circa 20 milioni di persone.

Le analisi hanno riscontrato la presenza di alchilfenoli e composti perfluorurati, sostanze usate in alcune fasi della produzione tessile e ritenute pericolose perché alterano il sistema ormonale dell'uomo e agiscono anche a basse concentrazioni. Si tratta di composti persistenti (che non si degradano facilmente nell'ambiente) e bioaccumulanti (che possono accumularsi nella catena alimentare) che non vengono trattenuti nemmeno dai moderni sistemi di depurazione delle acque, come nel caso dello Youngor Textile Complex.

“Dietro questi complessi industriali cinesi ci sono grandi marche dello sport nazionali ma soprattutto internazionali che, con il loro potere economico, avrebbero la forza di influenzare l'intera catena di produzione e il mercato”, ha affermato Vittoria Polidori, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace.

“Al momento nessuna delle aziende indicate nel rapporto ha una visione completa dell'intero processo produttivo che porta alla fabbricazione del prodotto finito. La soluzione al problema è in primis adottare una chiara politica chimica che permetta alle aziende, attraverso monitoraggi periodici e scadenze precise, di ridurre e infine eliminare l'uso di composti pericolosi lungo l'intera catena di rifornimento” ha concluso Polidori.



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