Vaccinazioni

Anche le formiche nel loro piccolo… si vaccinano

Fonte: Il Giornale.it


CATEGORIE: Vaccinazioni , Infanzia

vaccini formiche
La colonia delle formiche ci fornisce lo spunto per ragionare sulla nostra condotta sociale proprio riguardo le vaccinazioni

Anche le formiche nel loro piccolo… si vaccinano.
L’ articolo qui in foto, godibilissimo, è stato appena pubblicato sulla rivista Airone. Ci dà una conferma che l’aiuto reciproco è spesso alla base di una comunità sana. Le formiche, che oltretutto comunicano tra loro telepaticamente (grazie ai ferormoni), non si adoperano per loro stesse, ma per l’intera colonia.

Dall’ultima ricerca austriaca scopriamo che questi insetti, anche davanti alla malattia, hanno un comportamento sociale e che è proprio questo che le immunizza. Quando una di loro contrae un’infezione fungina, le altre cercano di asportarla e, nel farlo, assumono bassissime concentrazioni di fungo acquisendo protezione nei confronti della malattia. Inutile precisare che non si tratta di un vaccino messo a punto in laboratorio ma di una vera e propria trasmissione di infezione da sorella a sorella. Qui lo studio.

Però Airone parla di “vaccinazione di massa”. Di più: cede a un commento nel catenaccio con tanto di punto esclamativo (“altro che evitare di vaccinare i bambini!”).

La colonia delle formiche ci fornisce lo spunto per ragionare sulla nostra condotta sociale proprio riguardo le vaccinazioni.

Nei comuni di mezza Italia si rincorrono le audizioni sul tema dell’obbligatorietà dei vaccini. Si vuole imporre l’obbligo per ammettere i bambini all’asilo.

In sostanza gli amministratori dicono che “la copertura pediatrica non può rimanere così (media del 93%), perché si rischiano focolai” (di quali malattie? Quali allarmi ha lanciato la Asl?). Perché non si sente mai parlare di protezione della popolazione generale?

Se ci fosse un’epidemia o il rischio che questa si presenti “per effetto delle coperture basse” (ricordiamo che la protezione dei più piccoli è al 93%) non si rischierebbe anche andando sul bus? O in discoteca? O in un qualsiasi ufficio, luogo affollato con più di 27 persone, tanti sono i componenti di una classe, e dunque oratori, palestre, stadi, università, piscine, chiese?

Quanti amministratori ragionano di obbligo dimenticando che i 4 vaccini obbligatori si riferiscono a due malattie praticamente scomparse (difterite e poliomielite) e a due che non si contagiano all’asilo (tetano ed epatite B)?

Quanti amministratori spostano la proposta dell’obbligo come la lancetta dell’ora legale? Mi riferisco alla Regione Lombardia che a ottobre, in un convegno a tema, davanti ai dati presentati da Maria Gramegna, responsabilie dell’Unità organizzativa di prevenzione della Regione, (“non ci sono cali, abbiamo alte adesioni dappertutto”) valutò non indispensabile la costrizione e, in aprile, su proposta di Umberto Ambrosoli, noto avvocato del Pd, senza alcuna flessione rispetto ai dati di ottobre, è riproposto l’obbligo perché “la salute viene prima di tutto”.

Nella nostra comunità i provvedimenti di salute sono decisi dai politici, i sanitari, con i loro dati epidemiologici, non sono tenuti in conto. E quando ai convegni è invitato qualche medico, come Gian Vincenzo Zuccotti, professore di pediatria al Buzzi o Maurizio Bonati, ricercatore ed esperto di prevenzione materno infantile – intervenuti entrambi in Regione e in Comune a Milano – ecco che il loro parere favorevole all’informazione puntuale, al dialogo con i genitori e alla libera scelta non è tenuto in considerazione. Leggete qui le recenti considerazioni di Maurizio Bonati.

Perciò, le frasi che giustificano l’obbligo hanno la vacua consistenza dei discorsi di circostanza. Esempi: “Come non si va in autostrada senza cintura di sicurezza, non si va a scuola senza vaccinazione” (dimostrando di non sapere quali infezioni si prendono all’asilo e dimenticando che le pestilenze, se tornassero, colpirebbero anche gli adulti).

Oppure: “Dobbiamo proteggere anche chi non si può vaccinare. Se un bambino leucemico si ammala di morbillo ė colpa del non vaccinato” (essere non vaccinati non significa essere malati o untori, e se si allude all’immunità del gregge che cala perché non si ricorda che l’immunità del gregge è assai più bassa fra gli adulti?).

O ancora: “Non neghiamo che esistano effetti collaterali post vaccino ma anche dopo un intervento chirurgico non si può sapere se questo riuscirà o meno” (dimenticando che i neonati sono sani e non in procinto di fare interventi).

Che fare per somigliare sempre più a una comunità intelligente, operosa e resa coesa dall’aiuto reciproco? Ascoltare la voce di chi chiede il “no obbligo”, ad esempio, per dare risposte meno vacue.

L’altro giorno, davanti a Palazzo Marino dove era in corso un’audizione per valutare appunto l’obbligo, ho incontrato una mamma avvocato che ha vaccinato “con tutto” la prima figlia e non ha vaccinato affatto la seconda.

“Fra la nascita della prima e della seconda figlia mi sono informata. E mi sono stupita di aver vaccinato la prima volta senza sapere quello che stavo facendo. È assurdo ma ho ricevuto più informazioni in ospedale per imparare il cambio del pannolino rispetto a quando sono andata alla Asl a fare nove vaccini. È vero, ho firmato un foglio. Ma su quel foglio non c’era scritto niente. Se le cose stanno ancora così, se non si dialoga con un medico, se non si leggono i nove foglietti illustrativi, se non si hanno gli strumenti per scegliere, condivido appieno la protesta di questi genitori, nel dubbio, meglio astenersi”.



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