Alimentazione

Cibo, filosofia e male di vivere...

Fonte: terranauta.it


CATEGORIE: Alimentazione , Salute

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Il cibo, da sempre, è stato al centro di diverse considerazioni filosofiche

Una recentissima ricerca inglese afferma che il “cibo spazzatura” accelera lo stato di depressione nel consumatore. I test sono stati svolti su 3486 uomini e donne la cui età media si aggirava sui 55 anni. I partecipanti hanno completato un questionario sulle loro abitudini alimentari e 5 anni dopo sono stati sottoposti a test psicologici per stabilire la predisposizione alla depressione e la soddisfazione personale. Emergerebbe che coloro i quali prediligono il cibo spazzatura sono più inclini alla depressione. Lo studio afferma che le diete varie, a base di cibi ricchi di antiossidanti come broccoli, cavoli, lenticchie e spinaci siano un toccasana per non essere travolti dal male di vivere (qualcuno avrebbe dovuto dirlo a Montale!).

Ulteriore monito, quello di questa ricerca, per eliminare i cibi ultimamente sempre più incriminati come gli untissimi fritti, i dolci preconfezionati, le carni, i condimenti. Non bisogna eccedere con gli zuccheri nel sangue, “non bisogna creare sbalzi nei valori del sangue, altrimenti si potrebbero verificare conseguenti sbalzi a livello cerebrale e sul sistema endocrino con effetto yo yo sull'umore”, afferma Eric Brunner, uno dei ricercatori.

Subito mi viene in mente il titolo della celebre opera di Feuerbach “Il mistero del sacrificio o l'uomo è ciò che mangia”. Avrà avuto ragione?

Ovviamente l'obiettivo del filosofo era sostenere un rigoroso materialismo contrapponendosi all'idealismo. Leggendo con attenzione fin dall'inizio della storia del pensiero il cibo è stato al centro di effettive considerazioni collegate allo stile di vita. Già Aristotele e Platone riconoscono al cibo qualità essenziali e distintive per il pensiero.

Ciascuno in base al tempo e alla cultura, alle esigenze stesse della società richiamava l'attenzione su un certo tipo di disciplina alimentare: alcuni teorizzarono il vegetarianesimo come prassi di vita, nella convinzione che l’uomo non dovesse cibarsi di carni perché, nella misura in cui le anime possono reincarnarsi anche negli animali, ciò equivarrebbe a essere cannibali, sosteneva Pitagora. Porfirio pure si avvicinava alla disciplina vegetariana, promuovendola non solo come migliore per la salute del corpo ma anche migliore per una vita ascetica. Il cibo povero e frugale dei vegetali avvicinerebbe l'anima al divino nel distacco da tutte le passioni e da tutti i piaceri del corpo.

Vi furono poi filosofi ben più lussuriosi e dediti ai piaceri del cibo. Primo fra tutti, La Mettrie, il più materialista dei materialisti, che addirittura morì per indigestione di paté di fagiano. Perfino Kant si dice essere stato amante del buon cibo. Non era avvezzo a cibi molto elaborati, piuttosto prediligeva quelli poveri ma sostanziosi e amava dedicare tempo al piacere del cibo. Nietzsche pare seguisse una dieta assolutamente eccessiva e squilibrata, accostando salsicce a uova, noci e formaggi, prediligendo evidentemente cibi “poco puri”. “La cucina piemontese è la mia preferita” afferma in Ecce Homo. Altri, come Hegel e Marx, erano molto attenti al bere più che al cibo. Amanti l'uno più del vino l'altro della birra, arrivando a sfruttare questo vezzo per esplicare meglio le loro teorie (per render conto del passaggio dalla religione alla filosofia all’interno del suo sistema, Hegel spiega che è un po’ come con lo champagne, quando nel calice la schiume si fonde con vino… ).

Appare evidente quanto sia forte il nesso tra i precetti dati da determinate scuole di pensiero o religioni per salvaguardare la salute dei discepoli in base al tempo in cui vivono e la realtà delle cose. Onestamente non credo che Nietzsche mangiando salsicce in una Torino di fine Ottocento, o Hegel degustando un buon vino, fossero più infelici di sciami di parchi e morigerati vegetariani contemporanei che inseguono nelle diete oscuri precetti per salvare non solo il pianeta ma spesso anche il Sé.

Anzi, mi verrebbe da dire che se l'essenza delle cose si trova tra travagli e difficoltà in un mondo refrattario e bulimico, almeno il cibo con il suo piacere, finché si ha la possibilità di goderne, solleva e aiuta a sorridere. Il cibo e la dieta restano una scelta soggettiva, oggi troppo spesso indotte dalla società, dal mercato che richiede, più che dal corpo che esige. Con ciò non sostengo in prima persona né l'abuso né l'utilizzo insulso del cibo e del vizio. Credo debba essere piuttosto la risposta ad un corpo, ad un essere che richiede, pertanto difficilmente teorizzabile e ancor più difficile da comprendere.



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