Omeopatia

Il diabolico Paganini (1782- 1840)


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Niccolò Paganini, violinista di straordinaria facilità compositiva e abilità tecnica

Un bambino prodigio. E poi, come spesso non accade, un adulto prodigio. Violinista di straordinaria facilità compositiva e abilità tecnica, capace di tenere un intero concerto suonando su una corda sola e di imitare col violino i versi di tutti gli animali, Nicolò Paganini fu uno dei musicisti più amati e odiati dell’800. Bello non era certo, con una testa troppo grande per il corpo, una spalla più alta dell’altra, naso a becco e capelli arruffati, e poi… che caratteraccio! Da buon genovese non vedeva che le ‘palanche’ ed era tormentato da un’eccitazione nervosa eccessiva.

Ma le donne, chissà com’è, sono attratte dal ‘diabolico’ e la vita del Paganini artista, genio dell’improvvisazione, viene sempre ricordata accanto a quella del Paganini uomo corteggiato e tombeur de femme (purtroppo per lui anche di minorenni, con tutte le conseguenze del caso). Fatto sta che una salute cagionevole sin da giovane si trasforma in un vero inferno di sofferenze dopo che il nostro dongiovanni ormai quarantenne contrae la sifilide.

I biografi sostengono che non sia stata colpa delle numerose fidanzate ufficiali, tutte brave ragazze, o signore. Sicuramente una tendenza costituzionale era già presente: le asimmetrie scheletriche, il naso a sella, l’iperestensione delle dita che gli permetteva qualsiasi virtuosismo tecnico, l’instabilità psico-fisica, sono tutti segni di una costituzione fluorica, espressione fenotipica del miasma luetico. Da quel momento comincia per lui una odissea della salute degna dei nostri tempi, con la differenza che le terapie di allora erano assolutamente empiriche, come aveva ben compreso, e criticato, Hahnemann.

Così, in giro prima per l’Italia poi per l’Europa a dare concerti, si fa ‘curare’, con disastrose ripercussioni, dai massimi luminari. I mercuriali, che erano allora la terapia d’obbligo, lo danneggiano irreparabilmente, provocandogli tra l’altro la progressiva caduta dei denti. Poi ci si mettono anche l’oppio e i salassi, il purgativo LeRoy (famoso per un’epigrafe tombale: “Stavo bene, volli star meglio/presi il LeRoy ed eccomi qua”), e varie altre cure fantasiose.

Col passar del tempo la salute altalenante gli impedisce di suonare in pubblico, ma non di continuare a sedurre giovani donne dovunque vada. Nel 1837 approda a Parigi ancora una volta, in crisi artistica e terribilmente sofferente di una faringite che lo rende afono. Altro giro di illustri clinici, fra cui anche due famosi omeopati: Croserio e Hahnemann. Croserio si dimostra più genovese di lui e gli chiede un onorario esorbitante, senza peraltro migliorare la situazione. Col ‘Maestro’ è un’altra storia.

A quanto pare (da una lettera ritrovata fra le carte di Paganini), egli prende un’ulteriore cantonata per Melanie, la giovane moglie di Hahnemann, che lo assiste in tutte le visite. Mentre segue la terapia di lui a base di Sulphur prima e Pulsatilla poi, scrive a lei parole ardenti. Ma la passione non è ricambiata, la lettera rispedita al mittente, la cura interrotta. Avrebbe potuto fare qualcosa il grande omeopata per alleviare i suoi tormenti? Forse, ma la cura sarebbe stata lunga e chissà se l’inquieto Paganini avrebbe avuto pazienza e, soprattutto, avrebbe evitato altre gaffe.

In fuga dal clima malsano di Parigi, da investimenti sbagliati, dal declino artistico, e forse anche da rifiuti amorosi, torna a Genova, ma è a Nizza, città di riviera nota per il clima mite, che muore due anni e molte sofferenze dopo, accusato ingiustamente di empietà per aver detto (non si sa come, dato che era completamente afono) di non voler ricevere i conforti religiosi. Diabolico fino alla fine.



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