Alimentazione

Carne insostenibile per l’ambiente e l’economia

Fonte: Valori (Rivista)


CATEGORIE: Alimentazione

carne
Il consumo di carne potrebbe crescere del 73% entro il 2050

La Fao denuncia: il consumo di carne potrebbe crescere del 73% entro il 2050. Ma l’impatto del ciclo di produzione sarebbe letale per gli ecosistemi terrestri. Colpa anche di un sistema di sussidi che rende bassi i costi rispetto a frutta e verdura. Ecco perché serve un cambio nei nostri stili alimentari.

La produzione di carne a livello globale è raddoppiata dagli anni ’70, specie grazie ai sistemi di allevamento intensivo che gestiscono gli animali come prodotti industriali inanimati. Nell’ultimo trentennio l’allevamento di polli è cresciuto di sei volte, i suini si sono triplicati e i bovini raddoppiati. Ogni anno nel mondo si macellano circa 56 miliardi di animali terrestri a fronte di una popolazione di 6,8 miliardi di persone e, secondo la Fao, in uno scenario business-as-usual la produzione e il consumo di carne potrebbero crescere del 73% entro il 2050.

In Italia il consumo medio annuale di carne è di 87,5 kg procapite mentre negli Stati Uniti si stima intorno ai 122,8 kg, il più alto nel mondo. Tutto questo ha, però, un costo molto alto in termini di impatti ambientali; oggi il sistema zootecnico mondiale sfrutta circa il 30% delle terre emerse sul Pianeta e il 70% delle aree agricole mondiali e il “prodotto” carne è un inquinante potente per i terreni, il clima, le acque e l’atmosfera, oltre che un veicolo di deforestazione e perdita della biodiversità. Inoltre la carne di oggi è un prodotto globalizzato, veicolo di epidemie che colpiscono gli animali e l’uomo.

In Europa tutto questo avviene a spese della collettività, tramite sussidi europei e nazionali che incentivano la produzione di carne e garantiscono il basso costo al consumo, più basso di frutta e verdura. I sussidi della Politica Comune Agricola Europea (Pac) ai diversi settori coinvolti nella produzione della carne, latte e latticini ammontano a centinaia di euro all’anno.

Aiuti a un sistema inefficiente
In occasione del processo di riforma della Pac per il periodo 2014-2020, lo scorso giugno l’Associazione di protezione animali Lav (www.lav.it) ha pubblicato il rapporto “I costi reali del ciclo di produzione della carne” (scaricabile su: www.lav.it/index.php?id=1940), che analizza gli impatti ambientali, economici e sanitari della produzione di carne, utilizzando dati provenienti da recenti studi internazionali. «La produzione di carne è un sistema inefficiente, che trasforma una moltitudine di alimenti a base vegetale in una quantità estremamente limitata di alimenti di origine animale, riversando sui cittadini gli alti costi diretti e indiretti legati agli impatti ecologici, sanitari e veterinari», sostiene Roberto Bennati, vicepresidente Lav.

«La crescita esponenziale della produzione di carne è incentivata da sussidi governativi e dall’utilizzo di sistemi di allevamento intensivo che confinano gli animali in spazi chiusi e limitati, utilizzano antibiotici per prevenire e curare le infezioni animali e importano mangimi su vasta scala da Paesi extra-europei, indirettamente incentivando la deforestazione e l’uso di fertilizzanti e pesticidi. In termini di costi diretti e indiretti (legati agli impatti ambientali, sanitari e veterinari) la carne è probabilmente il prodotto agro-alimentare più caro sul mercato globale».

La produzione
Il ciclo di produzione della carne include molteplici attività. Inizia con l’occupazione di suolo per i mangimi per animali e finisce con la vendita della carne da servire sul piatto del consumatore. Nel mezzo ci sono: la coltivazione di mangimi; il trasporto dei mangimi; l’allevamento degli animali, il trasporto degli animali, l’uccisione e macellazione degli animali; il trasporto della carne; il suo imballaggio e distribuzione. Nella maggior parte dei casi le attività coinvolte nel ciclo di produzione avvengono in diversi Paesi europei ed extra-europei.

Il trasporto gioca un ruolo essenziale per lo svolgimento del ciclo di produzione: l’Unione Europea è il più grande importatore di mangimi al mondo, specie soia e grano. Infatti la produzione di mangimi e l’allevamento occupano circa l’80% delle terre agricole mondiali contro l’8% utilizzato per prodotti destinati a consumo umano, è necessario quindi ricorrere a larghe estensioni in Sud-America e Asia per l’approvvigionamento di mangimi; nell’Unione Europea gli animali sono trasportati spesso per giorni da un paese all’altro per l’ingrasso e la macellazione, e moltissimi animali vengono inviati in paesi extra-europei per essere macellati lì, in Russia, Medio-Oriente e altri paesi. I cosiddetti “viaggi della morte” seguono delle logiche legate agli incentivi e all’economia globale. Si calcola che più di 18 milioni di animali vivi siano trasportati, anche su lunghe distanze, ogni anno nell’Unione Europea.

I costi ambientali…
La produzione di carne è responsabile di una quota tra il 18% e il 51% delle emissioni di gas serra mondiali e in Europa di circa il 12,8%; si può quindi concludere che, essendo una fonte importante di emissioni di CO2, la produzione di carne stia frenando gli sforzi internazionali di lotta al cambiamento climatico.

Diversi studi internazionali raccomandano di sostituire il più possibile il consumo di proteine animali con quelle di origine vegetale, al fine di abbattere le emissioni di gas serra. Si è stimato che la produzione di 1 kg di carne di manzo emetta le stessa CO2 di un’automobile media guidata per 250 km, addizionata all’utilizzo di una lampadina da 100 watt per 20 giorni consecutivi. Secondo uno studio della Commissione Europea del 2008 il consumo di carne e prodotti lattiero-caseari produrrebbe un impatto ambientale del 24% rispetto al totale dei prodotti consumati nell’Unione Europea: 250 miliardi di euro se tradotto in termini monetari.

Gli effetti considerati, oltre alle emissioni di gas serra, sono: l’acidificazione e l’inquinamento delle acque, sfruttamento delle risorse naturali e inquinamento atmosferico. Il sistema di produzione della carne utilizza, infatti, enormi quantità di acqua e inquinanti come concimi azotati e pesticidi; lo spandimento dei liquami animali e l’erosione del suolo dovuto ai nitrati sono responsabili di circa il 50% - 80% dell’inquinamento delle acque. Lo studio calcola che la carne bovina abbia un impatto ambientale da 4 a 8 volte superiore a quello del pollame e 5 volte superiore a quella dei suini.

La produzione di carne necessita inoltre di ampie quantità di acqua: la produzione di 0,2 kg di carne di bovino si può tradurre nell’utilizzo di 25 mila litri di acqua (Agenzia Europea per l’Ambiente, 2005). L’acqua viene utilizzata in varie fasi del ciclo di produzione della carne (irrigazione dei campi per produrre i mangimi, pulizia delle installazioni, pulizia delle carcasse animali) e per esempio un bovino adulto può bere tra i 30 e 50 litri di acqua al giorno mentre un suino fino a 10 litri.

Gli impatti veterinari e sanitari
Le emergenze veterinarie e sanitarie legate alla produzione di carne sono costose: ad esempio si calcola che in Italia l’allarme virus della “mucca pazza” tra il 2001 e il 2007 sia costato 443 milioni di euro di cui circa la metà solo per la distruzione delle carcasse bovine. Le perdite finanziarie globali legate al virus della mucca pazza si stimano invece a 20 miliardi di dollari. La diffusione dell’influenza aviaria (AH5N1) nel mondo nel periodo 1999-2004 ha portato alla soppressione di 220 milioni di uccelli e alla morte di più di 60 persone. «In Europa attualmente la maggior parte degli animali destinati alla produzione di carne viene gestita come prodotti inanimati, veri e propri “prodotti”, e tutto ciò nonostante il Trattato Europeo riconosca tutti gli animali come esseri senzienti, e obblighi a mettere in pratica le misure necessarie al loro benessere. Gli allevamenti intensivi che rinchiudono una grande quantità di animali in piccoli spazi si prestano ad essere facili vettori di epidemie», sottolinea Paola Segurini, responsabile vegetarianismo della Lav.

Il ruolo del consumatore
Tranne alcune eccezioni le etichette non rilevano gli impatti ambientali del metodo di produzione della carne né da quali allevamenti l’animale provenga o per quanti km e ore sia stato trasportato, quindi la possibilità che il consumatore influenzi il mercato è molto limitata. L’unica certezza si applica ai prodotti biologici che specificano il metodo di allevamento, regolamentato e monitorato secondo normativa europea anche se per quanto riguarda il trasporto non ci sono informazioni specifiche. Inoltre, a seguito della diffusione del virus della mucca pazza, un’etichettatura e tracciabilità, poco comprensibile ai consumatori, è anche prevista per la carne bovina. Le sofferenze delle centinaia di animali rinchiusi in allevamenti industriali non sono neanche deducibili dall’etichetta.

La politica agricola del futuro
La Lav ha elaborato un decalogo per una nuova politica agricola  sostenibile europea per il periodo 2014-2020. Esso prevede, tra l’altro, il supporto finanziario alla produzione di proteine vegetali come sostituto progressivo alle proteine animali, l’abolizione degli allevamenti intensivi, la revoca dei sussidi alla produzione di carne, l’introduzione di una tassa sulle emissioni di CO2 provenienti dalle attività del ciclo di produzione della carne e l’introduzione di una normativa sull’etichettatura e la tracciabilità di tutti i tipi di carne e che specifichi il metodo di allevamento utilizzato, i luoghi di provenienza e le distanze percorse dagli animali, la promozione di alti standard di benessere e salute animale in tutti gli allevamenti.



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