Infanzia

Germania: ADHD, Ritalin e ragazzi 'turbolenti'

Fonte: Giù le Mani dai Bambini



ritalin
In Germania un ragazzino su dieci è… 'malato'

Ritalin è una pillola contro una malattia inventata – l’essere un tipo difficile. Cresce il numero di bambini con diagnosi di iperattività, ma c’è il Ritalin, che li rende piatti, arrendevoli, silenziosi, dipendenti.

In Germania un ragazzino su dieci è… malato. E’ agitato e rumoroso; tenta sempre di sforare i limiti; a scuola non riesce a stare seduto; è impaziente; non si concentra; si sente incompreso; prende brutti voti. E’ difficile e impegnativo per genitori e insegnanti, tanto difficile che prima o poi uno specialista formula la diagnosi: ADHD, che sta per Sindrome da deficit di concentrazione e Disturbo da iperattività. A quel punto il ragazzino non è più difficile, ma malato.

Per un bambino difficile ci sono cause: i genitori stressati, la famiglia distrutta, insegnanti incapaci, troppo computer e pochi alberi per arrampicarsi.

Ma se lo si dichiara malato, non ci si deve più sentire responsabili. Le malattie possono essere genetiche o frutto del destino, oppure tutt’e due le cose. Nessuno può farci nulla -non il bambino, non i genitori, non i maestri, non le circostanze. Chi è malato riceve dei farmaci per guarire. Per i ragazzini turbolenti quel farmaco c’è e li rende silenziosi e attenti, si chiama Ritalin.

Una malattia inventata

Ulrich Fegeler dice che nel suo studio vengono genitori con i figli per avere una diagnosi di ADHD. In quanto pediatra lui non la può formulare, ma invia i casi sospetti agli psichiatri infantili dei grandi ospedali. “Non è mai capitato che uno solo di loro sia tornato senza diagnosi, mai”.

Ulrike Lehmkuhl, direttrice della clinica pediatrica della Charité di Berlino, da una decina d’anni riscontra una vera inflazione di diagnosi di iperattività. Eppure non è un virus, dice. Su dieci bambini con quel tipo di diagnosi, nove volte si tratta di un disturbo comportamentale diverso o di un’altra malattia psichica. In pratica, il 90% delle diagnosi di deficit d’attenzione è sbagliato. Devono essere tre i criteri per una diagnosi corretta: impulsività, iperattivismo, deficit d’attenzione. “E fin dalla prima infanzia: l’ADHD non si manifesta all’improvviso in settima classe”.

Fu lo psichiatra statunitense Leon Eisenberg, alla fine degli anni 1960, a classificare come malattia l’irrequietezza e la difficile concentrazione dei bambini, definendola Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder. Ma quando si accorse che le diagnosi proliferavano e le ricette di Ritalin aumentavano a dismisura, gli vennero dei dubbi. Quarant’anni dopo, proprio prima di morire, Eisenberg confessò al giornalista scientifico Joerg Blech di non credere più all’ADHD, ma di considerarlo l’esempio paradigmatico di una malattia inventata.

L’ADHD è soprattutto maschile
La sindrome da iperattività si declina soprattutto al maschile, in un rapporto di quattro ragazzini per una femmina. Sono più loro a strabordare e a infrangere le regole. Ma chi è cambiato? i ragazzi? le regole?

Secondo il farmacologo ed esperto sanitario Gerd Glaeske, i maschi sono portati a scavalcare i confini, solo che la nostra società non è disposta a tollerarlo. Dunque, quando si sente dire che il ragazzo disturba bisognerebbe anche parlare di colui che si sente disturbato.

Ulrich Fegeler pensa che il termine “deficit d’attenzione” porti sulla pista sbagliata. Al contrario, si tratta di bambini piuttosto attenti, che prendono sul serio ogni sollecitazione. Una volta c’era un gran bisogno di persone così, capaci di capire prima degli altri. “Erano i guerrieri ideali, cacciatori e guardiani, con uno spiccato senso per il proprio ambiente”. Ma oggi la società non ne ha più bisogno o crede di poterne fare a meno.

Ritalin
Si calcola che in Germania siano 250.000 i bambini e gli adolescenti trattati con il Ritalin, che attenua i sintomi ma non cura. Il principio attivo è il metilfedinato. Nel 1993 ne furono venduti 34 chili, nel 2010 ben 1,8 tonnellate. Quattro ragazzini su cinque vengono “curati” solo con la pillola bianca, sebbene le linee guida prevedano delle terapie comportamentali che portino, col tempo, a rinunciare al farmaco. “Non sappiamo esattamente come agisca sul cervello” dice la signora Lehmkuhl. Il metilfedinato non è considerato una droga, però rientra nella legge degli stupefacenti dato che può essere usato in modo improprio per accrescere le prestazioni.

Due storie diverse
1) “Senza Ritalin sono più allegro, ma se non lo prendo non riesco a stare in classe con gli altri”. Paul ha sedici anni e da cinque la sua mamma ogni mattina gli mette la pillola nello zaino insieme alla merenda. Fin da piccolo è stato proiettato verso una società competitiva -scuola materna bilingue, scuola europea- ma lui non ci si ritrovava; era in difficoltà, poi i problemi sono aumentati, alla fine è arrivata la diagnosi di ADHD. Con annesso rimedio, il mitico Ritalin. Dice: “Mi piace essere bambino”.

2) I genitori di Robin non vogliono che prenda il Ritalin. “Non lo consideriamo malato”. Robin ha dodici anni, e un paio d’anni fa un medico gli ha detto che ha l’ADHD, ma lui non sa cosa pensarne. “Vai volentieri a scuola?” “No!”. “Le tue materie preferite?” “La ricreazione e quando salta la lezione”. Ride. A scuola ha sempre avuto problemi; una volta ha versato il succo d’arancia nell’acquario. Su suggerimento dei maestri è stato visitato da vari specialisti, ha avuto lezioni di sostegno. Ma quando il pediatra ha preteso che prendesse il Ritalin, i genitori si sono opposti. La sua mamma lo considera un crimine contro i figli. “Se dò una medicina a mio figlio perché vada meglio a scuola, è come se gli dicessi che voglio cambiarlo. E lui può pensare che senza la medicina io non lo sopporterei. Dov’è scritto che un bambino non debba essere faticoso?”

Poiché non prende il Ritalin, Robin fa fatica a studiare. Per i suoi genitori lo studio non è così importante, ma lui s’interroga sul suo futuro e non riesce quasi più a vedere gli amici poiché i compiti a casa gli portano via un sacco di tempo. Ha già fatto scappare tre maestri privati, però a scuola ora è un po’ meno turbolento. “Robin ha un carattere forte come me”, dice la mamma pittrice. “Non è una cosa di cui ci si libera semplicemente con una terapia”. Suo figlio lei lo ritrova in questa poesia di Jacques Prévert:

Il somaro

Con la testa dice no
ma col cuore dice sì
a chi ama dice sì
al professore dice no
sta in piedi
viene interrogato
e i problemi sono tutti posti
all’improvviso gli prende la ridarella
e cancella tutto
le cifre e le parole
le date e i nomi
le frasi e i tranelli
e malgrado le minacce del maestro
fra gli strilli dei ragazzi prodigio
con gessi di tutti i colori
sulla lavagna della sofferenza
disegna il volto della felicità.

Da: ADUC – (traduzione e adattamento di un articolo di Christiane Hoffmann e Antje Schmelcher per Frankfurter Allgemeine Zeitung del 13-02-2012. A cura di Rosa a Marca)










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