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Expo al bivio, tra verde e cemento

Fonte: Valori (Rivista)


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Ora si parla di un Expo high tech fatto di muri interattivi, tablet arrotolati e tascabili, biglietti “intelligenti” che comunicano con i sensori collocati nella fiera

A poco più di tre anni dalla giornata inaugurale di Expo 2015, i punti di domanda sono ancora molti. A cominciare dal progetto dell’area espositiva: vale a dire la veste con cui Milano si presenterà come centro globale sul tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”.

Il masterplan, presentato al teatro Strehler di Milano e consegnato al Bie di Parigi nel mese di aprile 2010, è stato ideato da un team di architetti e ingegneri coordinati da Stefano Boeri, Ricky Burdett e Jacques Herzog. Prevedeva un paesaggio unico, circondato da un canale d’acqua e strutturato intorno a due assi perpendicolari: il cardo su cui collocare il Made in Italy e la World Avenue lunga 1,5 km.

Su quest’ultima si sarebbero affacciati i lotti, di dimensioni identiche e disposti per aree bioclimatiche, in cui i Paesi avrebbero esposto i propri processi di produzione agricola. Un progetto definito da subito “visionario”, ma leggero, in linea con la natura prettamente agricola dell’esposizione. Ma l’imperfetto è d’obbligo perché, passo dopo passo, ci si sta allontanando dal progetto iniziale.

Dagli orti ai padiglioni
Ora si parla di un Expo high tech fatto di muri interattivi, tablet arrotolati e tascabili, biglietti “intelligenti” che comunicano con i sensori collocati nella fiera, realtà aumentata. Per il resto si sa quello che non c’è più.

Abbandonata la Via di terra, che creava un percorso lungo venti chilometri a partire dal centro della città. Nettamente ridimensionata la Via d’acqua, pianificata allo scopo di riqualificare il reticolo idrico regionale. E, fattore cruciale, ai Paesi non sarà più imposto di riservare una parte dei loro spazi al verde. In sintesi, più che l’orto planetario, fortemente voluto dall’assessore della Giunta di Giuliano Pisapia, Stefano Boeri, spunteranno i padiglioni che avvicineranno il tutto a una struttura fieristica più tradizionale. Sul come questi cambiamenti si possano tradurre in impatto ambientale, ancora nulla di ufficiale. Solo dichiarazioni, smentite e prese di posizione che riempiono da mesi le pagine dei quotidiani locali.

L’ombra del cemento
Quale che sia la configurazione degli spazi, il 23 novembre 2015 Expo finirà. Su ciò che ne seguirà il professor Sergio Brenna, ordinario di Urbanistica alla facoltà di Architettura civile del Politecnico di Milano, ha pochi dubbi: «Quell'area è assolutamente inadatta a essere usata per scopi residenziali, tant’è vero che tutti i piani regolatori storicamente l’hanno confermata come area agricola». Ma l’accordo di programma siglato lo scorso luglio prevede un indice di edificabilità di 0,52: il che significa che il 56% dell’area (450 mila metri quadrati) sarà adibito a parco, mentre altri 400 mila metri quadrati saranno edificabili.

Il neoeletto sindaco, Giuliano Pisapia, ha ammesso che non si tratta della migliore delle ipotesi possibili, ma si è arreso a quella che lui stesso ha definito come “mancanza di alternative”: «Non potevamo rischiare di perdere l’Expo». A chi paventava la minaccia di una colata di cemento a tutto vantaggio dei privati, ha assicurato che tale indice rappresenta soltanto un valore massimo e che le scelte urbanistiche rimarranno in capo al Comune di Milano. Il professor Brenna è più scettico: «Per i proprietari delle aree è stata l’operazione del secolo». Al di là della valorizzazione dei terreni (vedi ), «tutti i vantaggi, tanto di stampo economico quanto di egemonia sociale, andranno in mano ai privati che si aggiudicheranno la fornitura di servizi per chi andrà ad abitare in quella zona».

Spazio alla Milano delle eccellenze
Ma il professor Brenna ha una proposta: «Con un indice di edificabilità di 0,12- 0,13 si potrebbe fare una piccola edificazione a uso residenziale sul 10% dell’area, ma mantenere il resto a uso pubblico. Il che significa lasciare quote rilevanti di verde e, sul resto, riutilizzare le strutture della fiera per costruire il grande centro direzionale della Milano del futuro. È l’unico modo per evitare che le potenzialità di Expo vengano esaurite nel giro di sei mesi, lasciando poi campo libero agli speculatori. Milano deve proporsi con un ruolo di guida nel campo dell’innovazione.

Ora si punta sull’agroalimentare: mi auguro che possa funzionare. Ma, se anche così non fosse, dovrà ritagliarsi un settore distintivo: la sperimentazione nel campo delle rinnovabili, la ricerca scientifica, ecc. Milano trovi un ruolo d’eccellenza e utilizzi il traino e gli spazi di Expo per collocare le strutture conseguenti».



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