Omeopatia

Diagnosi omeopatica e costituzionale con l'aiuto dell'arte

Fonte: Essere&Pensiero


CATEGORIE: Omeopatia

omeopatia
'La funzione diagnostica della medicina omeopatica può ben incrementarsi grazie a molteplici contributi, inclusi quelli provenienti dalla pittura e dalla scultura'

"Davanti ad ogni quadro generavo inconsapevolmente una similitudine"

Mi piace l'arte. Sono semplicemente un appassionato, non certamente un esperto, ma dell'arte prendo ciò che posso prendere. Osservo l'arte, dunque, con i miei occhi, e poi rifletto col mio cervello. Sicché, con i miei occhi e col mio cervello (occhi e cervello di un omeopata), ho osservato e riflettuto mentre visitavo la mostra su Fernando Botero ospitata dal Complesso del Vittoriano, dal 5 maggio al 27 agosto 2017, a Roma.

Coi miei occhi “omeopatici” ho visto. Col mio cervello “omeopatico” ho riflettuto. Appena entrato nel Vittoriano, mi sono chiesto se il “simile”, che cura omeopaticamente il “simile”, sarebbe stato in grado di migliorare anche la diagnosi del “simile”, per  esempio, contribuendo a perfezionare la diagnosi omeopatica e costituzionale della mia struttura biotipologica individuale abbastanza “simile” ad una tipica figura boteriana.

In buona sostanza, mi chiedevo se le forme “voluminose” dipinte e scolpite da Botero avrebbero potuto contribuire a migliorare la diagnosi omeopatica e costituzionale della mia persona caratterizzata da forme corporali “voluminose”. Questa era la mia domanda che, in verità, mi frullava nella testa da parecchi giorni. La mia domanda derivava dal convincimento che l'omeopatia, oltre ad inquadrare l'individuo con una diagnosi abbastanza vasta, può ulteriormente dilatare il senso della diagnosi con l'aiuto di molteplici contributi, inclusi quelli provenienti dall'arte, sempreché la diagnosi venga sostenuta dall'omeopatica legge della similitudine.

Dunque, mentre visitavo la mostra, continuavo a osservare attentamente le opere, e pensavo che la funzione diagnostica della medicina omeopatica (funzione studiata attentamente anche dalla ricerca scientifica) può ben incrementarsi grazie a molteplici contributi, inclusi quelli provenienti dalla pittura e dalla scultura. Questi erano i miei pensieri. E non erano pensieri fondati sulla stravaganza, ma sulla cultura omeopatica.

Sicché, mentre osservavo la bellezza e il grande valore artistico delle immagini pittoriche e scultoree, pensavo che quelle immagini avrei potuto utilizzarle per chiarire tante questioni diagnostiche relative alla mia costituzione individuale. Ecco perché decisi di avviare una semplice, ma interessante autosperimentazione, trasformandomi in cavia, sperimentando su me stesso. Mentre sperimentavo su me stesso, ed osservavo i quadri e le sculture di Botero, riflettevo e mi rendevo conto che stavo perfezionando una sorta di diagnosi omeopatica e costituzionale con l'aiuto dell'arte, diagnosi essenzialmente basata sulle conoscenze di medicina costituzionale e omeopatia costituzionale. Sicché, in base a queste conoscenze, con i miei occhi “assimilavo” le immagini, a “piccole dosi”, quasi fossero medicine omeopatiche.

Durante la simbolica “assimilazione”, sentivo che le voluminose forme dipinte dall'artista colombiano penetravano nel mio immaginario, e lì, nell'immaginario, si confrontavano omeopaticamente con le forme della mia costituzione robusta, tendenzialmente portata ad ingrassare (costituzione anabolica), “voluminosa”, “abbondante”, per molti versi paragonabile ad ogni figura “abbondante” che vedevo nei quadri esposti. Intuivo, dunque, che la mia semplice ma ragionata sperimentazione stava contribuendo a perfezionare, con l'aiuto dell'arte, una diagnosi omeopatica grazie alla quale avevo l'opportunità di individuare meglio la mia profonda “natura”, costituzionale e biotipologica, sovvertendo definitivamente un certo dogmatismo estetico secondo cui “magro è bello” e “grasso è brutto”. Ero felice.

Le immagini boteriane “assimilate” dal mio immaginario, contribuendo a dilatare la diagnosi omeopatica e costituzionale, avevano la forza di neutralizzare anche le mie piccole frustrazioni connesse inesorabilmente al mio caratteristico sovrappeso ponderale. La diagnosi, logicamente, non mi liberava dal peso fisico, ma dal peso emotivo, pertanto sapevo che avrei dovuto continuare a controllare la forchetta e il mio appetito costituzionale. La diagnosi omeopatica e costituzionale che perfezionavo con l'aiuto dell'arte, oltre a dilatare visione complessiva di me stesso, mi consentiva anche di comprendere il senso delle mie piccole frustrazioni causate dal sovrappeso. Queste piccole, minime frustrazioni, nonostante non mi avessero disturbato più di tanto, per diversi anni erano rimaste sempre lì, nella mia testa, e soprattutto in ogni specchio insidioso capace di riflettere chiaramente la mia corporatura “simile” a quella dei personaggi dipinti dal famoso pittore colombiano.

Durante la mostra riflettevo la mia immagine fisica non in uno specchio, ma in ogni quadro. Così, davanti ad ogni quadro, generavo inconsapevolmente una similitudine. Ogni similitudine si rivelava omeopaticamente significativa, contribuiva a dilatare la diagnosi ed io progressivamente coglievo l'occasione per perfezionare il senso della mia sperimentazione, apprezzando peraltro il grande valore artistico delle meravigliose opere. Nel raccontare questa mia esperienza, spero che i critici, gli esperti e gli amanti dell'arte non storcano il naso, pensando che io abbia trascurato il valore estetico delle opere per privilegiare, invece, il loro eventuale valore “clinico” rapportabile ai miei interessi medici.

In verità, non ho affatto trascurato il valore estetico delle opere di Botero, opere che esprimono armonia e significato, e fanno intendere che la bellezza può essere pure “grassa”. Non ho trascurato nulla. Non ho trascurato nemmeno me stesso e la mia formazione professionale che, durante la mostra di Botero, si è trasformata probabilmente in deformazione professionale. Trattasi di deformazione professionale? Io dico di no. Lo dico sinceramente. E dico pure che desidero gustare qualsiasi mostra con i miei occhi e con la mia testa di medico. Pertanto, nell'apprezzare il valore estetico delle opere che osservo, distendo la visione, poi mi concentro, e tento di rapportare ciò che vedo alla mia formazione medica ed omeopatica, tenendo conto di quanto ho imparato attraverso la lettura di importanti testi di omeopatia.

A tal proposito, desidero menzionare il grande Leòn Vannier, padre dell'omeopatia francese, che, in suo importante libro, utilizza le immagini di diverse opere d'arte per chiarire ottimamente alcuni complicati concetti di tipologia omeopatica inerenti alla fisiognomica, alla struttura costituzionale e alle forme del corpo (Vannier L., La tipologia omeopatica e le sue applicazioni, prototipi e metatipi, i temperamenti; traduzione di Garavini D., Edizioni red/studio redazionale, Como; Riza psicosomatica, Milano; 1983). Detto questo, spero che i critici e gli amanti dell'arte non mi bacchettino, anzi, spero che apprezzino la mia deformazione professionale, che, probabilmente, non è nemmeno una deformazione.

Deformazione o meno, essa coglie il senso “omeopatico” di similitudini, metafore, allegorie trasmesse non soltanto dalla pittura e dalla scultura, ma anche dalla musica, dalla poesia, dalla cultura del bello e del significativo. La cultura del bello e del significativo! Questa cultura amo. Ecco perché credo che la mia non sia una deformazione professionale. Ne ho avuto conferma, per l'ennesima volta, anche durante la mostra di Botero. No... no... non è deformazione professionale...



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