Omeopatia

Galline e cavalli. Quando la realtà racconta la veridicità

Fonte: Il Medico Omeopata



INTRODUZIONE
L’Omeopatia di Samuel Hahnemann (1755-1843) non è solo la medicina dell’esperienza, ma anche la medicina dei sintomi, che ne rappresentano il vero aspetto scientifico nella duplice ottica: da parte dell’uomo apparentemente sano durante la sperimentazione di una sostanza e da parte del paziente che durante la visita omeopatica dimostra di avere un quadro analogo a quello sperimentale, in coerenza con la Legge di Similitudine. Pertanto il Sintomo espresso dal Paziente rappresenta, secondo i contesti e le circostanze, la parte pragmatica del Medico Omeopata: singola verità passibile di cambiamento e quindi portatrice di esperienza. Proposta in questi termini, l’Omeopatia hahnemanniana probabilmente rappresenta un sistema definitivo e chiuso o aperto solo a nuove indagini sperimentali, provings di sostanze nuove o revisioni di sperimentazioni effettuate in passato. Le nuove scoperte in ambito fisiopatologico, tuttavia, mantengono viva la discussione se l’Omeopatia, come proposta terapeutica, debba essere aperta o riduzionista, cioè riferita alla sola dottrina hahnemanniana basata sulla totalità dei sintomi ose invece debba interrogarsi sulle nuove conoscenze del sistema vivente, testando possibili rimedi suggeriti non solo (o non tanto) dalla Sperimentazione Pura sull’Uomo Sano, ma dall’analogia funzionale, metabolica, anatomo-patologica, ecc. della sostanza di partenza. Notoriamente, quest’ultima tendenza ha finito per favorire lo sviluppo di nodi all’interno della comunità omeopatica stessa, peraltro già evidenziati ai tempi in cui visse il Maestro.
Nella prefazione alla prima edizione delle Malattie Croniche (1828), che contiene l’evoluzione del credo omeopatico, Hahnemann scrisse: “Se io non sapessi che sono sulla Terra al fine di perfezionare per quanto è possibile l’essere mio, e giovare con tutte le forze al mio prossimo, farei veramente cosa da stupido […]”. E prosegue il suo ragionamento nella parte prima de Natura delle malattie croniche, affermando che non sempre i rimedi omeopatici ben scelti risolvono certe malattie: “[…] che fino dagli anni 1816-17, mi sono per lungo tempo occupato giorno e notte di sciogliere questo importantissimo problema, di trovare il motivo per cui tutti i rimedi conosciuti dall’Omeopatia non operano una assoluta guarigione nelle indicate malattie;e di arrivare a conoscere la vera indole di quelle migliaia di malattie croniche che non si possono guarire a dispetto della irrefrangibile verità della Legge Omeopatica”. In questa circostanza, Il Maestro esprime la propria posizione di pensatore appartenente alla civiltà occidentale, che è regolata sul principio di non contraddizione e sul principio di causalità, dove l’identità d’ogni cosa segue l’ordine rigoroso delle sue relazioni. Pertanto, queste indagini sembrano davvero compatibili con i più alti modelli di ragionevolezza di quel periodo. Tanto che ritenne di aver sciolto l’antinomia e di poter concludere rivolgendosi al suo ideale lettore: “A poco a poco, dopo continue meditazioni, instancabili ricerche, fedeli osservazioni, e tentativi il più scrupolosamente eseguiti, il Datore d’ogni bene mi concesse di potere sciogliere per conforto della umanità questo importantissimo enigma.” Fu così, per spiegare tale enigma, che Hahnemann fece ricorso ad una definizione che potremmo collocare in una categoria linguistico-semantica, i Miasmi, che gli garantiva la possibilità di spiegare coerentemente (e giustificare) sia le malattie, acute e croniche, sia il suo sistema terapeutico. Egli sapeva bene quello che doveva fare: sviluppare un assioma dotato di forza ed efficacia superiori alle proposte della Medicina Accademica di quel periodo; al di là della ragione e della comprensione, ci poteva essere solo un principio ferreo e la teoria dei Miasmi lo rappresentava al meglio con le sue dimostrabili categorie sintomatiche, Psora, Sifilide e Sicosi.
Tale teoria sarà sviluppata nel corso di due secoli da autorevoli omeopati: alcuni chiariranno, promuovendone l’evoluzione, l’aspetto filosofico del Maestro, altri lo criticheranno, dando così adito al maggior numero di divisioni nella “famiglia” omeopatica. Ma la teoria dei Miasmi, come sottolinea Hahnemann, fa appello unicamente all’esperienza. Egli infatti non disse io credo, io penso, al contrario parlò solo dopo aver osservato ed acquisito un’esperienza. Queste sono le sue esatte parole: “Ih rede aus esfahrung.“ E si sa che l’esperienza, secondo Hahnemann, non doveva solo essere “clinica”, perché prima doveva esserci la Sperimentazione Pura, l’aspetto più scientifico dell’Omeopatia ed anche, potremmo adesso dire, la chiusura del cerchio: non può esistere Omeopatia che non sia basata sulla Sperimentazione Pura di un rimedio per volta sull'uomo sano. Altri che vengono spiegati come principi base dell’Omeopatia (Legge di Similitudine, principio del Rimedio Unico, principio della Dose Minima, ecc.) sono la logica derivazione della Sperimentazione Pura.

IMITATEMI, MA IMITATEMI BENE…
Ecco allora che anche Hahnemann sembra dare una risposta all’iniziale quesito di questo scritto. Ad un signore di Parigi che si congratulava con lui per aver vissuto tanto da vedere il suo sistema divulgato in gran parte del mondo e di contare i suoi seguaci a migliaia, il Maestro sorridendo rispose: “Quelli che si chiamano miei seguaci possono forse contarsi a migliaia, ma quelli che io riconosco per tali posso contarli sulle dita di ambedue le mani.”
Forti di queste affermazioni, alcuni Medici Omeopati seppero onorare il Maestro, non solo curando animali con possesso di linguaggio, ma anche trovando risposte ai loro dubbi, testando la metodologia Hanemanniana su animali non parlanti, dando così “universalità” ai summenzionati Princìpi.

CASI CLINICI IN LETTERATURA VETERINARIA
Il Dott. Buchner ad un incredulo della Terapia omeopatica rispose: “Il vitello neppure crede all’Omeopatia, e nonostante tutto è guarito.” Come riscontro a questo storico vitello omeopatico, proponiamo alcuni casi clinici ottocenteschi proposti in un articolo dal Dott. Bernhardt Fincke (1821-1906), che aggiungono anche l’incredulità delle galline e dei cavalli guariti con i granuli omeopatici. Una gallina di sei anni che faceva tre o quattro uova alla settimana, in seguito iniziò a farne senza guscio duro e pure se le mangiava. Si somministrò una dose di Calcarea carbonica 9CH, ma dopo una settimana la situazione non migliorò. Gli fu data un’altra dose di Calcarea carbonica cm ed il secondo giorno la gallina fece un uovo con il guscio duro e continuò a produrre per lungo tempo. Essa una volta fu presa da stitichezza e si temette di perderla. Una dose di Nux vomica 9CH che le recò sollievo in un’ora. Nel racconto, inoltre, si evidenzia che quando le galline prendono il colera del pollame, si mettono nell’acqua da bere (tre quarti di litro) circa dieci globuli di Veratrum album 9CH, ed in poche ore esse stanno benissimo.
Fincke, coordinatore di queste storie veterinarie, probabilmente ha inteso offrire al lettore una guida allo studio della Materia Medica, piuttosto che una sinossi per la prassi terapeutica. Questa tendenza, in letteratura ottocentesca, è un fenomeno quasi uniforme. Una gallina color argento un giorno si spaventò e si mise a correre su se stessa. Una dose di Belladonna 9CH la migliorò dopo un’ora, e continuò a star bene a tal punto che divenne una brava chioccia per altri quattro anni. L’autore scrisse che quando le galline prendono il crup sono salvate da una dose di Spongia tosta 9CH, e sono spesso migliorate in breve tempo. Inoltre si legge la modalità di somministrazione del rimedio: “Una persona prende la gallina,un’altra gli apre il becco con la mano sinistra, e con la destra si versano alcuni globuli nella gola.”
Dalla descrizione dell’articolo si evince che queste storie veterinarie erano frutto di una riunione di Omeopati. Un nome di spicco per le sue insigni qualità di caposcuola presente alla riunione,era il Dott.JamesTyler Kent (1849-1916), che disse di avere una storia di un cane guarito con i granuli. Racconta Kent che un giorno il cane guardava con insistenza una vacca che stava partorendo, essa gli mollò un calcio con la gamba posteriore e lo ferì per puntura. Dopo la guarigione il cane conseguì un intirizzimento, cosicché il suo valore scese da diecimila dollari a pochi centesimi. Kent spedì al proprietario una dose di Ledum che guarì il cane, e pertanto migliorò anche il suo valore commerciale. Intervenne il Dott. Erastus Eli Case (1847-1918), che raccontò di cinque casi di scarlattina in famiglia. In quei tempi, sottolineò, si usava bruciare la biancheria che fosse venuta in contatto con il malato. Difatti la mise su un carro trainato da un cavallo e la portò lontano da casa. Dopo circa nove giorni l’animale ebbe tutti i sintomi di febbre scarlattina. Durante la sua malattia “il pelo dell’animale cadde e la cute si spelò come nella desquamazione della scarlattina. I chirurghi veterinari dichiararono che i cavalli non prendono la scarlattina perché non si trovano bacilli nei loro corpi.
Un altro medico presente al convegno, il Dott. Bushrod W. James, disse che il cavallo di un suo paziente finché il proprietario era in vita, fu sempre guarito da un Veterinario Omeopata. Poco dopo la morte del proprietario il cavallo si ammalò e fu chiamato un celebre Veterinario del luogo il quale decise che, se un cavallo pesa dieci volte una persona, la dose del farmaco allopatico deve pesare dieci volte di più. Infatti, si rileva, al cavallo si somministrò 250 grani di Chinino, ed alla terza dose il cavallo morì.
In questi scambi amichevoli di esperienze veterinarie qualcuno domandò ai presenti se c’erano stati casi di spavento (!) guariti con l’Omeopatia. Il Dott. Charles E. Sawyer (1860-1924), rispose che nella sua esperienza conosceva diversi casi guariti. Infatti, confermò che un uomo, del quale curava la moglie per cancro al seno, pensava che i rimedi fossero acqua fresca,ma che la sola fede guariva. Sawyer gli fece notare che il suo cavallo aveva alcune fistole, e chiese al proprietario se il cavallo avesse la fede, tosto gli disse che poteva curare quelle aperture fistolose e consegnò al proprietario tre dosi di Silicea. Poco dopo il cavallo guarì e l’Omeopata guarì anche la moglie del proprietario. Prese la parola il Dott. John Henry Allen (1836-1909), un eccellente hahnemanniano che pubblicò un famoso trattato sulle malattie della pelle, essendo un rinomato dermatologo. Egli dichiarò che nello Stato dell’Indiana esistevano diversi allevamenti di cavalli puro sangue e che la maggioranza dei proprietari li curavano con l’Omeopatia e raramente perdevano un cavallo.
Il Dott. F. Powel riferì il caso di un suo paziente che possedeva un cavallo, il quale fu messo a lavorare troppo presto. L’orina scomparve e l’animale manifestava una grande angoscia. Questa condizione, secondo Power, era considerata fatale. Il medico decise che Hyosciamus 200 era il rimedio adatto ed in sei ore l’orina ritornò e il cavallo guarì.
Intervenne di nuovo il Dott. James, che possedeva una cavalla di buona salute e fece un contratto con la scuderia della città – leggere queste storie è interessante perché ci raccontano anche la vita di tutti i giorni nell’America di quel periodo: alcuni proprietari di cavalli non possedevano una propria stalla, ma tenevano gli animali parcheggiati in una scuderia collettiva che li accudiva; inoltre, avevano anche un cocchiere personale che veniva a prenderli a casa, un autista privato –, si legge, inoltre, che l’animale, secondo il contratto proposto dal proprietario, non doveva mai essere curato con farmaci allopatici. Una mattina, però, si presentò presso lo studio del medico uno degli stallieri e gli riferì che la cavalla era molto ammalata, probabilmente una colica. James corse subito alla scuderia e trovò l’animale che gemeva con grande angoscia e tirava calci. Il medico le parlò e la cavalla cercò di alzarsi, barcollava mentre si avvicinava al suo padrone e immediatamente cadde. James descrisse che i suoi zoccoli erano tutti e quattro insieme. Colocynthis in cinque minuti mise a tacere i suoi gemiti, dopo dieci l’animale si tranquillizzò ed infine, dopo quindici minuti, la cavalla si alzò tra la meraviglia degli stallieri presenti all’evento.
Il Dott. Bell racconta che quando i cavalli dalla campagna vengono in città (Boston), si ammalano di tosse e catarro con gonfiezza delle ghiandole del collo. Si legge che il rimedio che guarisce questo stato di solito è Silicea.
Infine dopo diversi racconti di animali guariti con l’Omeopatia, in cui la discussione avrà sicuramente sollevato questioni interessanti e che l’articolista ha ben riassunto nel testo pubblicato, intervenne di nuovo il Dott. Kent dicendo che non si potevano contraddire queste prove in quanto l’azione delle potenze minime effettivamente guariscono gli animali, muti e non pensanti. Kent riferì all’assemblea che vi era un disturbo nei cavalli non molto raro. I maniscalchi del luogo lo chiamavano barcollamento cieco. Sembrava “una forma di vertigini. Quando il cavallo che io curavo si riscaldava un poco, tremava e barcollava e sembrava perfettamente cieco. Io – proseguì Kent – somministrai una dose di Sulfur,che recò sollievo soltanto per un tempo limitato. Gli fu data un’altra dose e il male ritornò. Il cavallo sviluppò una crepatura ai quarti, che è segno di nutrizione difettosa. Questo mi condusse a dare una dose di Graphites, che guarì ambedue le condizioni.”
Kent descrisse diversi casi di cavalli curati con l’Omeopatia. Fra l’altro si legge: “Non molto tempo fa ho curato un cavallo con brividi. Il brivido sopravveniva ad intervalli irregolari, vagando dall’una alle cinque del pomeriggio. Per questi brividi irregolari diedi Arsenicum 8m. Dovetti lasciare che il cavallo avesse parecchi brividi prima di accertarmi che Arsenicum era il rimedio.Naturalmente noi siamo costretti a prescrivere su magrissima informazione in questi casi”. Proseguendo nella lettura, Kent riferisce di aver visto un tumore grosso come un pugno, scomparire in quattro settimane dopo una sola dose di Thuja 73m. Racconta anche di un sintomo particolare osservato nei cavalli: “Quando il cavallo si ferma, sembra che debba esservi qualche sorta di indurimento nella spalla ed il piede verrà poggiato all’infuori. Io ho guarito questa condizione con Ferrum, quando la spalla sinistra è quella affetta.

CONSIDERAZIONI
Il punto molto problematico della questione è che ancora oggi se ne fa una questione di fede, in cui viene da dire chissà dove sta la verità? L’unità della cultura Allopatica, ammesso che sia stata davvero unitaria, è qualcosa di assodato fin dal suo nascere. L’Omeopatia proposta da Hahnemann, per ragioni storiche, assurge invece a espressione di policultura, in cui il Maestro semplicemente mette in crisi il sapere terapeutico di fine settecento; lo stesso Ippocrate scrisse come massima, che il medico deve essere abile nella cognizione di tutte le conoscenze prodotte dall’uomo. Tuttavia la Medicina Accademica non ha saputo puntare al criterio di “unificazione” terapeutica. Parte sempre più importante della società contemporanea, però, accomunata dal fatto di essere sempre più informata e riflessiva, ha saputo far circolare la cultura di tolleranza a favore di altre forme di terapia e ciò le permette di essere argine effettivo per l’affermazione e la sopravvivenza della medicina Omeopatica o di qualsiasi proposta terapeutica in cui il metodo faccia riferimento ai principi regolativi ed in cui i sistemi biologici si realizzino come, appunto, in quello omeopatico. I due modelli terapeutici,Allopatia ed Omeopatia, sono per loro natura centralizzanti, modi diversi di formare opinioni sulla Terapia, i quali richiedono paradigmi sperimentali differenti. Sono caratterizzati da una ricerca isolata nella propria sfera di appartenenza, ma il loro fine è inevitabilmente un mondo universalmente organizzato verso una sorta di “salvezza” per l’uomo o ogni altra creatura che soffre: l’una con più farmaci, l’altra con un solo rimedio per volta. Tutto a posto, dunque. Eppure le cose non sono così semplici: priva di contenuti di giustizia, la logica del mercato, unica divinità effettiva, si impone più della determinazione di piccole minoranze presenti da sempre, usando la legalità, in quanto le leggi bastano e avanzano a sostenere tale prepotenza. A questo capitalismo che lascia l’amaro in bocca si oppone un’antropologia, come ampiamente dimostrato in questo articolo, con persone intellettualmente emancipate che in ogni epoca della storia difendono gli spazi policulturali di libertà di scelta portando una ventata rinfrescante. E allora coraggio! – direbbe Hahnemann. Meglio evitare lo scontro tra visioni del mondo, perché non si può pretendere il possesso di verità in modo esclusivo in una società pluralista dove il “diritto” è solo una costruzione; è la realtà che racconta la veridicità ed il sistema terapeutico introdotto dal genio di Meissen ha tutte le probabilità di restare vivo, almeno finché gli animali non parlanti, come galline e cavalli, guariscono.


Bibliografia
Buttignol M., Pompili e Kent veterinari. Il Medico Omeopata. 2006/33, novembre, pp. 10-12.
Buttignol M., (2007), Linguaggio e Sintomi.Manoscritto inedito.
Fincke B. (1894), Nuovi casi clinici (di Veterinaria).The Homoeopathic Physician, in Rivista Omioatica, XL, 3, pp. 82-89.
Hahnemann S., (1828), Malattie Croniche loro vera origine e cura Omiopatica. Traduzione dal tedesco di Giuseppe Belluomini,Tomo I. G.Marsili.Teramo, 1832.
Tripi B., (1854), Corso di studj Omeopatici.F.Lao,Palermo.
WesselhoeftW.P., Discorso del Dott.William P.Wesselhoeft. In Rivista Omiopatica, XXXIII, 8, pp.243-252.


Articolo pubblicato su autorizzazione de:
Il Medico Omeopata
La rivista italiana di Omeopatia Classica
n. 39 Anno 2008  Pag. 19 - 22



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