Etica

La strana battaglia tra i paladini dei boschi

Fonte: Valori (Rivista)


CATEGORIE: Etica , Salute

aziende cartarie
"C'è una strana guerra in corso nel mondo dei difensori delle foreste"

Nelle sue classifiche delle aziende cartarie, Greenpeace premia solo chi è certificato Fsc. I “rivali” del Pefc accusano: «È puro marketing. Le due certificazioni si equivalgono». E intanto il 90% delle foreste non è ancora certificato.


C'è una strana guerra in corso nel mondo dei difensori delle foreste. Il conflitto vede contrapposti Greenpeace e il Pefc, lo schema di certificazione forestale più diffuso al mondo. E, attorno a questo conflitto, aleggia più di un paradosso: i “buoni” discutono per chiarire chi tra loro sia più buono, l’ambiente non trae giovamento da questa battaglia, i consumatori responsabili sono disorientati e intanto gli sfruttatori del patrimonio boschivo mondiale continuano i loro affari.


Le classifiche dello scandalo
A metà novembre Greenpeace ha presentato il rapporto “Foreste a rotoli”, la sua consueta classifica dedicata alle aziende produttrici di carta igienica e da cucina. Ai primi posti figurano i (pochi) marchi che usano carta riciclata o fibre vergini certificate secondo lo schema Fsc (Forest Stewardship Council), nato nel 1993 in Canada. Voti insufficienti a tutti gli altri (l’80% del totale), senza distinguere tra i produttori che utilizzano anch’essi fibre certificate (ma secondo lo schema Pefc, Programme for Endorsement of Forest Certification schemes, concorrente dell’Fsc) da quelli che invece si disinteressano dei temi ambientali.

Discorso analogo (voti alti a chi usa la certificazione Fsc, stroncature a chi sceglie Pefc) avviene con le altre due guide di Greenpeace: la classifica “Salvaforeste” rivolta alle case editrici e quella per le aziende di parquet.

La cosa, ovviamente, non ha fatto piacere ai vertici del Pefc Italia, secondo i quali le ecoguide sarebbero «sordide operazioni di marketing: sono enormi spot pubblicitari in favore dello schema Fsc, nel quale l’associazione ambientalista è direttamente coinvolta, e delle aziende che lo scelgono», accusa il segretario generale Antonio Brunori.

«Un mezzo per drogare il mercato e ricattare le imprese del settore, perché si fa credere che i prodotti a marchio Fsc siano più ecologici, non assegnando la sufficienza a nessuna azienda che, pur usando fibra sostenibile e certificata, non ha il marchio da loro promosso».
«È vero: noi sosteniamo la certificazione Fsc», ammette Chiara Campione, dal 2007 responsabile della campagna Foreste di Greenpeace. «Ma non lo facciamo per interessi economici. Siamo suoi soci, come altre associazioni ambientaliste e prendiamo parte ai suoi tavoli di consultazione. Greenpeace non ha, però, mai avuto ruoli direttivi in Fsc».

A onor del vero nel 2001 l’allora responsabile foreste di Greenpeace, Sergio Baffoni, era membro del comitato esecutivo all’atto della costituzione di Fsc Italia ed è stato per vari anni vicepresidente dell’organismo (la sua firma è in calce allo statuto).
La discussione tuttavia rischia di far perdere di vista la questione più rilevante: “spingere” un marchio di certificazione piuttosto che un altro è nell’interesse dell’ambiente? E aiuta davvero il mercato a scegliere politiche virtuose?


Fra i due litiganti... all’ambiente chi pensa?
«Ben vengano le discussioni tra soggetti già attivi nel mondo della certificazione, se ciò può aiutare ad avere standard più rigorosi», osserva Antonio Nicoletti, responsabile Aree protette di Legambiente. «Ma il vero tema su cui dibattere è come fare per aumentare il numero di realtà che scelgono la via della sostenibilità». Ad oggi, solo il 10% delle foreste mondiali è certificato (2/3 seguendo lo schema Pefc e 1/3 quello Fsc).

In effetti sono gli stessi ambientalisti a spiegare che non necessariamente una carta prodotta da fibre Fsc è più sostenibile di una con materie prime Pefc e che ridurre il discorso a una lotta tra i due schemi sarebbe sbagliato. «Conosco Greenpeace e sono certo che non agisca per fini economici – commenta Massimiliano Rocco del Wwf Italia – ma i criteri usati per stilare quelle classifiche sono opinabili. Anch’io ho un giudizio molto positivo dello schema Fsc, ma non mi sento di criticare a priori il Pefc, che, soprattutto per il legname e le fibre prodotte nei Paesi occidentali, dove gli standard sociali sono tutelati, offre adeguate garanzie».

D’altro canto, anche Chiara Campione di Greenpeace ammette passi avanti dello schema concorrente: «Pefc negli anni ha fatto senza dubbio un buon lavoro per migliorare i propri standard ambientali. Ma deve fare altrettanto per tutelare i diritti sociali e ritirare i certificati ai criminali forestali come la multinazionale App».


Aziende virtuose a disagio
Chi proprio non accetta il modo di “dare i voti” da parte di Greenpeace sono le aziende che hanno scelto la via della certificazione utilizzando lo schema “sgradito” all’associazione ambientalista. Alcune, chiedendo l’anonimato, rivelano di aver abbandonato lo schema Pefc in favore dell’Fsc per essere “messi tra i bravi” e per vendere di più grazie alla pubblicità di Greenpeace.

Altri fanno capire che nella scelta dello schema di certificazione ci sono molti fattori in gioco: «Per alcuni prodotti utilizziamo fibre di cellulosa provenienti da Svezia e Finlandia, dove la materia prima certificata Fsc praticamente non esiste», spiega Riccardo Balducci, coordinatore ambientale del secondo produttore europeo di carta igienica, la Sofidel, azienda certificata da entrambi gli organismi e proprietaria del marchio Regina.

«Che cosa dovremmo fare? Cambiare i nostri fornitori perché in Nord Europa sono certificati Pefc e importare la fibra dal lontano Sud America dove è prevalente lo schema Fsc? Queste campagne danno un’immagine sbagliata delle aziende. E sviano i pochi consumatori attenti, che sentono gli ambientalisti dire che uno schema di certificazione è meglio dell’altro, mentre le istituzioni pubbliche li ritengono ugualmente credibili».

Tutti gli Stati europei e gli organismi sovranazionali giudicano infatti entrambe le certificazioni in grado di assicurare la corretta gestione del patrimonio boschivo. Il Parlamento europeo, già nel 2006, aveva approvato una risoluzione che dichiarava Pefc ed Fsc “egualmente adatti a tale scopo” e ne caldeggiava il mutuo riconoscimento.
Non a caso, nei bandi di gara pubblici per la fornitura di prodotti cartari, non si danno punteggi diversi a seconda del tipo di certificazione scelta.

«Per le istituzioni possono pure essere equivalenti. Noi la pensiamo diversamente e offriamo il nostro punto di vista e le nostre classifiche», commenta Chiara Campione. «D’altra parte, se ci appiattissimo sulle posizioni dei governi, che motivo avrebbe Greenpeace di esistere?».
Ai consumatori (responsabili) l’ultima parola.


C'è un caso concreto in cui lo scontro tra Greenpeace e Pefc diventa frontale: i certificati concessi ad alcuni prodotti della multinazionale App (Asia Pulp and Paper), considerata da tutte le associazioni ambientaliste una delle peggiori minacce alle foreste torbiere indonesiane.

«Fsc si è dissociata da App già nel 2007. Quando Pefc farà lo stesso?» domanda Chiara Campione di Greenpeace.
Replica Antonio Brunori, del Pefc Italia: «È bene sapere che le piantagioni di App contestate dagli ambientalisti erano certificate secondo le regole Fsc e, solo dopo le proteste di Greenpeace e di altre Ong, il certificato fu revocato. Nel caso del Pefc, invece, sono stati concessi certificati per prodotti che contengono esclusivamente fibre provenienti da piantagioni certificate sostenibili in Cile e Canada, quindi senza alcun collegamento con le foreste indonesiane incriminate, nelle quali il Pefc non esiste. Se le piantagioni americane sono gestite secondo i criteri previsti dal nostro schema, perché dovremmo far ritirare il certificato?».

Ma Greenpeace teme che quei certificati siano usati da App come green washing, per ripulire la propria immagine. «Se le certificazioni devono servire a garantire la sostenibilità di un’azienda agli occhi dei consumatori, non si possono certificare i prodotti dei criminali forestali. In nessun caso».



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