Vaccinazioni

Sul business di Big Pharma interessi e disinteresse

Fonte: Repubblica.it


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'Come si può non pensare che gli affari di Big-Pharma (...) possano influenzare le scelte politiche e di salute pubblica, e condizionare gli addetti ai lavori?'

Durante il dibattito parlamentare sul decreto Lorenzin sulle vaccinazioni obbligatorie prevale soprattutto la fretta. Perché va trasformato in legge entro sessanta giorni. Ed essendo un argomento complesso la maggioranza teme di non riuscirci.

La data del 6 agosto non è solo burocratico/amministrativa, perché nell’obiettivo da raggiungere è in gioco molto di più di una legge. Anche per questo il governo ad un certo punto decide di mettere la fiducia (strabusata nel corso dell'intera legislatura), considerata una iniziativa quantomeno inopportuna per una materia che dovrebbe raccogliere il maggior consenso possibile. Di fatto questo passaggio parlamentare è a suo modo storico perché in passato la fiducia non era stata mai posta sulle questioni di salute pubblica.

Non si vuole andare tanto per il sottile. L'amarezza e la preoccupazione (il decreto è "un provvedimento frettoloso, incompleto e al contempo ridondante, di difficile comprensione per gli operatori e i destinatari nonché di complessa applicazione" si legge nella proposta di legge di Art.1-Mdp), trovano scarsa accoglienza: il governo dimostra di non avere capacità di ascolto verso tutti quelli che avanzano perplessità sul provvedimento. Al massimo viene concesso qualche riscontro alle richieste di buon senso. E però non come atto autonomo, bensì come risposta agli avversari.

"Per togliere anche l'ultimo alibi agli anti-vaccinisti della speculazione sull'acquisto di vaccini, ho presentato alla Camera una proposta di legge per affidare la produzione delle dosi vaccinali all'istituto farmaceutico militare di Firenze che è pubblico", dichiara Filippo Crimi, deputato del Pd, dopo la presentazione del decreto. Il passaggio ad una produzione dei vaccini sotto il controllo diretto del ministero della Salute "permetterà all’Italia di essere autosufficiente nella produzione di questi medicinali e sarà un importante passo per portare il nostro Paese ad essere una eccellenza nel campo medico e scientifico”. Quella di Crimi è un'azione parlamentare credibile (di cui adesso si sa quasi nulla) o uno specchietto per le allodole? Invero sono pochi gli italiani convinti che si possa (e si voglia) incidere davvero, in questo business, con un impegno pubblico diretto.

Tuttavia in seguito, anche grazie al lavoro delle opposizioni in Commissione Sanità del Senato, alcuni ritocchi al decreto - messi nel conto dalla maggioranza - vengono fatti: riduzione del numero dei vaccini obbligatori, riduzione della multa per gli studenti dell'obbligo non vaccinati (da 7.500 euro ad un massimo di 500 euro), scomparsa della più odiata norma, la perdita della patria potestà.

Nel post del 7 novembre ho definito la proposta di toglierla ai genitori antivaccinisti una violenta provocazione. Ma questo punto non è solo controverso: mette in luce le convinzioni culturali, politiche, sociali, presenti tra i pro e i no vaxx. Tra chi applaude il decreto, non sono pochi gli ultras che vogliono punire duramente i genitori, considerandoli pericolosi per la salute dei loro "pargoli". Tra i secondi c’è invece chi attribuisce al “giù le mani dai nostri figli” - scritto nei cartelli di tutte le manifestazioni - un significato che va ben oltre i diritti e i doveri della paternità, esasperandoli. Posizioni ambedue sbagliate. Perché gli estremisti del decreto - che attribuiscono allo Stato un potere autoritario - neanche conoscono cosa dice la legge sulla decadenza della potestà genitoriale (articolo 330 c.c.). Sono convinto che se fosse stata inserita questa norma punitiva, la Corte Costituzionale l’avrebbbe immediatamente cancellata. Ma la stessa Consulta è intervenuta a suo tempo per chiarire che i figli non sono una proprietà.

Nella pronuncia n. 132 del 27 marzo 1992 si legge: “La potestà dei genitori nei confronti del bambino è riconosciuta dall’art. 30, primo e secondo comma, della Costituzione non come loro libertà personale, ma come diritto-dovere che trova nell’interesse del figlio la sua funzione e il suo limite". Insomma cosi come esistono limiti all'intervento dello Stato, non c'è un potere assoluto e incontrollato dei genitori. Come sa la maggioranza delle madri e dei padri che non si fidano dei vaccini e temono per la salute dei loro figli.

Un altro cavallo di battaglia tra i contestatori riguarda gli interessi economici. Evocati e tirati in ballo più volte, non diventano mai centrali nel dibattito parlamentare. Fino ai primi di luglio, quando la senatrice Nerina Dirindin chiede al presidente del Consiglio e alla ministra Lorenzin "chiarimenti sulla delicata situazione venutasi a creare a seguito del consistente finanziamento effettuato dalla Merck Sharp & Dohme, una delle maggiori aziende farmaceutiche al mondo, leader nella lotta alle malattie prevenibili con vaccinazione, a favore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore per la chiamata diretta di un professore di prima fascia nel settore scientifico Igiene generale e applicata della Facoltà di Medicina e Chirurgia.

L'Università Cattolica vede fra i propri autorevoli componenti, il prof. Walter Ricciardi, presidente dell'Istituto Superiore di Sanità...". Il quale, prosegue Il testo, ha svolto un ruolo significativo nella predisposizione del Piano Nazionale Vaccinale, in quella del decreto legge...Perciò "sarebbe stato opportuno evitare, almeno la coincidenza temporale, di ogni possibile situazione di interessi in conflitto (ancorché solo potenziali)". La risposta dell'Iss non è immediata e in un successivo comunicato si legge che il presidente dal primo settembre 2015 "si è messo in aspettativa dall'Università Cattolica e si è dimesso da tutti gli incarichi fino ad allora assunti...". Nel comunicato si dice poi che "ha dato mandato ai propri legali affinché sporgano una denuncia per diffamazione" contro il senatore D'Anna che lo ha attaccato direttamente in Senato nella seduta del 12 luglio.

La situazione è imbarazzante per Ricciardi anche a causa della sua audizione in Commissione Sanità del Senato: viene criticato sia in una conferenza stampa durante la presentazione della loro proposta di legge da tre parlamentari Cinque Stelle (Paola Taverna, Giulia Grillo ed Emma Fattori, che tiene le fila del rapporto con l'esperto scientifico di riferimento, il professor Silvestri), sia dal vicepresidente della struttura, Maurizio Romani, senatore iscritto al Gruppo Misto, che scrive un comunicato molto severo: le motivazioni di Ricciardi sulla obbligatorietà "ci fanno tornare indietro di 50 anni" e non ha dato alcuna risposta "scientificamente avvalorata". Il presidente non riceve molta solidarietà, se non con parole di circostanza, dalla "compagnia di giro" che difende i più esposti a difesa delle vaccinazioni obbligatorie di massa.

E gli interessi economici in campo? Una delle più costanti critiche del Movimento/Vaccini (uso questa dizione, e da tempo, perché esistono posizioni differenti su diversi aspetti - anche sulle modalità della protesta in piazza - però alcuni punti tra le diverse "anime" dei no e dei free-vaxx sono comuni), riguarda il business delle aziende farmaceutiche. Che sicuramente possono trarre cospicui vantaggi economici da una politica sanitaria vaccinale impostata sull'obbligo: significa introiti sicuri, e per parecchi anni (se non per sempre). Chi produce vaccini sa di poter contare su un guadagno certo, anche se limitato: ad oggi la fetta di mercato mondiale assorbita dai vaccini si aggira intorno al 2 per cento, su un fatturato farmaceutico complessivo di circa mille miliardi di dollari. Per dire: se nel 2005 fruttarono alle aziende circa 8.9 miliardi di dollari, nel 2009 si è arrivati a 22.2 miliardi di dollari, anche “per merito” della pandemia da virus H1N1 (la febbre suina), che in Italia portò all’acquisto di 24 milioni di dosi, rimaste quasi del tutto inutilizzate, con un grande spreco di denaro pubblico.

In Italia nel 2015 sono state acquistate 35,5 milioni di dosi di vaccini per una spesa di 317 milioni di euro. La percentuale era dell’1,4 sul totale della spesa farmaceutica. Però è destinata a crescere nel prossimo futuro sia in Italia, sia in altri paesi se le decisioni prese qui diventeranno "contagiose" (e già sappiamo che la Francia da gennaio applicherà l’obbligo per 11 vaccini).

Come si può non pensare che gli affari di Big-Pharma (il mercato dei vaccini nel
mondo è controllato da 4/5 aziende), possano influenzare le scelte politiche e di salute pubblica, e condizionare gli addetti ai lavori, come ad esempio tutte le società scientifiche e tantissimi ricercatori? Eppure il muro del disinteresse politico su questo aspetto, delicato sotto vari punti di vista (le farmaceutiche danno lavoro diretto ad oltre 65mila italiani, per non parlare dell'indotto, delle farmacie...), non viene oltrepassato, se non con il caso Ricciardi. Che non può essere inquadrato nel solito "complottismo" che serpeggia fin troppo tra le fila del Movimento/Vaccini. Se non altro, come sottolineava l'interrogazione, era - ed è - discutibile il finanziamento da parte di una grande azienda proprio a causa della tempistica.

Una seria valutazione sull'opportunità del gesto avrebbe forse evitato sospetti, dubbi, maliziosità. Ma di tutto ciò il presidente dell’Iss probabilmente se ne infischia visto che è stato appena nominato rappresentante per l’Italia nell’Executive Board dell’Oms. D'altronde una guerra, come quella sui vaccini, finisce sempre con un vincitore e con qualche “medaglia” premio.



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