Denuncia sanitaria

Glifosato e co., i tanti dubbi sui criteri Efsa

Fonte: Valori (Rivista)


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glifosato
Il glifosato è stato considerato ‘probabilmente cancerogeno’ dall’Oms e ‘probabilmente non cancerogeno’ dall’Efsa

L’Agenzia per la Sicurezza alimentare Ue è finita nell’occhio del ciclone per le decisioni sul celebre pesticida. Ma non è l’unico caso controverso: alla base dei sospetti, il metodo di valutazione utilizzato per giustificare i propri pareri.

La questione è squisitamente tecnica e forse per questo è stata sottovalutata dai media italiani. Ma ciò non le evita di avere serie conseguenze sulla vita (e la salute) dei cittadini europei: al centro della vicenda c’è l’Efsa, l’Agenzia europea per la Sicurezza alimentare finita sotto i riflettori per la decisione con la quale, nel novembre scorso, ha contraddetto il pronunciamento della Iarc (l’Agenzia dell’Organizzazione mondiale della Sanità specializzata nelle ricerche sul cancro) che definiva “probabilmente cancerogeno” il glifosato.

Da più parti, dopo la discussa decisione sull’erbicida più utilizzato al mondo (è presente nell’11% dei campioni alimentari controllati a livello europeo),
sono stati ricordati i conflitti d’interessi in seno all’Efsa, oggetto di numerosi interventi da parte delle istituzioni comunitarie (ultima, in ordine di tempo, una sentenza del Mediatore europeo). Ma, risolvere il problema dei rapporti grigi tra scienziati e aziende, per quanto rilevante, potrebbe non bastare a evitare casi analoghi in futuro.

UNA DENUNCIA GIÀ NEL 2009
A monte dei controversi pareri Efsa ci sono i criteri utilizzati per decidere se autorizzare o vietare la commercializzazione di una sostanza. La denuncia è autorevole ed è stata firmata da 36 biologi europei, statunitensi e giapponesi (tra loro gli italiani Stefano Parmigiani e Paola Palanza dell’Università di Parma e la senese Francesca Farabollini). Quello che sconcerta è la data dell’articolo, apparso sull’Environmental Health Perspectives, giornale dell’Istituto americano per l’Igiene ambientale: 3 marzo 2009. Già sette anni fa, gli scienziati facevano riferimento a un altro caso: quello del bisfenolo A (Bpa), una sostanza molto usata nei contenitori plastici – dalle bottiglie d’acqua ai biberon – sospettato di essere un pericoloso interferente endocrino, in grado di danneggiare il sistema ormonale umano e animale.

COME SI SCELGONO GLI STUDI?
In quell’occasione l’Efsa, insieme alla sua omologa americana Food and drug Administration, aveva autorizzato l’uso del Bpa, basandosi su due studi condotti da laboratori commerciali e non considerando invece centinaia di ricerche degli Istituti nazionali di Sanità di numerosi Paesi. Motivo? Efsa e FdA hanno deciso di considerare, per i propri pareri, solo gli studi realizzati secondo un approccio noto come “Buona pratica di laboratorio” (Bpl). «Tale metodo
– spiega Carlo Modonesi, docente di Ecologia umana e coordinatore del gruppo di lavoro sui pesticidi dell’Isde, associazione Medici per l’Ambiente – è stato ideato per la valutazione dei farmaci e codifica una serie di regole accettate a livello mondiale per garantire qualità, affidabilità e integrità degli studi, oltre che la tracciabilità dei dati e l’affidabilità delle conclusioni». Il sistema apparentemente migliore per garantire i consumatori dai rischi di tossicità. Ma quel che vale per i farmaci e in laboratorio non vale necessariamente nel caso di sostanze pensate per essere diffuse nell’ambiente.

Più o meno una ripetizione, in ambito alimentare, di quanto avvenuto nei test per le emissioni nocive delle auto che hanno inguaiato la Volkswagen: «L’esempio è perfetto per capire i dubbi degli esperti – osserva Modonesi – perché la situazione di laboratorio difficilmente si ripete nella vita reale, in particolare nel caso di sostanze che, disperse nell’ambiente, possono essere assorbite involontariamente dall’uomo».

D’altro canto, già nell’articolo del 2009, i 36 firmatari sottolineavano come l’approccio Bpl «non specifica nulla circa la qualità del progetto di ricerca, le competenze dei tecnici, la sensibilità degli strumenti o se i metodi impiegati sono attuali o ormai antiquati. È fonte di grande preoccupazione che gli organismi regolatori europei e americani siano disposti ad accettare studi imperfetti, antiquati e finanziati dall’industria come prove di sicurezza mentre considerano non validi gli esiti di un numero molto elevato di indagini accademiche e governative».

A sette anni da quella denuncia, poco o nulla è cambiato. Dal bisfenolo al glifosato, il problema del metodo di valutazione rimane. E rischia di minare la credibilità di un’authority sempre più cruciale per l’igiene pubblica, chiamata a dare un numero di valutazioni quintuplicato in pochi anni. «I panel tecnici che analizzano le richieste – ammette Modonesi – sono composti sempre da scienziati di alto livello e dei quali ho massima stima. Ma le procedure di valutazione sono inadeguate. Per risparmiare tempo e costi, si è deciso che Efsa dovesse valutare e confrontare i risultati di studi effettuati da altri organismi anziché dargli il potere di effettuarne di propri. Ma fare un mero confronto tra i dati della letteratura scientifica non è sempre sufficiente». Il rischio è che, sull’altare del (temporaneo) risparmio, si ponga a repentaglio la salute pubblica.



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