Alimentazione

Quel 'fattore culturale' che affonda gli agrumi italiani

Fonte: Valori (Rivista)


CATEGORIE: Alimentazione

agrumi
Uno dei potenziali tesori del nostro Meridione è sempre più in affanno rispetto ai concorrenti internazionali

Produzione e consumi crescono, ma uno dei potenziali tesori del nostro Meridione è sempre più in affanno rispetto ai concorrenti internazionali. Alla base la diffidenza tra produttori e l’incapacità di capire che l’unione fa la forza


Tarocco nucellare, moro, sanguinello, navelina, newhall, valencia late, vaniglia, mandarino “Ciaculli”, clementino, mandarancio, nova, tangeli, pompelmo giallo e rosso, limone e cedro limone.
Avremmo sinceramente voluto iniziare il 2012 parlandovi delle numerosissime qualità di agrumi che le regioni del nostro Meridione producono. Avremmo voluto descrivervi un settore che, grazie a questa straordinaria varietà, gode di buona salute e di un futuro brillante. In grado di stare sul mercato e di competere da posizioni di forza con i concorrenti internazionali.
Capace di ripagare come si deve chi dedica la propria vita alla propria terra e di “fare sistema”, unendo in un unico “cartello” le eccellenze gastronomiche, il patrimonio culturale, le meraviglie naturali, gli scenari mozzafiato e lo straordinario calore del Sud d’Italia. E invece no. Eccoci qui, a fare un elenco di tutt’altro tono: filiera lunga, disaggregazione del comparto, diffidenza reciproca, rapporti difficili con la grande distribuzione, problemi logistici, arretratezza imprenditoriale, credit crunch, concorrenza estera, illegalità.
Tanti fattori che, tutti insieme, rendono antieconomiche le produzioni e spingono l’agrumicoltura italiana nell’affollato gruppo dei “made in Italy alimentari” a rischio collasso.

Problemi complessi, settore in bilico
«Raccontare i problemi del settore-agrumi è difficile e i dati, leggendoli superficialmente, non evidenziano il suo stato di salute», spiega Mario Schiano, analista di Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare). Eccoli, comunque, i numeri più significativi: la coltivazione di agrumi copre l’1% della superficie agricola nazionale (oltre 170 mila ettari), coinvolge 126 mila imprese (il più delle volte di dimensioni ridotte) ed è concentrata in cinque Regioni. La Sicilia è capofila con il 60% della produzione, seguita da Calabria, Basilicata, Puglia e Campania.
Una produzione in crescita, a giudicare dal trend decennale: erano 2,8 milioni le tonnellate del 2001, sono salite a 3,8 nel 2010. Identico l’andamento dei consumi (da 1,5 tonnellate del 2001 a 1,9 del 2010, con un picco di 2,3 milioni nel 2009).
In pratica, ogni italiano mangia (e beve) in media 33 chili di agrumi: 20 di arance, 7 di clementine, 4 di limoni, 1,6 di mandarini e mezzo chilo di pompelmi. La bilancia commerciale evidenzia un tendenziale aumento delle esportazioni (avevano un valore di 137 mila euro nel 2001 e di 209 mila nel 2010) ma, al tempo stesso, una crescita delle importazioni, soprattutto negli anni in cui la produzione nazionale è scarsa.




«Taglio tutto e non ne voglio sapere niente»
Dove sono allora i problemi del settore? Qualcosa si inizia a intuire confrontando i prezzi all’inizio e alla fine della filiera.
Nel suo rapporto economico finanziario 2012, Ismea fissa a 0,51 euro il valore medio degli agrumi all’origine, a 1,01 all’ingrosso e a 1,39 al dettaglio. Il costo in pratica triplica durante la filiera e l’unica fase in cui i prezzi sono aumentati rispetto a 10 anni fa è nella vendita ai consumatori finali (+19% rispetto al 2001).
Ma basta parlare con qualsiasi produttore per capire che la realtà è ben più fosca. Denunciata già oltre due anni fa dalla Confederazione Italiana Agricoltori: «Attualmente – rivelava nel 2009 la Cia – le arance bionde sono acquistate dall’industria a 7 centesimi di euro al chilo. Cifra che include anche gli oneri di trasporto. Prezzi che stanno pregiudicando la raccolta, perché i costi di produzione sono superiori ai ricavi».
Dal 2009 a oggi, nulla è cambiato. Rivela Roberto Li Calzi, fondatore del consorzio siciliano “Le Galline Felici”, che ormai da anni ha fatto una scelta diametralmente opposta (e vincente) a quella di molti altri produttori: «Proprio l’altro giorno un agricoltore qui vicino – racconta – mi diceva che gli hanno offerto cinquemila euro per 60 tonnellate di arance». In pratica, 8 centesimi al chilo. «Anche senza contare il costo del lavoro e il concime, solo le spese di potatura (4.500 euro) e di irrigazione (2.000 euro) sono superiori ai ricavi. Naturale che, sconfortato, abbia detto: taglio tutto e non ne voglio più sapere niente». Un sacrificio di generazioni, un frutteto costruito con orgoglio da suo padre e suo nonno che rischia di andare in fumo.
«Una disaffezione figlia dell’insoddisfazione economica», spiega Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti.
«Per alcuni agrumi, come il limone, il fenomeno dell’abbandono delle coltivazioni assume toni preoccupanti».

Massa critica di pensiero
Ma cosa c’è alla base di questo vicolo cieco? Per una volta, esperti e addetti ai lavori concordano: le cause sono molte, ma prima di tutto c’è un problema culturale: «Manca quella che io chiamo “massa critica di pensiero”» spiega Federica Argentati, presidente del neonato Distretto Agrumi di Sicilia. «Tutta la filiera (produzione, distribuzione, commercializzazione) è disaggregata. Manca una regia che fissi strategie e obiettivi, i produttori non sono felici di collaborare gli uni con gli altri. E, in linea di massima, latita la capacità manageriale. Le aziende hanno dimensioni troppo piccole e la loro scarsa capacità produttiva impedisce di avere denaro per gli investimenti».

«Purtroppo – condivide Li Calzi – è ancora diffuso un atteggiamento di reciproca diffidenza, che fa naufragare ogni iniziativa di tipo associativo. Lo spirito dei produttori non va in direzione di una vera economia di comunione. Spesso, soprattutto in passato, sono nate cooperative al cui vertice c’era un boss che trattava gli altri soci come schiavetti».
Diffidenza e disaggregazione che costringono il settore a subire le decisioni dei grandi marchi della distribuzione organizzata. «Loro sono grandi e organizzati. Noi piccoli e disorganizzati. Inevitabile che il loro potere contrattuale sia forte e noi non abbiamo capacità di imporre i prezzi».
Poi, certo, la concorrenza estera non aiuta. Non solo (e forse non tanto) perché in Spagna e nel resto del Mediterraneo cresce la produzione di agrumi. Ma soprattutto per il fatto che, altrove, i referenti con cui deve interfacciarsi la grande distribuzione sono uniti e parlano con poche voci. «E quando le catene mondiali di supermercati hanno già rapporti consolidati con dei fornitori, tendono a utilizzare quei canali anche negli altri Stati». Ed ecco quindi che nei punti vendita italiani si trovano arance e limoni esteri.

Il sogno del “modello Melinda”
Per uscire dal tunnel, molti guardano a quanto avviene su altri alberi. Di mele, soprattutto. «Il nostro sogno – spiega un altro produttore del catanese – sarebbe il “modello Melinda”. Quando si pensa a una mela, vengono in mente, se va bene, un paio di nomi. Dietro a quei due nomi, centinaia di produttori. Un esempio formidabile di associazione vincente e di promozione congiunta del proprio territorio».
Ma la strada per copiare l’esperienza delle mele è lunga. Ci sono invece interventi che potrebbero dare rapidamente ossigeno ai produttori nazionali. Il più importante riguarda le arance da succo. Oggi la percentuale di succo d’arancia nelle bibite non supera il 12%. «Considerando che con un chilo di succo concentrato si fanno sei litri di succo naturale, che, al 12%, si traduce in 50 litri di aranciata, il conto è fatto. In un litro di aranciata venduta sugli scaffali a un euro e mezzo ci sono tre centesimi di succo d’arancia», spiega Alessandro Chiarelli, presidente di Coldiretti Sicilia. Da qui un’idea tutto sommato semplice (tramutata in proposta di legge dal parlamentare pd Nicodemo Oliverio): elevare dal 12 al 20% la percentuale obbligatoria di succo nelle bibite.
«Ogni punto percentuale corrisponde a 250 mila quintali di arance. Mille ettari di coltivazioni». O, se preferite, al 10% della produzione italiana.



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