Salute

Dolore o depressione?

Fonte: Il Granulo


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Nella nostra società troppo spesso il dolore viene considerato una malattia e, di conseguenza, trattato con i farmaci

Mi viene in terapia un giovane; ma viene non rende affatto l’idea. In realtà, mi portano. Nel senso che il ragazzo cammina a stento, sembra uno di quegli zombi che si vedono nei film di quart’ordine: traballa, sbanda, biascica. Quando vede qualcuno ridotto tanto male, lo psicologo pensa anzitutto a una psicosi. Ma, con voce d’oltretomba, il paziente mi dice che sta così in quanto piantato dalla ragazza. Quando però aggiunge che la cosa era avvenuta ben quattro anni prima, mi rinforzo nel dubbio di un disturbo mentale. Ma non è così. Al contrario: quando l’evento doloroso avviene, il ragazzo, com’è naturale, soffre, si dispera e sta malissimo, come tutti noi quando piantati dal nostro partner (salvo magari a ringraziarne, ma più tardi, il cielo).

Qui invece le cose prendono tutt’altra piega: i genitori, allarmati, definiscono malattia il dolore del figlio. Coerentemente, vanno dal medico che (primo errore) accetta la definizione e poi (secondo errore) li invia allo “specialista” il quale, proprio come il noto personaggio manzoniano, con aria grave e sussiegosa, sentenzia: “Caso grave, figliolo, caso contemplato!” imbottendolo immediatamente di farmaci, in questo caso micidiali.
Ovviamente il mal d’amore non passa con le medicine. In compenso si alterano le funzioni nervose, mentali e quindi caratteriali. Sicché il poveretto anziché limitarsi a soffrire, acquisisce tutta una serie di altri disturbi – più gravi – tutti dovuti ai farmaci che gli propinano. Vedendo che anziché migliorare il paziente peggiora, al luminare non viene il sospetto che la cura sia sbagliata o meglio inutile, bensì la convinzione che debbano essere somministrate dosi da cavallo di farmaci ancor più micidiali.

Per farla breve, quando i genitori disperati portano il ragazzo da me, il poveretto è, a poco più di vent’anni, un vero e proprio rudere.
Lavorare sul dolore, per chi faccia il mio mestiere, non è difficile; quello che è davvero arduo è fare entrare nella testa del giovane prima e dei genitori poi, che qui non c’è traccia di malattia e che se non fosse stato letteralmente intossicato (e qui mi astengo dai commenti, ma con fatica) dalle sostanze chimiche ingurgitate, il ragazzo starebbe ormai benone. Il che puntualmente avviene quando finalmente le medicine vengono ridotte e infine eliminate.

Scandaloso? Fino a un certo punto. La vera domanda è: come sono possibili assurdità simili? Domanda più che legittima, dato che casi del genere, anche se meno estremi, non sono affatto rari. Perché – si badi – la semplice insipienza del medico non basta a giustificare aberrazioni
così macroscopiche. Il vero nodo del problema è nella nostra incapacità, sempre più diffusa, non solo di sostenere il dolore, ma anche di accettarne il concetto. Nella società, detta “del benessere” e colma di malessere, non si concepisce che il dolore possa esistere. Ma siccome
invece esiste alla faccia anche dei P.I.L. più alti, allora viene qualificato come una fallanza nell’ordito della perenne felicità occidentale. Quindi, una malattia. E le malattie si curano con i farmaci. Farmaci che – sia ben chiaro – sono la mano santa quando ci si trovi di fronte
a vere malattie, ma, con gli effetti collaterali che spesso comportano, vanno dati, sempre e solo, quando servono, cioè anzitutto quando la vis sanatrix naturae non sia in alcun modo sufficiente a riportare corpo o mente (che sono poi la stessa cosa) in condizioni accettabili.

La Depressione purtroppo esiste, è un disturbo pesantissimo e chi fa il mio lavoro lo sa fin troppo bene. Tuttavia diagnosticarla ogni volta vi sia un motivo reale di sofferenza non solo è aberrante ma, cosa assai più grave, impedisce, specie se si tratti di giovani, di “farsi le ossa” a quel dolore cui nella vita non potranno sottrarsi. Pare all’origine ci fossero una mela e un serpe; di sicuro oggi è così.

Tutto questo tende a portare chi è sano a sentirsi - a divenire – malato: pura perdita. E qualcuno ci guadagna? Provate un po’ a indovinare...



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