Omeopatia

Storia dell’Omeopatia - Biografia di Samuel Hahnemann - Prima Parte

Fonte: Il Granulo


CATEGORIE: Omeopatia

Introduzione
Ha ancora un senso al giorno d’oggi riferirsi ad Hahnemann ogni qual volta si affronti il tema dell’Omeopatia? Quanto è veramente noto del famoso medico sassone, ideatore del metodo omeopatico? Era un sognatore, un illusionista, un esaltato, un praticone come vorrebbero i detrattori, poco informati; o al contrario, un precursore geniale, non privo di umanissimi difetti, ma cui mai vennero meno una onestà granitica, uno spirito d’osservazione acuto, una intelligenza viva e profonda, una vasta cultura medica, una capacità di lavoro stupefacente.
Di sicuro, i grandi omeopati venuti dopo di lui e che hanno contribuito alla diffusione dell’Omeopatia, Hering, Allen, Kent, per citarne alcuni vissuti a cavallo tra l’800 e il ‘900, o i nostri contemporanei, dall’argentino Paschero, al messicano Ortega, all’italiano Antonio Negro, allo svizzero Pierre Schmidt, ognuno con la sua propria personalità, sensibilità e cultura, non hanno fatto altro che confermare ciò che Hahnemann aveva già, con lucidità, delineato, adempiendo alla sua raccomandazione: “Imitatemi, ma imitatemi bene.”
Dunque, Hahnemann ed Omeopatia sono indissolubili tanto da far affermare al prof. Negro: “L’omeopatia o è hahnemanniana o non è omeopatia!”
Questa lapidaria affermazione costituisce il motivo guida della biografia di Hahnemann che proporremo a partire da questo numero: descriveremo come egli sia arrivato a delineare i principi omeopatici, come li abbia ricavati e sviluppati l’uno dall’altro, come abbia costantemente e duramente lavorato per giungere ad una loro logica strutturazione.
Siamo convinti che la conoscenza dell’Omeopatia passi anche attraverso la conoscenza della sua storia, consapevoli che ogni futuro progresso in questo campo debba partire da ciò che Hahnemann ha costruito.
Abbiamo immaginato di poter intervistare il dottor Samuel Hahnemann: le domande sono le nostre ma le risposte non sono affatto inventate. È una lunghissima conversazione ma vale la pena pazientare e leggerla tutta.

Biografia di Samuel Hahnemann - Prima parte
L’educazione, gli studi, il medico ed il chimico, la nascita dell’Omeopatia

Dottor Hahnemann, dove è nato e quando?

«Sono nato il 10 Aprile 1755, a Meissen, Sassonia, una delle più belle zone della Germania. Ciò ha molto contribuito alla mia venerazione per le bellezze della Natura».

Suo padre era medico?
«Oh no, nient’affatto! Lavorava come decoratore presso la locale fabbrica di porcellane. Aveva scritto un trattatelo sulla decorazione con colori ad acqua ma non aveva conoscenze scientifiche. Lui e mia madre mi insegnarono a leggere e scrivere.
Aveva una profonda capacità di conoscere ciò che è bene e degno di un uomo. “Comportarsi e vivere senza ostentazione e senza ricerca di esteriorità.” È stato il suo insegnamento più valido, rafforzato dal suo esempio concreto oltre che per le parole in sé».

La sua influenza è stata importante per lei?
«Vede, era intimamente capace di discernere ciò che è nobile da ciò che è disonorevole, con grande lucidità e con finezza di sentimenti: ciò gli fa onore ed in questo mi è stato maestro. Inoltre, le sue idee sui principi della creazione, sulla dignità dell’essere umano, sull’alto destino dell’umanità, erano coerenti in ogni momento con il suo stile di vita. Questa è stata la base della mia educazione».

Quali sono stati suoi studi?

«Non c’erano molti soldi in casa: eravamo una famiglia numerosa. Ho studiato alla scuola pubblica di Meissen e poi, a 16 anni, sono riuscito a frequentare la scuola superiore. Devo riconoscere che il Rettore mi considerava come un figlio… Mio padre, in realtà, non voleva che continuassi a studiare, non ce ne erano i mezzi, ma furono i miei insegnanti a convincerlo, quasi ad obbligarlo.
Stabilii che apprendere era mio preciso dovere: dovevo afferrare tutto ciò che leggevo, leggendo un po’ alla volta ma, assolutamente, dovevo capire perfettamente e ricordare con chiarezza ciò che avevo letto. Solo dopo aver fatto così mi permettevo di andare avanti. È stato il mio metodo di studio…»

A proposito, dott. Hahnemann, è vero che lei parla tante lingue?
«Ah, si è vero. Non stiamo forse parlando in italiano? So bene che il mio accento tedesco mi tradisce. In realtà conosco e parlo molto meglio l’inglese ed il francese. Beh, se non avessi avuto dimestichezza con queste lingue me la sarei vista proprio brutta tra i 20 e 30 anni…ma questa è un’altra storia».

Dove ha studiato le lingue?

«Le ho imparate proprio negli anni della scuola superiore. Sono stato sempre portato per le lingue. A dodici anni mi facevano dare lezione di Greco, i rudimenti si intende, ai miei compagni. Più tardi, quando lavoravo ad Hermannstadt, Transilvania, adesso si chiama Sibiu e sta in Romania, tra il 1777 e il 1779 all’incirca … avevo poco più di 20 anni… beh, lì ho imparato un po’ di rumeno, di ungherese, qualche dialetto slavo…».

E il latino?
“Obbligatorio saperlo: era ancora la lingua ufficiale delle scienze, un po’ come l’inglese ai giorni vostri, ma cominciava a cadere in disuso. La mia dissertazione finale alla scuola superiore (…perdoni, oggi si chiama “esame di maturità”…) era in latino e si intitolava: “La meravigliosa struttura della mano dell’uomo”.

E l’università?
«Senza un soldo, povero in canna, lontano da casa, senza possibilità di tornarci e senza possibilità di ricevere alcun aiuto dai miei. Anni durissimi, solo studio e lavoro. Per racimolare un po’ denaro ho sfruttato la mia conoscenza delle lingue: davo lezioni di tedesco e francese e traducevo in tedesco testi scientifici inglesi. Erano testi di medicina e di chimica: le mie due passioni. Univo l’utile al dilettevole: guadagnavo qualche soldo ed in più avevo a disposizione testi moderni che non avrei potuto comprare e su cui potevo studiare! M’è servito moltissimo per la mia crescita intellettuale e professionale. Si mangiava poco: questo sì, però non rinunciavo alla attività fisica all’aria aperta, ogni giorno. Se sono arrivato a 88 anni in piena lucidità mentale, in buona efficienza fisica, lavorando non poche volte anche tutto il giorno, lo devo anche a tutta l’attività fisica e alle abitudini frugali apprese in quegli anni».

Bisogna riconoscere che a lei non hanno mai fatto difetto il coraggio, la forza di decisione e una volontà di ferro. Dove ha studiato Medicina?

«Università di Lipsia dal 1775 al 1777: una vera delusione, solamente teoria e nessuna pratica. Solo chiacchiere, mi creda. La Facoltà di Medicina non aveva neanche l’ospedale! Eppure Lipsia, a quei tempi, era una delle più quotate Università della Germania. Per cui, frequentavo solo le lezioni che erano veramente interessanti ed utili. Dovevo cambiare aria se volevo imparare qualcosa e diventare un vero medico. E c’era un solo posto dove andare: Vienna. Lì funzionava l’ospedale dei Fratelli della Misericordia, diretto dal dott. von Quarin, medico personale dell’imperatrice Maria Teresa e, più tardi, dell’imperatore Giuseppe II. Von Quarin fu eletto per sei volte di seguito Rettore dell’Università. Uomo stimabilissimo. In campo medico era un ippocratico e sosteneva che la medicina andava appresa al letto del malato: una idea rivoluzionaria! Aveva poco più di 40 anni quando ci siamo conosciuti: divenimmo subito amici, fui l’unico allievo che portava con sé nelle sue visite ai pazienti privati. Ho appreso molto da lui e dalla pratica in ospedale. La pratica ospedaliera è importante per ogni medico. È per questo che ho scritto nel paragrafo 271 dell’Organon che il riconoscimento di medico omeopata bisogna darlo a medici omeopatici pratici, approvati con esami, esercenti in ospedali omeopatici».

È la nota 1 al paragrafo 271. Se permette, la riporto per intero:
Lo Stato, una volta convinto della indispensabilità delle medicine omeopatiche preparate in modo perfetto, farà preparare le stesse da persona competente ed imparziale, per poi distribuirle gratuitamente a medici omeopatici pratici, approvati con esami, esercenti in ospedali omeopatici. Il medico, poi, convinto della bontà di questi mezzi, ne farà distribuzione gratuita ai suoi malati, ricchi e poveri.”

Quanto tempo è stato a Vienna?

«Meno di un anno, nove mesi per l’esattezza. Ad ottobre del 1777, grazie a von Quarin, sapeva che ero povero in canna, ottenni l’incarico di bibliotecario e medico di famiglia del Governatore della Transilvania, ad Hermannstadt. Lì ho iniziato la mia professione medica, ho avuto l’opportunità di apprendere parecchie altre lingue e di colmare lacune nelle mie conoscenze scientifiche. Ci ho vissuto per quasi due anni, poi dovetti trasferirmi all’università di Erlangen, in Germania: avevo bisogno della Laurea in Medicina. Mi laureai il 10 agosto 1779 e presi a lavorare in Sassonia. Varie peripezie mi hanno portato a stabilirmi in diverse città per trovare una sistemazione migliore per me e la mia famiglia, visto che, nel frattempo, mi ero sposato ed avevo dei figli».

Poi ha abbandonato la professione medica.
«È stata una decisione maturata non subito. Non ne potevo più di una medicina basata su ipotesi assurde, su nessuna certezza, i cui metodi di cura erano più pericolosi della malattia stessa. I malati morivano uccisi dai medici non dalla malattia! Pensi alla folle pratica dei salassi: ad un malato, già provato dalla febbre, dalla diarrea, dalla sudorazione, dal vomito, gli si cavava pure il sangue! Era un omicidio. E non si scherzava neppure con i farmaci: dosi da cavallo, veri e propri avvelenamenti. Eppure questa era la medicina “scientifica” dell’epoca: chiacchiere, ipotesi, fantasie, teorie su teorie, tutto campato in aria, nessuna vera conoscenza. Ma si pretendeva di essere scientifici.
Guardi, le mostro una lettera che scrissi al mio amico Hufeland. Legga cosa gli scrivevo.
“Era un supplizio per me camminare sempre al buio…diventava per me un caso di coscienza curare gli stati morbosi sconosciuti dei miei fratelli sofferenti con questi medicinali non noti che, nella loro qualità di sostanze molto attive, possono facilmente far passare dalla vita alla morte o causare nuove affezioni o mali cronici, spesso più difficili da debellare di quanto non fosse la malattia organica… Diventare anche l’assassino o il carnefice dei miei fratelli era per me un’idea così terribile e insopportabile che nei primi tempi del mio matrimonio rinunciai alla pratica medica per non correre più il rischio di nuocere e mi occupai esclusivamente di chimica e di lavori letterari.”».

Chimica e lavori letterari?
«Ero molto apprezzato come traduttore di testi scientifici e la chimica mi appassionava. Ma ho tradotto anche una Storia di Eloisa ed Abelardo dall’inglese».

Restiamo alla chimica.

«Ho pubblicato diverse decine di miei lavori di chimica. Certo la chimica era una scienza giovane, ancora agli inizi, ma di cui comprendevo le immense potenzialità». Lei era molto famoso come chimico. Quando nel 1788 venne tradotto in tedesco il famoso Dizionario di Chimica del francese Pierre Joseph Macquer lei è citato più di 70 volte e sa, che una ventina di anni fa, un farmacista, anzi il direttore del Laboratorio Centrale dei farmacisti tedeschi in un articolo l’ha definita: “uno dei più grandi chimici, farmacologici e medici della sua epoca?” (D.Steinback, direttore del Laboratorio Centrale dei farmacisti tedeschi, in “The Pharmaceutical Journal”, London 1981, 227, 6144 (384-387)

Può citare qualcuno dei suoi lavori di chimica?
«“L’avvelenamento da arsenico, trattamento e constatazione medico-legale”, “Mezzi per riconoscere il ferro ed il piombo nel vino”, “Esatto modo di preparare il mercurio solubile”… Basta così: mi ha convinto.

Poi, un giorno, il suo editore le affida la traduzione della Materia Medica di Cullen, famoso medico di Edimburgo, e lei trova del tutto fantasiose le spiegazioni che l’autore fornisce sull’azione della china.
«Proprio cosi. Pure fantasticherie. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Decisi di mettere in atto un’idea che mi portavo dentro da qualche tempo. Quale è un metodo razionale per comprendere il vero potere terapeutico dei medicinali? Come capire quali disturbi e sintomi i medicamenti sono in grado di curare? I metodi dell’epoca sembravano al mio esame critico del tutto improponibili: segnature, animali. E la chimica, a quel tempo, non poteva che darci scarse risposte, per lo più nei casi di avvelenamento».

Segnature, animali? Cosa intende?
«Molti ritenevano di poter ricavare informazioni sul potere terapeutico di una pianta dalla sua forma, dal colore, dal sapore. Sono queste “le segnature”. Qualche volta ci indovinano ma non è certo un metodo affidabile anzi è una sciocchezza, l’ho scritto e sostenuto più volte…»

Nel par.110 dell’Organon lei è chiarissimo:
«né a priori con sofisticheria cavillosa, né dall’odore, dal sapore o dall’aspetto delle medicine… è possibile conoscere le energie curative proprie dei medicamenti». Ancora oggi c’è chi crede alle “segnature”… «Non mi stupisce. Come si possono trarre delle conclusioni sugli effetti che i medicamenti avrebbero sull’uomo basandosi su quello che provocano negli animali? Per esempio, un maiale può ingurgitare una grossa quantità di noce vomica (contiene stricnina) senza grossi inconvenienti, mentre meno di un grammo è sufficiente ad uccidere un uomo. Per di più un animale non può certo riferire dei cambiamenti che si operano in lui e delle sensazioni che prova, cosa che l’uomo, dotato di parola, dovrebbe essere in grado di fare.”

Questa sua posizione netta sulla pericolosità di trasferire all’uomo i risultati di osservazioni sull’animale è, oggi, accettata dalla farmacologia. Le va dato atto che lei è stato uno dei primi, se non il primo, a sostenere questa tesi che, oggi, sembra così ovvia. «Quindi, a mio parere, non rimaneva che un unico metodo per accertare quale fosse il potere terapeutico dei medicamenti: sperimentarli sull’uomo sano.
La domanda era la seguente: cosa succede ad un uomo in buone condizioni di salute che assuma un farmaco?»
Semplice! Così lei si sottopose all’esperimento, prese della china ed ebbe dei sintomi che simulavano in tutto e per tutto un attacco malarico. Scomparsi i sintomi, dopo poco lei ripetè l’esperimento ed il risultato fu lo stesso. È il prova e riprova galileiano. È il 1790, non è così? “Si.” Per molti è l’anno di nascita dell’omeopatia. Ciò che è straordinario è che lei non aveva la malaria, che è provocata da un parassita, il plasmodio (che sarà scoperto quasi un secolo dopo), ma la sperimentazione farmacologica ne riproduceva i sintomi. Stupisce che, ancora oggi, il chinino, malgrado sia usato da quasi tre secoli, sia l’unico farmaco a cui il plasmodio non è resistente.
«Questo esperimento mi confermò l’esattezza dell’aforisma di Ippocrate che riconosceva due sistemi di cura: quello basato sul principio dei contrari e quello basato sul principio dei simili. Similia similibus curentur: si curi il simile con il simile. Cioè una sostanza è in grado di eliminare in un malato quei sintomi che quella stessa sostanza è in grado di provocare in un uomo sano».

Questo principio è antichissimo: se ne trova prova evidente già nella mitologia greca, a proposito dell’eroe Telefo.
«Verissimo, ma allora si era ancora nel campo dell’empirismo. Ora bisognava dare una base sperimentale concreta alla mia intuizione. Il risultato del primo esperimento mi indusse a farne altri. La domanda che mi posi fu: la china ha indotto sintomi simili ad un attacco malarico che essa è in grado di curare, si tratta di un caso limitato a questa sostanza o anche altri medicamenti sono in grado di indurre sintomi simili a quelli di malattie che riescono a guarire? Non restava che sperimentare. Così sperimentai varie sostanze utilizzate dai medici a quel tempo: aconito, belladonna, digitale eccetera. Il risultato sorprendente fu che ogni sostanza procurava sintomi specifici nello sperimentatore: cioè belladonna dava solo sintomi di belladonna, aconitum solo e soltanto sintomi di aconitum e così via. Il passo successivo fu la verifica clinica: ripresi a fare il medico, ora avevo un bagaglio di farmaci la cui conoscenza non era campata in aria ma basata su basi sperimentali. E i risultati non si fecero attendere: riuscivo finalmente a guarire dei malati! Dopo 6 anni pubblicai le mie osservazioni e i miei risultati in un libro che intitolai: “Saggio su di un nuovo principio per scoprire le virtù curative delle sostanze medicinali”.

Il primo libro pubblicato sull’omeopatia: è il 1796, 210 anni fa, dottor Hahnemann, e lei ha 41 anni.



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