Denuncia sanitaria

Nella campagna elettorale non c'è tempo per la salute

Fonte: Repubblica.it


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'Una campagna elettorale dovrebbe affrontare di petto il 'caso Sanità', visto che a milioni di persone viene negata la salute'

Il tempo determina la nostra esistenza. Ma non è sempre uguale a se stesso. E quando si ha una grave malattia assume un significato, un peso, una rilevanza al di fuori della normalità. Perché proprio la malattia impone un'altra tempistica. Come sanno molto bene i medici che quando devono affrontare una patologia grave - che può essere mortale per la metà dei casi - sono i primi ad ingaggiare una lotta per guadagnare tempo di vita ai loro pazienti. I quali capiscono, si adeguano, ed entrano nel labirinto del percorso terapeutico essendo consapevoli che a volte la via d’uscita non si trova, e che il male batte i ritmi del tempo a loro disposizione. Se mai lo è stato, il malato diventa così non più padrone del suo tempo, scandito dai controlli medici, dagli esami, dalle terapie, dai progressi e dai fallimenti delle cure.

Eppure il tempo, estremamente importante per medici e pazienti, non lo è invece per chi gestisce la sanità. È un concetto che sembra sfuggire ai migliori assessori o direttori generali di Asl. Perché se ne cogliessero il valore, vitale per milioni e milioni di persone, forse attuerebbero delle scelte organizzative migliori nell’interesse dei malati. Perché la guerra al tempo inizia ben prima di essere ricoverati in ospedale. E il primo scontro vero avviene quando ci si misura con le liste di attesa. Interminabili, odiose, distruttive.

Quando nacque il Servizio Sanitario Nazionale, uno degli obiettivi più importanti era l'equità nell'accesso e nell'uso dei servizi fra tutti i cittadini. Ora sappiamo con certezza che in troppe zone del Paese, prevale l'iniquità perché accedere agli esami necessari per prevenire e curare una patologia nei tempi giusti e necessari è come vincere un terno al lotto. Anche nelle Regioni più virtuose, le liste sono lunghissime e perciò scoraggianti.

Alcuni sostengono che le lunghe attese sono ineliminabili. Altri attribuiscono la maggiore responsabilità all'intramoenia. Come emerge dalla proposta di legge firmata dal presidente del Consiglio regionale della Puglia, Fabiano Amati, in base alla quale si stabilisce che - salvo carenze di personale e organizzative - se i tempi di attesa tra un esame effettuato in regime normale oppure con la libera professione sono molto diversi, l'intramoenia viene sospesa. La legge prevede anche l'istituzione di un Responsabile unico delle liste di attesa (Rula), che dovrebbe far "quadrare" domanda e offerta.

A parte che l'intramoenia è anche fonte di comportamenti illeciti da parte di medici disonesti (e favoriti dai controlli insufficienti), sulla carta quella pugliese sembra una proposta interessante. Tuttavia resta circoscritta. Perché non tocca il problema di fondo della Sanità, e quindi anche delle attese: ovvero gli investimenti. Le carenze strutturali, di organico, sono la principale causa delle disfunzioni presenti oggi nel Ssn. In alcuni casi possono essere risolte con interventi mirati, ma più in generale è il sotto finanziamento a determinare un'assistenza sanitaria quanto meno in affanno, per usare un eufemismo. Vanificando, per milioni di utenti, i principi di solidarietà, equità e accessibilità del sistema. E determinando un si salvi chi può, tra chi può pagare un'assicurazione privata, e chi non ha alternative. Adesso la spesa diretta degli italiani per curarsi è di 35 miliardi di euro. Ed è destinata a salire.

Questa situazione di privatizzazione della Sanità (alla quale ammiccano anche associazioni foraggiate dalle associazioni), è sicuramente molto remunerativa per chi vede la salute come una fonte di guadagno. Oltretutto un guadagno sicuro, garantito, perché la domanda assistenziale è crescente. Però l'altro lato della medaglia è il progressivo impoverimento del Ssn, sempre più socialmente selettivo, uno spartiacque tra i più e i meno abbienti. E di fatto il diritto universale a curarsi lascia sempre più spazio ad un privilegio quasi classista.

Se, in rapida sintesi, questo è il "quadro" non si capisce perché le forze politiche non ne parlino. Anche perché una campagna elettorale dovrebbe affrontare di petto il "caso Sanità", visto che a milioni di persone viene negata la salute. Chi intende governare il Paese, dovrebbe sapere che i tempi della vita di troppi italiani vengono dettati proprio dall'assistenza sanitaria. E dovrebbe sapere che spendere nella Sanità può essere un investimento se punta al miglioramento della qualità della vita dei cittadini: significa guardare al presente e al futuro, allo sviluppo sociale ed economico, vuol dire prendersi cura del benessere delle persone. Come si fa a non capire che questi fattori sono fondamentali per creare ricchezza (che non si misura solo con il denaro)?



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