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#BastaTacere: dai social alla proposta di legge contro la violenza in sala parto


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E' stata presentata una proposta di legge per chiedere principalmente l'introduzione del reato di violenza ostetrica

Assistenza impropria, ipermedicalizzazione, invadenza. Da momento felice, il parto si trasforma in molti casi in un evento violento e traumatico che, talvolta, sfocia in tragedia. Per invitare le madri a denunciare le loro esperienze di abuso o mancanza di rispetto nell'assistenza alla nascita, è stata lanciata su Facebook la campagna #bastatacere.  La campagna ha portato alla luce centinaia di storie di abusi, fisici e psicologici subiti quotidianamente dalle donne nelle sale parto degli ospedali italiani.

I dati dell’Istat e dell’Istituto superiore di sanità fotografano solo le nascite (488.000 nel 2015) e l’età media delle madri (31,6 anni, mentre nel resto d’Europa è intorno ai 29). L'Italia è il Paese europeo dove si effettua il maggior numero di cesarei(36,7%) e la mortalità materno-infantile riguarda 10 casi ogni 100.000, quando la media mondiale dei Paesi avanzati è 20 su 100.000. Non esistono tuttavia ricerche sui casi di piccole violenze e soprusi al momento del parto, spesso catalogati come normali procedure mediche.

“Le donne non si sentono ascoltate: è questo il filo rosso che unisce le testimonianze che abbiamo raccolto per la campagna #basta tacere”, spiega Alessandra Battisti, una delle coordinatrici di Human rights in childbirth Italy, l’associazione che ha lanciato l’iniziativa. “Non solo subiscono interventi non necessari come l’episiotomia, cioè il taglio del perineo, il muscolo tra ano e vagina, e la manovra di Kristeller, vietata in molti Paesi europei, in cui il medico spinge con l’avambraccio sulla pancia della mamma per favorire l’uscita del neonato”.
Le donne sono anche schiacciate dalla disorganizzazione. “Per esempio – continua Alessandra Battisti - il rapporto ostetrica-paziente dovrebbe essere di 1 a 1, invece spesso si cambiano più assistenti per turni o per carenza del personale”.

“Purtroppo resiste lo stereotipo della gravidanza come dolore e come miracolo. I soprusi vengono ridimensionati e confinati nelle confidenze delle protagoniste. Invece bisogna denunciare quello che si subisce”.

La campagna ha portato alla presentazione di una proposta di legge ad hoc in Parlamento scritta dal deputato Adriano Zaccagnini (Sinistra Italiana) e che ha come titolo “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico”.

Il punto principale della norma è l’introduzione del reato di «violenza ostetrica», che è basato su una dichiarazione dell’OMS del 2014, in cui si evidenziano una serie di trattamenti inadeguati che le donne possono subire durante il ricovero per il parto: dall’abuso fisico diretto a quello verbale, dalle procedure mediche senza consenso (che possono includere perfino la sterilizzazione) alla mancanza di riservatezza, dal rifiuto di offrire una terapia adeguata per il dolore fino alla “detenzione delle donne e dei loro bambini nelle strutture dopo la nascita, connessa all’impossibilità di pagare”. Tali rischi si accentuano per le adolescenti, le donne non sposate, le migranti, quelle affette da Hiv o con difficoltà economiche.  Oltre alle violenze vere e proprie si cercano di limitare anche interventi come il taglio cesareo.

La legge include poi la promozione del parto naturale, possibilmente anche al domicilio della donna.


La legge fa inoltre riferimento al divieto di donazione del sangue del cordone ombelicale prima che questo venga trasfuso al neonato, visto che anche su questo secondo i promotori si agisce con troppa disinvoltura e con criteri di “business”.

Si chiede inoltre a regioni e Asl di intervenire nel settore, migliorando i servizi di assistenza al parto, e si sanciscono una serie di responsabilità a carico del personale sanitario (medico, ostetrica e struttura) in caso di inappropriata assistenza durante il travaglio e il parto.

Secondo il testo della proposta di legge, i danni all’utero dovrebbero essere rimborsati con non meno di 200mila euro, quelli per la perdita o asportazione dello stesso con almeno 400mila euro, mentre un minimo di 100mila euro è previsto per i danni agli organi genitali o alla zona anale e perineale.

“I tagli alla sanità hanno trasformato i reparti di ostetricia in bambinifici - afferma Alessandra Graziottin, direttore del Centro di ginecologia all’ospedale San Raffaele Resnati di Milano. “Per esempio, è assurdo che nel 2016 in tante strutture non sia garantita l’epidurale 24 ore su 24 per alleviare la sofferenza. Invece ci troviamo medici e ostetriche che non hanno la minima empatia e vivono in un frullatore fatto di più parti in contemporanea.

Eppure basterebbe guardare negli occhi la paziente, mettersi nei suoi panni e parlarle. In pochi minuti anche una gravidanza a basso rischio si può trasformare in tragedia per colpa del destino, magari perché il cordone ombelicale si attorciglia intorno al collo del piccolo. Spiegare ciò che succede e rassicurare è un gesto semplice e risolutivo, però è una rarità”.



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