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Chi soffia sul fuoco siriano

Fonte: Valori (Rivista)


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conflitto siria
Esiste una definizione più assurda di “guerra civile”?

Due fronti esterni si sono aperti nella delicatissima situazione siriana: le Alture del Golan, contese tra Siria e Israele, e la frontiera con la Turchia. Mentre il movimento pacifista europeo non riesce a organizzare una manifestazione a fianco della popolazione siriana

Esiste una definizione più assurda di “guerra civile”? Sappiamo che si intende un conflitto combattuto all’interno di una nazione tra fazioni composte per la maggioranza dalla popolazione locale: ma civile accanto a guerra è un pugno che arriva allo stomaco, forte come quando si parla di guerra umanitaria. L’immagine che ci restituisce non è giusta e dobbiamo rifiutarci di utilizzarla.

Se utilizziamo invece gli strumenti dell’analisi, pur con la difficoltà di reperire informazioni non viziate dalla propaganda di giornalisti embedded, in Siria si sta combattendo dal marzo del 2011 un conflitto surrogato, che si è innestato su rivendicazioni di democratizzazione iniziate nella città meridionale di Dera’a, ma è condotto da gruppi che rappresentano interessi di altre nazioni.

Per Thierry Meyssan, saggista francese presidente del Réseau Voltaire, si tratta di una “pseudo rivoluzione” in cui «nessun gruppo armato si batte per la democrazia, e la maggior parte intende imporre una dittatura religiosa sunnita». Obiettivo: continuare la riconfigurazione politica del Medioriente, eliminando la laicità del panarabismo, in funzione del cambiamento di equilibri conseguente alla caduta del Muro di Berlino e alla crescente importanza degli imperialismi locali, rappresentati da Israele e dalle monarchie del Golfo.

Cresce l’intensità del conflitto
L’intensità del conflitto sta salendo: Israele ha annunciato di aver risposto con i suoi Tammuz ai colpi dei mortai dei siriani sulle Alture del Golan, il più pacifico dei confini israeliani dove non c’erano più stati scontri dal 1973, dopo l’annessione dei territori da parte israeliana, con la guerra dei sei giorni (1967).

Ci sono stati scambi a fuoco sul confine turco e il presidente Abdullah Gul ha confermato che la Turchia dopo trattative con la Nato dispiegherà sul suo territorio missili Patriots terraaria. Secondo il quotidiano turco Milliyet il dispiegamento di missili farebbe parte di un piano delineato con gli Usa, per imporre una zona di esclusione aerea di 60 km, all’interno del territorio siriano. Che consentirà mano libera ai gruppi armati che stanno destabilizzando la Siria, riuniti sotto il nome di Esercito siriano libero (Esl) e composti da corpi scelti qatariani, terroristi wahabiti di Al Qaeda e provenienti dall’Arabia Saudita, miliziani libici, apparati speciali francesi, turchi, israeliani e della Nato. Un insieme di brigate che dovrebbe obbedire a un comando presso una base Nato in Turchia, ma che – secondo Meyssan – risponde solo “a chi le finanzia direttamente” e dopo mesi di scontri non è riuscito a conquistare l’appoggio della popolazione e a sfaldare l’esercito siriano.

La ricerca di un interlocutore unico

Pressato dalle richieste dell’Occidente di avere un interlocutore unico, l’Esl ha formato recentemente un Comando militare centrale nella città occupata di Idlib, in cui si identifica circa l’80% dell’Esl e riconosce come capo spirituale lo sceicco salafita Adnan al-Arour. Commentando la creazione del Comando militare centrale, lo sceicco ha auspicato anche l’unificazione dei tre comitati politici rivali all’estero e ha invocato l’istituzione di un Consiglio legislativo che dovrebbe adottare la shari’a sotto la sua direzione.

Non è riuscita in questa unificazione l’assemblea degli oppositori della Siria, convocata a Doha nel Qatar ai primi di novembre. Ma ha prodotto come risultato la Coalizione nazionale delle forze rivoluzionarie di opposizione, un nuovo organismo guidato da Maoz al-Khatib, sunnita ed ex imam della grande moschea di Damasco. Nella Coalizione è confluito anche il Consiglio nazionale siriano (Cns) ora guidato dal cristiano George Sabra. La Coalizione è stata per il momento riconosciuta dalle sei monarchie del Golfo (Arabia Saudita, Emirati, Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar), dalla Lega Araba, dalla Francia e ha avuto l’apprezzamento degli Usa.

Una dichiarazione di guerra
Nelle sue prime dichiarazioni Sabra ha lanciato l’appello agli sponsor occidentali, come riporta l’agenzia stampa Asia-News: «Non abbiamo bisogno di solo pane, ma di armi». Secondo la stessa agenzia «l’Occidente non vuole concedere armi in modo esplicito, ma lo fa attraverso Qatar e Arabia Saudita. Con il pieno riconoscimento da parte della comunità internazionale, la nuova Coalizione avrà diritto a ricevere fondi e armi da Paesi stranieri, ma non da Stati Uniti e Unione Europea».

Tuttavia, Khaled al-Attiya, ministro degli Esteri del Qatar, sottolinea che con «la legittimazione internazionale, la Coalizione potrà concludere da sola contratti per l’acquisto di armi, senza il benestare di alcun Paese».

«Una vera dichiarazione di guerra» per il presidente siriano, che solo pochi giorni prima in un’intervista alla catena televisiva Russia Today, aveva affermato di «credere nella possibilità di una soluzione affidata alle urne» e aveva rifiutato anche la “via di fuga” offertagli dal premier inglese, David Cameron, in visita negli stessi giorni nel campo profughi di Zaatari, in Giordania, Paese che ospita 36 mila dei circa 400 mila rifugiati provenienti dalla Siria.

Di fronte a questa aggressione predatoria nei confronti di un Paese sovrano, che segue un suo percorso autonomo di sviluppo, come è possibile che tutti i democratici, i movimenti pacifisti, la società civile non facciano ancora sentire la loro voce?

UN PAESE LAICO, CON I LAVORATORI IN PARLAMENTO
Indipendente dal 1946, dopo esser stata amministrata dai francesi subentrati a seguito della guerra mondiale nell’area dell’ex Impero Ottomano (1920-1946), la Siria è stata unita allo Yemen e all’Egitto nella Repubblica araba unita, dal 1958 al 1961.

Nel 1963 il Baath, partito nazionalista arabo laico e di ispirazione socialista, assume il potere con un colpo di Stato militare. A seguito della sconfitta nella “guerra dei 6 giorni” del 1967, con l’occupazione del Golan da parte degli israeliani, nel 1970 un golpe incruento (definito nella terminologia ufficiale baathista “movimento di rettifica”) estromette dal potere la sinistra neo-marxista e colloca il ministro della Difesa, il generale Hafiz al-Assad membro della minoranza alawita, al vertice dello Stato. Hafiz governa in continuità con i programmi precedenti, riceve gli apprezzamenti per la stabilità raggiunta dalla Siria persino dal segretario di Stato Usa, Henry Kissinger.

Con la morte del padre, nel 2000, Bashar al-Assad è nominato presidente dall’Assemblea del popolo e confermato dal referendum popolare nel luglio dello stesso anno, come prevede la Costituzione del 1973. Nell’ordinamento siriano, il presidente è titolare del potere esecutivo e nomina il governo. Il potere legislativo spetta all’Assemblea del popolo, formata da 250 membri eletti a suffragio universale; la metà dei seggi è riservata ai lavoratori; 167 seggi sono garantiti per legge al Fronte nazionale patriottico (Jww) che fa capo al partito Baath.

Nel 1976 la Siria interviene come elemento pacificatore nella guerra interna al Libano, imponendo al Paese una sorta di protettorato avallato nel 1991 da un trattato di cooperazione. In seguito alla risoluzione Onu che ordinava il ritiro delle truppe straniere dal Libano, nel 2005 la Siria richiama i soldati. Nel maggio 2007 Bashar è stato eletto per la seconda volta presidente.

IL PAESE IN CIFRE
Nome: Siria
Forma di governo: repubblica
Capitale: Damasco
Indipendenza: 17 aprile 1946 (dal mandato
conferito alla Francia dalla Lega delle nazioni)
Popolazione: 22.530,746 (stima luglio 2012);
arabi 90,3%, kurdi, armeni e altri 9,7%
Religioni: musulmani sunniti 74%, altri
musulmani (compresi alawiti e drusi) 16%;
cristiani 10%; ebrei
Pil: 64,7 miliardi di $ Usa (stima 2011)
Pil procapite: 5.100 $ Usa
Tasso di disoccupazione: 14,9% (stima 2011)
Alfabetizzazione: 79,6% totale; maschi 86%;
femmine 73,6% (censimento 2004)
Aspettativa di vita alla nascita: 74,92 anni
Mortalità infantile: 15,12 morti/1.000 nati
Mortalità materna: 70 morti/1.000.000



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