Denuncia sanitaria

Generici: tutta Europa li usa. In Italia trionfa la disinformazione

Fonte: Valori (Rivista)



Hanno gli stessi effetti dei farmaci originali e farebbero risparmiare un miliardo all’anno. Ma ancora pochi italiani li usano. I pazienti non li conoscono, i medici non li prescrivono, sedotti dalle pressioni dei produttori dei “cugini griffati”.

Fanno risparmiare rispetto ai farmaci "di marca", ma ancora pochi li usano. Hanno lo stesso principio attivo dei loro concorrenti più illustri (e ovviamente lo stesso effetto curativo), eppure verso di loro in Italia serpeggia tuttora una diffidenza inconcepibile, ma che fa la felicità (e la ricchezza) delle multinazionali del farmaco. La conseguenza è che il mercato dei medicinali bioequivalenti (o “generici”) nel nostro Paese stenta ancora a decollare: su 100 confezioni di farmaci non coperti da brevetto acquistate, solo 9 sono generici. In termini di valore economico la percentuale cala ancora: 5%. Solo la Grecia ne consuma meno: il 2% di tutti i farmaci venduti. Per il resto d’Europa (e del mondo) una simile scelta è da folli: in Olanda il peso degli equivalenti è del 59%, in Gran Bretagna al 61%, in Germania al 67%, in Polonia al 79%, in Lettonia supera l’85%. Oltreoceano, in Canada sono al 29%, negli Usa al 43%.

Un regalo da 300 milioni a Big Pharma
Un danno economico ingente per le tasche dei malati e dello Stato. Trecento milioni di euro ogni anno finiscono dritti nelle tasche delle case farmaceutiche perché gli Italiani si ostinano a spendere di più per comprare i medicinali di marca, nonostante il Servizio Sanitario nazionale, da quasi dieci anni, rimborsi loro solo il prezzo del generico corrispondente. A questi si aggiungono i soldi letteralmente buttati quando scegliamo di comprare i farmaci di fascia C (non rimborsati dal SSN) originali: la Tachipirina al posto del Paracetamolo, il Voltaren anziché il Diclofenac, il Feldene anziché il Piroxicam, il Ranidil invece della Ranitidina e via dicendo.
Alla base di una simile scelta, un mix di arretratezza culturale, disinformazione dei medici (spesso condita con doni, pranzi e convegni in località esotiche) e sapienti campagne di stampa pompate dalle lobby del farmaco per screditare i generici a vantaggio dei “cugini famosi”.

«Gli acquirenti di farmaci in Italia sono soprattutto persone anziane – spiega Antonio Panti, presidente dell’Ordine dei medici di Firenze – che magari comprano da anni lo stesso farmaco. È difficile fargli comprendere che potrebbero spendere di meno scegliendo un medicinale identico, ma con un nome diverso (per legge i generici devono usare il nome del principio attivo che contengono, ndr)». E i medici o i farmacisti che ci stanno a fare?

Qui s’innesta un altro problema: troppi dottori, in buona o cattiva fede, dubitano che i generici siano realmente identici agli originali. Non a caso, rivela Federconsumatori, solo il 5% dei pazienti ha avuto una ricetta che esplicitamente prescriveva farmaci bioequivalenti e solo il 3% li ha acquistati su indicazione del farmacista. Con forti differenze regionali (si va dal 9% di Trentino e Toscana al 3,8% della Calabria).
«Il ruolo del medico è cruciale – denuncia Giorgio Foresti, presidente di Assogenerici – e il problema della scarsa diffusione dei generici è tutta lì. I medici continuano a prescrivere i farmaci brand (di marca) seppure più costosi. Su di loro c’è un’imponente attività di lobby dei grandi gruppi farmaceutici, tesa a screditare la qualità e l’efficacia dei medicinali generici».

La denuncia della Commissione Ue
Un’indagine della Commissione europea ha rivelato l’anno scorso che, tra il 2000 e il 2007, il 23% del budget delle aziende del farmaco è stato speso per marketing (contro il 17% destinato a ricerca e sviluppo).

Nella stessa indagine l’Ue ha accusato pubblicamente la lobby del farmaco di ostacolare, o quanto meno di rallentare, la diffusione di medicine generiche. Una strategia che in sette anni è costata ai 27 Stati Ue 3 miliardi di mancati risparmi. Secondo l'inchiesta, nei confronti delle aziende che producono i generici sarebbero state messe in campo azioni "perfettamente legali", ma con effetti distorsivi. Due esempi: la domanda multipla di brevetti per lo stesso medicinale (fino a 1.300 per un singolo farmaco) o l'avvio di contenziosi pretestuosi (ne sono stati contati 700 che in almeno 200 casi hanno portato ad accordi per ritardare l'ingresso dei farmaci non di marca sul mercato).

Il prezzo è calato ma…
Dal punto di vista del prezzo, dall’avvento dei generici un calo c’è senza dubbio stato anche per i farmaci di marca. Il prezzo dell’Aulin, ad esempio, è crollato dai 13 euro di quando non aveva concorrenti ai 4,20 attuali (per il corrispondente Nimesulide se ne spendono circa 3). Ma, in realtà, è stata solo un’altra strategia commerciale messa in atto da “Big Pharma”: «Per mantenere le proprie quote di mercato – spiega l’economista Michele Uda, responsabile del Centro Studi di Assogenerici – i prezzi dei farmaci branded si sono rapidamente allineati a quelli dei generici, per impedire a questi ultimi di aumentare i propri volumi di vendite. Finché le aziende di generici non aumenteranno i volumi di vendite non potranno diminuire ulteriormente i prezzi e i pazienti italiani continueranno a pagare i farmaci mediamente molto di più del resto d’Europa». Diverse ricerche suffragano tali considerazioni: se si riuscisse a incrementare la quota in volumi dei bioequivalenti al livello della media europea, il Servizio sanitario potrebbe risparmiare oltre 900 milioni di euro rispetto al livello di spesa attuale.

«Il governo e l’Aifa (l’Agenzia del farmaco, ndr) devono agire per garantire ai produttori di generici l’accesso ai volumi. Per farlo, è indispensabile diffondere tra i medici “un’abitudine prescrittiva” orientata in tal senso. Solo così si può ridurre l’incidenza del costo dei farmaci sulla spesa sociosanitaria, che oggi si attesta sul 30% del totale».

Di strategie da copiare in giro per l’Europa ce ne sono: «La Gran Bretagna – rivela Foresti – prevede incentivi economici per i medici che prescrivono i generici al posto dei farmaci originali. E l’Ue ha stabilito delle soglie che impongono un numero minimo di prescrizioni di bioequivalenti sul totale delle ricette».



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