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Energia pulita al servizio del sociale

Fonte: Valori (Rivista)


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L'energia pulita rappresenta un’opportunità eccezionale di sviluppo sociale, soprattutto nei Paesi più poveri del Pianeta

Vivere senza energia, oggi, significa essere privati di servizi essenziali. Significa essere tagliati fuori dal mondo. Significa vedere le speranze di risollevare la propria condizione economica ridotte al minimo. Secondo il World Economic Outlook 2012 del Fondo monetario internazionale tale scenario è la quotidianità per un miliardo e 400 milioni di persone.

Qualcosa come il 20% della popolazione mondiale, la cui maggior parte vive in aree rurali dell’Asia e dell’Africa subsahariana non raggiunte dalla rete elettrica nazionale. Per questa enorme fetta di mondo le energie rinnovabili costituiscono molto più che una speranza: equivalgono alla differenza tra vivere e sopravvivere.

Come noto, infatti, i piccoli impianti alimentati da energie pulite – dal fotovoltaico all’eolico, dall’idroelettrico alle biomasse – possono essere installati ovunque e fornire energia gratuita. Si possono sfruttare l’energia solare o la forza del vento per riscaldarsi o per cucinare, così come per ottenere luce elettrica, o i biocarburanti per i trasporti. «In Africa, grazie al fotovoltaico si possono alimentare impianti fondamentali come le pompe per l’estrazione di acqua dai pozzi», ricorda Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club.

Ma avere energia a disposizione significa anche poter raggiungere la rete internet o poter tentare di avviare microimprese. Non a caso un recente report del Gruppo consultivo del segretario generale delle Nazioni Unite sull’energia e sul cambiamento climatico (Agecc, 2010) ha sottolineato l’importanza di ottenere un accesso universale alle moderne fonti di energia entro il 2030, definendolo un obiettivo cruciale nell’ambito della transizione verso un mondo sostenibile. Il grado di accesso all’energia è considerato, infatti, un elemento cruciale per il miglioramento dell’Indice di sviluppo umano dell’Onu (Human Development Index, Hdi), strumento utilizzato per misurare lo sviluppo di una popolazione combinando i dati relativi all’aspettativa di vita, all’istruzione e ai redditi percepiti.

Rinnovabili vitali per il Sud del mondo
Per i governi, gli enti locali, le organizzazioni internazionali o le associazioni che intendono adoperarsi per colmare quello che è un vero e proprio energy divide, investire nelle fonti rinnovabili può costituire dunque un’opportunità eccezionale. E anche un risparmio economico enorme: costruire, ad esempio, un piccolo impianto fotovoltaico per fornire energia in un villaggio di una regione remota costa certamente molto meno rispetto a raggiungerlo tramite i cavi elettrici tradizionali. Tanto più che, in termini quantitativi, è sufficiente un’erogazione relativamente
bassa di energia per garantire un livello di vita accettabile. Secondo il rapporto Renewable Energy Sources and Climate Change Mitigation, redatto dall’Intergovernamental Panel on Climate Change (Ipcc), è sufficiente una quota pari a 42 GJ (gigajoule) all’anno procapite: meno di un terzo di quanto, secondo i dati della Banca Mondiale, si consuma mediamente in Italia.

Se, quindi, per i Paesi ricchi le ragioni per incoraggiare il ricorso alle rinnovabili sono essenzialmente legate alla necessità di ridurre le emissioni di sostanze inquinanti (solare, geotermico, idroelettrico, eolico e marino producono solo tra 4 e 46 grammi equivalenti di biossido di carbonio per kWh prodotto) e di garantirsi maggiore sicurezza energetica (grazie anche alle reti efficienti come le smart grid), per le nazioni povere i vantaggi sono anche superiori. Prendiamo le ricadute occupazionali. In tutto il mondo, secondo uno studio dell’Unep (il programma ambientale
dell’Onu), i posti di lavoro creati grazie alle energie pulite erano pari a 2,3 milioni nel 2008. Nel solo 2006, il ministero dell’Ambiente della Germania indicò in 236 mila i nuovi posti generati dal settore (due anni prima erano stati 161 mila), mentre negli Usa il Center for American Progress ha calcolato di recente che per ogni miliardo investito nelle rinnovabili la ricaduta occupazionale è pari a 33 mila nuovi impieghi. Ma nei Paesi in via di sviluppo o emergenti esiste di fatto un effetto- moltiplicatore: costruire un impianto in un’area priva di energia non solo crea in sé occupazione, ma consente di aprire scuole, piccole attività, ambulatori. Che a loro volta garantiscono nuovo lavoro e possono attirarne altro (ad esempio rendendo località sprovviste di servizi nuove mete turistiche).

Meno acqua e più salute
Le fonti rinnovabili, inoltre, presentano un impatto idrico estremamente più basso rispetto a quelle tradizionali(eccezion fatta per l’idroelettrico), il che costituisce un vantaggio incalcolabile nei climi caldi e secchi (a cominciare dai Paesi africani). Ancora, dal punto di vista sanitario si potrebbe consentire ai 2,6 miliardi di persone che nel mondo usano ancora oggi biomasse tradizionali per cucinare – con tutto ciò che questo comporta in termini di inquinamento dell’aria all’interno delle case – di avere a disposizione un metodo efficiente e sano per nutrirsi. «Le
energie rinnovabili consentono inoltre di alimentare frigoriferi per conservare i cibi, così come medicinali e vaccini. Mentre l’uso di stufe efficienti garantisce aria salubre nelle abitazioni», aggiunge Silvestrini.

L’energia pulita, insomma, per i popoli più poveri della Terra può consentire una vera e propria svolta. «Sono convinto che nei prossimi anni si registreranno tassi di crescita molto elevati – conclude il dirigente del Kyoto Club – e ci saranno ricadute positive anche in Paesi come l’Italia, che sarà in grado di esportare il know how acquisito in termini di gestione e manutenzione». Una dinamica favorita anche dal crollo dei prezzi degli impianti. E chissà che un domani non saranno i Paesi ricchi di sole e vento, i nuovi grandi esportatori di energia.



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