Etica

Agricoltura condivisa, il riscatto della terra

Fonte: Valori (Rivista)


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rosita poveda
Rosita Poveda pratica un’agricoltura biologica, predica compartecipazione e rivendica diritti

Sin platas”, senza soldi, ma con le mani forti e capaci di coltivare la terra: Rosita Poveda pratica un’agricoltura biologica, predica compartecipazione e rivendica diritti. Intorno a sé una Colombia di disperati fugge dalla guerra civile.

"Spero nella costruzione di un modello di sviluppo che unisca democrazia, equità, giustizia, verità, riparazione dei torti. Un modello di Paese costituito a favore di tutta la popolazione, diffuso a tutti i livelli". Così mi scrive Rosa “Rosita” Poveda dall’altra parte dell’oceano, quando le resta un poco di energia dopo la giornata di lavoro contadino e sfruttando una connessione internet in prestito. È una donna minuta, ma robusta, armata di grandi sorrisi, determinazione e tante buone prassi da condividere.

Ha le mani grosse e ama il suo Paese, la sua gente. Povera di denaro, ma ricca di idee ben radicate rispetto a un modello di società da realizzare sulla base di parole chiave come compartecipazione, educazione, sovranità alimentare, comunismo. Un modello che applica ogni giorno, dopo aver trasformato un “immondezzaio” cittadino nella Granja Escuela Mutualitos (fattoria didattica della mutualità), dove si pratica un’agricoltura biologica venata di buon senso e tradizioni indigene.
Non solo. Rosita guida un’associazione che insegna come coltivare senza pesticidi a studenti universitari di tutto il Sud America.

Rosita, raccontaci la tua storia…
Sono nata a Moniquira, nel dipartimento di Boyaca, il 17 ottobre 1965. Figlia di Gustavia Guerrero e Honorio Povera, entrambi agricoltori di professione: mi hanno insegnato l’agricoltura. Quando avevo sei anni mi hanno portato a Bogotà, dove sono rimasta per due anni e dove sono poi tornata con il padre dei miei tre figli.

Verificando la situazione del Paese, le sacche di povertà e miseria in molte parti della città, la mancanza di attenzione da parte dello Stato e l’insufficienza dei programmi sociali, che si rivolgono solo a un gruppo molto ristretto di popolazione, ho preso la decisione di organizzare dei gruppi, per trovare una via d’uscita. Mi sono quindi trasferita con i miei figli e ho comprato un lotto di terreno dove intendevo costruire un modello di città e di Paese più umano, solidale, autogestito, fraterno e democratico. Ma la guerra ci ha seguito, così ho dovuto lasciare la casa che avevo costruito (umile, ma nostra).

Il 13 gennaio 2008, poco dopo Natale, si portarono via mio figlio di 21 anni che era il mio braccio destro: è stato un colpo durissimo, la tristezza mi stava uccidendo. Ma la vita continua. Oggi vivo in modo modesto con i miei due figli piccoli nella Granja Escuela Mutualitos, in una piccola casa di legno, con i servizi di base (cibo, riparo e riposo), che divido con molta gente.

Abiti su un terreno che ti è stato dato in uso dal proprietario dopo aver ascoltato il tuo progetto. Come lo gestisci?
Il terreno è distribuito in tre parti secondo la funzione: abitazione; formazione ed educazione; agricoltura e coltivazioni minori. Sul terreno coltivabile faccio recupero del suolo (decontaminare, fertilizzare, nutrirlo e renderlo adatto alla coltivazione). Produco quinoa, amaranto, mais, yacon, coriandolo, prezzemolo, patate, lattuga, carote, spinaci, broccoli, pomodori, zucca, erbe e piante medicinali per controllare le piante infestanti.

La Granja Escuela Mutualitos insegna vie alternative per ottenere prodotti agricoli di qualità, utilizzando tecniche biologiche come lombrichi, fertilizzanti completamente organici e piante che contribuiscono a controllare i parassiti e le malattie. Lo scopo è migliorare il consumo e la qualità della vita. L’attività che si pratica è intrinsecamente connessa ai temi della sovranità e della sicurezza alimentare. La Granja Escuela Mutualitos è uno spazio aperto, che non pone alcuna restrizione e alcun limite alle persone che sono interessate a contribuire con strategie e conoscenze per migliorare la qualità della vita dei cittadini che appoggiano questo progetto, alla ricerca del benessere comune per tutti. Le istituzioni locali sono rette tramite norme che impediscono questo processo di autogestione. Il mio modello è totalmente decentralizzato e si basa sull’auto-sostegno.

Cosa intendi per sovranità alimentare e auto-produzione?
La sovranità alimentare è data dall’acquisire potere sui beni e i mezzi di produzione per decidere cosa coltivare, quando e per chi. Quando non c’è sovranità alimentare siamo solo “dipendenti” del campo e coltiviamo quello che ci dicono di coltivare. L’autoproduzione è la capacità, da parte di famiglie e comunità, di produrre gli alimenti che si consumano, con sementi della propria zona e ottenendo cibi che fanno parte della propria tradizione.

In cosa consiste il mercato contadino che avete organizzato?
È un’attività che stiamo promuovendo con i produttori urbani e rurali come punto d’incontro per commerciare prodotti trasformati, freschi e le carni di animali allevati con alimenti al 100% naturali. È pensato come una vendita diretta dal produttore al consumatore finale. Il mercado mutual è il luogo dove entra in atto l’assistenza reciproca: per tutto il giorno i contadini vendono e di sera si esercita il baratto o lo scambio con persone che non hanno denaro, ma solo articoli, beni o servizi da scambiare con i prodotti agricoli. I contadini sono della zona, del centro del Paese e agricoltori urbani.

Cos’è Accion Social e come sta lavorando per aiutare i desplazados?
Accion Social è l’ente statale destinato a fornire assistenza agli sfollati. Quando si tratta di politiche statali, però, c’è un’enorme differenza fra gli obiettivi dichiarati e la realtà. I desplazados arrivano nelle grandi città in cerca di rifugio e di aiuto. Ma gli aiuti sono insufficienti, temporanei e non offrono nessuna garanzia di soddisfare nemmeno i bisogni più basilari: si permette addirittura che alcuni intermediari opportunisti si approfittino della situazione, mentre d’altra parte non viene riconosciuta, ma, anzi, squalificata l’azione delle organizzazioni autonome.

Del resto la situazione politica del nostro Paese rientra nel quadro del modello di sviluppo capitalista, oggi chiamato neoliberista, in cui potere e capitale si concentrano nelle mani di minoranze di popolazione ogni volta più potenti e dedite allo sviluppo e all’oppressione. Perciò le politiche governative sono orientate alla privatizzazione dei servizi per favorire i guadagni delle imprese vincolate ai movimenti di capitale transnazionali e a facilitare il controllo di questi beni e mezzi di produzione, giustificandosi con lo scopo di mantenere la fiducia degli investitori.

Nella politica educativa si insiste per l’ingresso del capitale privato al posto degli investimenti pubblici e nell’orientamento verso lo sviluppo di competenze e capacità che riguardano in primo luogo lo sviluppo intellettuale nei campi della scienza e della tecnologia; il tutto in un Paese che vede la presenza di un’ampia educazione agricola. La stragrande maggioranza degli aiuti per la popolazione proviene dalla comunità internazionale, condizionata da norme che soddisfano soltanto i grandi monopoli.



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