Denuncia sanitaria

L’amara favola dei nuovi antitumorali

Fonte: Valori (Rivista)



L’efficacia di molte molecole è incerta. Sicuri sono solo i costi stellari e il “rischio default” per i sistemi sanitari

Da quattro-cinque anni c’è un gran fermento attorno ai medicinali che hanno il delicato compito di arginare il cancro. Negli articoli di stampa sono noti come “farmaci intelligenti”, perché sarebbero capaci di aggredire forme tumorali anche molto specifiche. Gli addetti ai lavori li conoscono invece come farmaci monoclonali. La sostanza non cambia: a voler vedere il bicchiere mezzo pieno rappresentano la speranza attesa da tanti pazienti oncologici e dalle loro famiglie.

Ma nell’attuale universo-salute, c’è sempre un lato oscuro. Perché anche questo settore delicato e drammatico è in realtà una nuova gallina dalle uova d’oro per chi quei farmaci li inventa e commercializza. Colpa di un sistema che non si vergogna di trasformare tante legittime speranze in cocenti delusioni. Permettendo la vendita di nuovi medicinali senza che ne sia acclarata l’efficacia e, soprattutto, il rapporto rischio/beneficio.
Per spiegare la situazione, prendiamo l’esempio del tumore al rene. Fino a cinque anni fa, era di fatto inoperabile. Oggi ci sono addirittura sei nuovi farmaci in commercio che promettono di contrastarlo. Ma quanto sono realmente efficaci? Non si sa con esattezza. Soprattutto si ignora se (e in che misura) i farmaci più recenti siano davvero migliori dei precedenti.


Ammessi con “debito informativo”
«Purtroppo ci sono molti medicinali prescritti dagli oncologi, messi sul mercato senza adeguate verifiche», ammette Giovanni Apolone, ricercatore del dipartimento di Oncologia dell’istituto Mario Negri di Milano. «In pratica, per immettere sul mercato un nuovo farmaco, la ditta produttrice deve dimostrare solo che è promettente. Non serve che sia davvero verificata la sua capacità di incidere positivamente sulla qualità della vita del paziente. Il farmaco quindi entra in commercio con un “debito informativo” che il più delle volte non viene colmato nei mesi successivi».

Una situazione che crea due tipi di problemi: ai pazienti e alle casse del sistema sanitario. Sul fronte dell’efficacia varie ricerche, pubblicate su importanti riviste mediche, hanno evidenziato che i nuovi antitumorali hanno un impatto positivo sul 10% dei casi (mentre gli effetti collaterali colpiscono quasi tutti le persone trattate), ma l’aumento dell’aspettativa di vita è comunque molto breve:  i dati di farmacovigilanza la quantificano in poco più di due mesi. Legittimo a questo punto chiedersi se tali cure allunghino la vita o solo l’agonia di un malato oncologico.

Di certo, dal punto di vista economico, l’arrivo in commercio di tanti nuovi farmaci (ogni anno sbarcano anche quattro nuove molecole) è un vero e proprio salasso. La spesa sanitaria per la cura dei tumori è sestuplicata in pochi anni e rappresenta ormai la prima voce negli Usa e, ben presto, anche nella Ue. Il motivo è molto semplice: i nuovi farmaci non sostituiscono i precedenti, ma si affiancano ad essi. «Un medico, quindi – spiega Giovanni Apolone - prima di abbandonare tutte le speranze, somministra al paziente varie linee di cura, una successiva all’altra. E il costo inevitabilmente cresce». A tal punto da rendere concreto il rischio di default per qualche sistema sanitario regionale già traballante. «Questo accade perché nell’autorizzazione di nuovi medicinali non è richiesta una valutazione della loro efficacia rispetto ad altre terapie già in commercio», spiega Apolone. «La strada per non arrivare alla bancarotta e contenere davvero le spese passa necessariamente per il delisting, ovvero l’eliminazione, delle medicine che risultano meno efficaci».


Registri dei tumori in agonia
Mentre il consumo di farmaci antitumorali aumenta, c’è uno strumento prezioso per la prevenzione di base e per fotografare il “fenomeno cancro” che, invece, è in agonia: i registri tumori. Oggi, coprono ancora solo un terzo della popolazione italiana (ce ne sono 31 attivi) e la mancanza di una norma ne rende grigio il futuro. La legge sulla privacy, infatti, per consentire l’accesso ai dati sensibili dei pazienti, richiede che i registri siano giuridicamente riconosciuti. Senza una legge in tal senso, il loro lavoro diventa praticamente impossibile. «L’aspetto più paradossale della vicenda – spiega il segretario dell’Associazione Registri Tumori, Stefano Ferretti – è che i registri sono esplicitamente previsti dal Piano oncologico nazionale. E che il problema sarebbe di facile risoluzione. Basterebbe una legge che li istituisca formalmente. Durante il governo Prodi ci eravamo arrivati vicino, ma la fine anticipata della legislatura ha bloccato tutto. Ulteriori ritardi potrebbero privare il nostro Paese, in controtendenza rispetto a quanto avviene negli altri, della possibilità di conoscere la diffusione e il decorso dei tumori, di rispondere a situazioni di allarme ambientale, di monitorare le fasce di popolazione a rischio». Una situazione assurda. A chi conviene questo stato di cose?



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