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Abete


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abete
Abete è nome collettivo di specie appartenenti ai generi Picea e Abies della famiglia delle Pinaceae

Abete è nome collettivo di specie appartenenti ai generi Picea e Abies della famiglia delle Pinaceae.

Nome scientifico: Picea excelsa (Lam.) Link
Sinonimi: Picea abies (L.) Karsten, Picea vulgaris
Famiglia: Pinaceae
Nomi volgari: abete, abete rosso, pezzo, peccio.
Etimologia: Picea, nome dell’abete rosso presso i Romani; excelsa, con riferimento all’altezza e maestosità delle specie.

Picea excelsa è il principale elemento delle foreste subalpine ad aghifoglie, cresce in tutte le regioni settentrionali, fino alla Toscana, tra 0 e 2200 m.
Fiorisce da aprile a maggio.

Nome scientifico: Abies alba Miller
Sinonimo: Abies pectinata (Lam.) DC.
Famiglia: Pinaceae
Nomi volgari: abete, abete bianco.
Etimologia: Abies, nome dell’abete bianco presso i Romani; alba, dal latino “alba” = bianca, con riferimento alle foglie inferiormente striate di bianco.

Abies alba alligna
nei boschi montani, nella cosiddetta fascia del faggio, tra 400 e 1800 m, in tutte le regioni d’Italia, con esclusione di Sicilia (ove vive la specie endemica Abies nebrodensis [Lojac.] Mattei) e Sardegna.
Fiorisce da aprile a maggio.

STORIA E TRADIZIONI
Per gli antichi Greci l’abete bianco era sacro ad Artemide, dea della Luna e protettrice delle nascite.
Il profondo rapporto che le popolazioni dell’Europa celtica hanno con l’abete è dovuto al fatto che le conifere (sempreverdi) sono associate all’idea dell’immortalità, concetto base di genti magiche e guerriere che credono nel perenne flusso vitale che permea di sÈ ogni manifestazione sensibile.

Simbolo dell’unione tra uomini e piante, l’abete è posto a guardia del solstizio d’inverno, giorno in cui si rinnova l’anno, albero della fertilità e della nascita.

Nelle tradizioni nordiche è legato alla Luna e alla dea, simbolo di promessa di vita e fertilità future, di rinnovamento non sottostando al ciclo stagionale di morte e rinascita come le piante a foglia decidua.

I Celti delle Orkney, in Scozia, accolgono ancora i neonati con torce d’abete, “segnano”, dopo il parto, mamma e bambino girando, con una torcia accesa, tre volte attorno al letto.

Quest’albero è così correlato al mondo invisibile che è spesso utilizzato come un canale per trasmettere messaggi alle divinità. Tale usanza è legata alla tradizione che narra come nella foresta di Broceliade, in Bretagna, crescesse, presso una sorgente, un abete chiamato albero di Barenton, in grado di incanalare un potenziale magico importante. Su quest’albero, secondo la leggenda, era solito arrampicarsi Merlino e le persone di religione celtica lo utilizzavano come tramite per inviare messaggi agli dei, forse perchÈ dalla sua resina si otteneva un incenso da bruciare nel corso delle cerimonie.

Presso Glanudim, in Provenza, è stato trovato un altare su cui è incisa una conifera, invece delle normali dediche, ed esempi di questo tipo si sono rinvenuti anche nei Pirenei francesi, con numerosi altari dedicati al culto degli alberi.

Altro esempio è l’ara romano-britannica di Newcastle-on-Tyne, dedicata alle Madri, con inciso un triangolo che racchiude una pigna d’abete.
L’abete è l’albero di Natale odierno, di tradizione germanico-scandinava.

Il costume pagano di recarsi nel bosco, nel periodo del solstizio invernale e tagliare un abete rosso per decorarlo con ghirlande, candele e uova dipinte, sotto cui si dava il via a banchetti ed eccessi di ogni genere, non era ben visto dal Cristianesimo e solo alla fine del XIX secolo fu introdotto in Francia e poi negli altri Paesi europei.

Il folklore, soprattutto quello germanico, riteneva che il “Genio della Foresta” abitasse nel tronco di un vecchio e maestoso abete e pertanto si tendeva a non abbattere alberi di una certa dimensione, che erano rispettati.
Nel Medioevo, le donne erano battute con rami d’abete per stimolare la fecondità e in Savoia era considerato neutralizzatore di negatività e malocchio e protettore dai fulmini.

Nel 1770 le dame di corte francesi accolsero Maria Antonietta d’Austria tenendo in mano rami d’abete, che divenne così il simbolo della nuova regina di Francia.

Si crede che il sommo liutaio Stradivari usasse per i suoi strumenti solo legno di abeti rossi cresciuti lentamente e in condizioni difficili, alberi che aveva personalmente scelto nei boschi.

Nel Rinascimento gli abeti sono molto conosciuti e apprezzati come piante medicinali. La scorza e le foglie sono ritenute disseccative. La polvere delle foglie bevuta con vino rosso o con acqua ferrata (al peso di una dramma) restringe i flussi e la dissenteria, bevuta con uova fresche, ferma la “scolation delle reni”.

La resina, detta “lagrimo d’avezzo”, “olio d’avezzo” o “olio d’abezzo” è ritenuta rimedio “incarnativo, modificativo e risolutivo” e assicura, secondo Durante, “l’uomo da infiniti mali preso per bocca al peso di mezza oncia, overo due dramme del balsamo, che se ne stilla, impero che caccia fuori le ventosità, e è medicina sicurissima per i dolori colici, per cacciar fuori le renelle, e per prohibire la generazione loro, muove piacevolmente il corpo, provoca l’orina e conferisce à dolori di nervi e delle giunture”.

L’autore umbro ci ricorda anche l’uso del lacrimo per la cura dell’asma, della tisi, della sciatica, della podagra.
Curiosa è la credenza, suffragata dallo stesso Durante, di una presunta velenosità attribuita all’ombra dell’abete (come quella del noce).
Innumerevoli sono le malattie curate con l’abete, ne trattano molti autori, oltre al citato Durante, troviamo Ruel (1474-1537), Fuchs (1501-1566) e Mattioli. Anche esternamente svariati sono gli impieghi terapeutici dell’abete e dell’olio d’avezzo, così sedersi su una tavola calda d’abete giova al “tenesmo e all’uscita del budello”; il lacrimo modifica la matrice se impiegato come fomento, giova alle fratture, al prurito dei genitali, alle otiti, chiude le ferite “massime quelle della testa, purchè non sia la membrana scoperta”, consolida le fratture, mitiga i dolori della podagra, della sciatica e dei dolori artritici, scioglie le cicatrici.

Contro tutti i disturbi e le malattie descritte in precedenza, anche “l’acqua che dalle frondi tenere si distilla è valorosissima”.
Nelle nostre aree alpine e prealpine, l’infuso delle gemme era bevuto contro il catarro e come disinfettante urinario. Nelle camere degli ammalati di forme polmonari, si soleva tenere legna di abete tagliata a pezzi, ma conservando le foglie; questi rami erano rimossi sovente, per permettere alle essenze di liberarsi nell’ambiente e di rendere l’aria “balsamica”.

Le foglie cotte e pressate erano applicate in cataplasmi sulle piaghe suppuranti.
La resina, di questa come di altre conifere, era applicata localmente per trattare il catarro, per la cura delle ferite, contusioni, ecchimosi, ascessi, distorsioni e fratture. La resina mescolata con foglie fresche d’ortica, ridotte in poltiglia, era applicata sulle piaghe. Si scioglieva del sego con della resina e dello zucchero, l’unguento, così preparato, era spalmato sulle mani e sui piedi screpolati.

I rami più flessibili erano usati per allestire ghirlande in occasione di feste particolari.
I rametti erano (e in alcune aree lo sono ancora) usati per decorare le tombe, il due novembre.
Per i tibetani l’abete simboleggia gli uomini giusti che vivono in uno stato di grazia; per i cinesi è simbolo di pazienza.

PROPRIETÀ E IMPIEGHI
Dell’abete rosso s’impiega la resina che fuoriesce dal tronco e dai grossi rami dopo averli incisi. Dopo la raccolta è purificata per fusione nell’acqua.

La resina, che prende il nome di “pece di Borgogna” (conosciuta anche come “pece dei Vosgi” e “pece bianca”) è simile alla resina di pino, ma se ne distingue per una maggiore purezza e per una quantità minore di terpeni. Alla droga sono riconosciute proprietà rubefacenti. Preparazioni a base di pece di Borgogna sono impiegate esternamente per il trattamento dei geloni e per lenire i dolori articolari e muscolari.
Dell’abete bianco s’impiegano le foglie, la resina e le gemme.

Le foglie si raccolgono in estate e si asciugano rapidamente all’ombra.
Gli “aghi” di abete contengono piceina, olio essenziale,vitamina A, vitamina C.
Alla droga sono riconosciute proprietà balsamiche, antisettiche e antireumatiche.
Preparazioni di foglie di abete bianco sono impiegate nel trattamento delle affezioni dell’apparato respiratorio e per lenire i dolori articolari e muscolari.

Dalla resina di abete bianco, che scola dalle incisioni fatte sul tronco, si ricava la “trementina di Strasburgo” (nota anche come “trementina d’Alsazia”, “trementina dei Vosgi” e “trementina cedrina”). La trementina d’Alsazia è un liquido di consistenza sciropposa dal gradevole odore di trementina, ma che ricorda anche quello della melissa e del cedro. Contiene principalmente olio essenziale (a sua volta costituito da fellandrene, cadinene, acetato di pinene, limonene, ecc.), acidi resinosi, in particolare acido abietinico,
sostanze amare.

Alla trementina di Alsazia è riconosciuta la proprietà di espellere i calcoli epatici.
La resina è dispersa in acqua calda e con i vapori si eseguono fomenti contro la bronchite.
Per lo stesso scopo è impiegata anche la resina dell’abete rosso.
Le gemme sono raccolte in marzo, contengono resina, olio essenziale (particolarmente ricco di pinene e limonene).
Alle gemme resinose sono riconosciute proprietà balsamiche, bechiche, stimolanti, diaforetiche, diuretiche.
Preparati di gemme sono impiegati per il trattamento della tosse, delle affezioni catarrali dell’apparato respiratorio e per tonificare e attivare la circolazione.

Dalla macerazione in opportuna soluzione (soluzione di acqua, glicerina e alcol) delle gemme fresche di abete bianco si ottiene il macerato glicerico, alla diluzione 1DH.
Il gemmoterapico ha mostrato, sperimentalmente, di favorire la fissazione del calcio nelle ossa, di promuovere l’accrescimento staturo-ponderale, e di stimolare l’eritropoiesi.

Il macerato glicerico trova impiego nel consolidamento di fratture, nel trattamento della carie e della parodontosi, nel trattamento dell’osteoporosi, nei disturbi neuromuscolari per carenze del metabolismo del calcio, nelle anemie.
È un rimedio di notevole efficacia in alcune problematiche pediatriche, quali il rachitismo; il ritardo nella crescita staturo-ponderale; le adenoidi, le tonsilliti, le rinofaringiti recidivanti con ipertrofia linfonodale.

Per distillazione in corrente di vapore degli aghi e dei giovani rametti dell’abete bianco, è ricavato l’olio essenziale; con la medesima tecnica, ma partendo dai coni, si ottiene un’essenza chiamata “olio di templino” il cui profumo ricorda vagamente l’essenza di arancio.
L’olio essenziale ricavato dai giovani rametti e dagli aghi contiene principalmente: santene, a-pinene, limonene, borneolo, acetato di bornile, aldeide laurica, aldeide decilica, fellandrene, dipentene.

I componenti principali dell’olio essenziale dei coni sono: a-pinene, limonene, un sesquiterpene, borneolo, acetato di bornile e alcoli non identificati.
L’olio essenziale è atossico, non provoca sensibilizzazione e può causare irritazione solo in concentrazione eccessiva. All’olio essenziale sono riconosciute proprietà antisettiche, balsamiche, antipiretiche e rubefacenti.
Per via interna, l’essenza è impiegata nel trattamento delle affezioni respiratorie, e degli stati febbrili.
In preparazioni oleose o in crema, l’olio essenziale si usa per trattare i reumatismi, l’artrite, i dolori articolari e muscolari; le affezioni respiratorie soprattutto se in presenza di catarro.
Le giovani gemme sono ingredienti importanti di liquori digestivi prodotti in alcuni monasteri, i liquori sono molto spesso colorati con gli stimmi di zafferano (Crocus sativus L., famiglia delle Iridaceae).

Avvertenze
È controindicato in caso di asma branchiale, pertosse.

ALCUNE PREPARAZIONI
Uso interno
- Decotto (foglie di abete bianco) 2-3%: 2-4 bicchieri al dì, contro il catarro e le affezioni dell’apparato respiratorio.
- Decotto (gemme di abete bianco) 2%: 2-4 bicchieri al dì, nel trattamento delle affezioni catarrali dell’apparato respiratorio e della tosse.
- Mistura (trementina di Alsazia 10 g, alcol etilico 60 ml): 10-20 gocce – mescolate a miele o zucchero –, per 1-3 volte al dì, per espellere i calcoli epatici.
- Macerato glicerico (abete bianco): adulti, 30-60 gocce, 3-5 volte al dì, nel consolidamento delle fratture, nel trattamento della carie e della parodontosi, nel trattamento
dell’osteoporosi, nei disturbi neuromuscolari per carenze del metabolismo del calcio, nelle anemie; bambini, 5-15 gocce, 2-3 volte al dì, nei casi di rachitismo, ritardi nella
crescita staturo-ponderale; nel trattamento di adenoidi, tonsilliti, rinofaringiti con ipertrofia linfonodale.
- Olio essenziale (abete bianco): 3-5 gocce, 2-3 volte al dì, dopo i pasti, nel trattamento delle bronchiti, delle influenze, delle affezioni delle vie respiratorie in genere e degli stati febbrili.

Uso esterno
- Empiastro (resina di abete rosso 30 g, cera d’api 50 g, vaselina 20 g): applicazioni locali per il trattamento di geloni, dolori articolari e muscolari.
- Oleito (resina di abete rosso 50 g, olio di mandorle 50 g): idem.
- Unguento (resina di abete rosso 30 g, cera d’api 10 g, olio di mandorle o di oliva 60 g): idem.
- Decotto (foglie di abete bianco) 8-10%: per impacchi, idem.
- Decotto (gemme di abete bianco) 8-10%: diluire nell’acqua del bagno, come tonificante e per attivare la circolazione.
- Oleito (olio essenziale di abete bianco 10 g, olio di mandorle 100 g): per applicazioni locali nel trattamento di artrite, reumatismi, dolori articolari e muscolari; applicato sul petto nelle affezioni del sistema respiratorio, in particolare se in presenza di catarro.
- Crema (olio essenziale di abete bianco 10 g, crema base 100 g): idem.
- Unguento (olio essenziale di abete bianco 10 g, lanolina 50 g, vaselina 50 g): idem.

Estratto da "Driope, ovvero il patto tra l'Uomo e la Natura"



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