Omeopatia
01/03/2010
Omeopatia, Salute e immobilismo
La medicina omeopatica
cura la realtà umana nella sua complessità psicofisica, e al tempo
stesso in relazione alla sua reattività globale alle diverse condizioni
sociali e ambientali cui si trova esposta.
Proprio per questo motivo, è evidente come, quella umana, debba
considerarsi una realtà destinata a modificarsi e ad adattarsi
continuamente, con la tendenza, però, a portarsi sempre in una
condizione di equilibrio con il circostante, che le assicuri il più
elevato grado di efficienza delle funzioni vitali, e quindi il
mantenimento invariato delle sue variabili organiche (omeostasi).
In altre parole, al variare delle circostanze contingenti l’organismo
reagisce sempre come fosse una cosa sola di mente e corpo, e si porta
così in una nuova condizione di equilibrio, che può essere transitoria, e
quindi ricondursi spontaneamente alla precedente, o permanente, e
quindi essere in realtà espressione di una perturbazione, ormai
stabilizzatasi, delle precedenti condizioni fisiologiche.
In entrambi i casi la perturbazione, transitoria o persistente, si
manifesterà con la comparsa di una serie di aspetti fisici e/o mentali
in precedenza assenti, che però, nel caso delle situazioni transitorie,
rientreranno più o meno rapidamente, mentre nel caso di quelle
permanenti, non avranno inizialmente alcuna tendenza a modificarsi nel
tempo, e andranno pertanto a costituire un nuovo stato esistenziale
della persona, caratterizzato da disturbi - fino ad allora avvertiti in
maniera minima o mai – aventi ora tendenza a persistere.
E’ evidente che in tutti e due i casi la persona percepirà sensazioni
sgradevoli, mentali e/o fisiche, che la porteranno ad evitare, ove
possibile, le circostanze scatenanti, limitando sempre più il suo
raggio di azione e di esposizione personale a quelle sole situazioni
ambientali e sociali, che reputerà non sconvenienti alla sua salute, e
tanto meno evocative di sentimenti e sensazioni fisiche poco piacevoli.
Tuttavia, in quelle condizioni che avranno tendenza a persistere, nella
maggior parte dei casi essa cercherà sollievo in rimedi sintomatici,
tipici della medicina tradizionale o comunque, più in generale,
dell’allopatia, che attenueranno sì i sintomi insorti, ma non
ricondurranno l’organismo a riacquistare il precedente stato complessivo
di salute, con la conseguenza di dover spesso evitare, o limitare
molto, anche quelle circostanze, conviviali e/o ambientali, che prima
erano avvertite come gradevoli e dunque desiderabili.
La conseguenza di tutto questo sarà in un progressivo immobilismo della
persona, dapprima solo fisico, ma ben presto anche intellettuale e
affettivo, che la condurrà a fossilizzarsi in una serie di abitudini e
attività routinarie che, da un lato eviteranno l’insorgenza di quei
sintomi e quelle sensazioni tanto sgradevoli, ma dall’altro gli
precluderanno l’esercizio di attività che in precedenza, invece, erano
gradite e ricercate.
Tale immobilismo, tuttavia, è da considerarsi solo apparente, dal
momento che, a poco a poco, l’organismo transiterà, suo malgrado, in
nuove e meno efficienti condizioni fisiologiche, esito del riadattamento
costante tra lo sforzo istintivo per riportarsi al precedente stato di
salute e il tentativo innaturale di sopprimere quei sintomi che, di tale
sforzo, sono per lo più solo l’espressione più manifesta.
In altre parole, arrestatosi il naturale processo
esperienziale-evolutivo della persona, ormai atterrita sempre più dal
circostante, e sempre più incapace di governare gli avvenimenti nuovi, e
talvolta avversi, che inevitabilmente si succedono nella sua esistenza,
avrà all’opposto inizio quel disfacimento involutivo, che l’immobilismo
può solo ritardare, ma mai evitare del tutto.
Dobbiamo allora considerare la ricerca della staticità, nelle relazioni
sociali, così come nelle attività personali, come una mera illusione
dell’agire e del sentire umano, illusione tanto più impossibile da
correggere, quanto meno la persona arriva a comprendersi sia nella sua
unicità, sia nella relazione con il tutto che la circonda.
In altre parole ciò che non evolve, emotivamente e fisicamente, è
destinato inevitabilmente a perire, quasi vi fossero due forze
contrastanti e dinamiche, che l’essere deve imparare a governare, per
tornare a orientare nel giusto verso la sua esistenza, e assecondarne
così la corrente evolutiva e non quella involutiva.
Il sentimento dominante di questo immobilismo esistenziale diviene a
poco a poco la paura: paura del cambiamento, paura del nuovo e di ciò
che non si conosce, paura anche solo di provare a riprendere attività ed
esperienze che prima erano abituali e gradite. Tutto questo, però, ha
origine dalla poca consapevolezza di sé, consapevolezza che solo
attraverso l’esperienza quotidiana si impara progressivamente a
riscoprire, dopo aver compreso e accettato, in un dialogo costante con
il proprio cuore, che un’esistenza statica non è confacente ad un essere
fin dal suo concepimento chiamato ad un costante e quotidiano divenire.
Se la persona a questo punto del suo percorso evolutivo giunta, incapace
di andare avanti, ma accortasi anche che arrestarsi significa
indietreggiare, presta fede al richiamo che guida i propri istinti di
sopravvivenza, e accetta di affrontare con decisione quelle paure che
tanto la attanagliano - anche con l’aiuto di una medicina, come quella
omeopatica, sempre diretta al riequilibrio naturale di tutto l’organismo
– ecco che può finalmente e progressivamente uscire dalla sua
condizione, e riprendere il cammino interrotto.
Ad ogni tappa di questo cammino imparerà sicuramente a vedere il mondo
con nuovi occhi, si svestirà di convenzioni e preconcetti che, come un
giogo insopportabile, piegavano la sua innata vitalità, e comincerà ad
avvicinarsi e a dialogare quotidianamente con quella parte di sé
destinata a non perire, che mai lo aveva abbandonato del tutto, e che in
questa fase gli verrà in soccorso come una madre che sostiene il
proprio bimbo nelle prime fasi in cui questi impara a camminare.
Sarà proprio il progressivo dissolversi delle sue paure, che prima
paralizzavano il suo cuore, a restituirgli la quiete che, unicamente,
può derivare dalla certezza di essere nuovamente in grado di superare
quei limiti finora avvertiti come invalicabili.
In ultima analisi, comprendersi fino in fondo, significa comprendere
anche che l’immobilismo fisico, mentale e affettivo, sovente quasi
agognati, precedono in realtà la dinamica involuzione della persona,
sino al suo disfacimento non solo fisico, mentre la quiete interiore ed
esteriore sono l’effetto più evidente del dinamismo evolutivo, che tanto
benessere genera nella persona, capace finalmente di riprendere quel
cammino che, terminata la crescita fisica, lo condurrà al pieno
compimento e conseguimento della sua interiorità.
Ed allora, quasi per magia, la montagna di inerzia del cuore comincerà a
dissolversi in un corso d’acqua limpido e placido, dove l’azzurro del
cielo tornerà a specchiarsi; la concava-convessità dei due fratelli,
apparentemente separati e opposti, tornerà e riunificarsi in un
terzogenito dove Bene e Male ritroveranno il loro spontaneo equilibrio;
la mano della persona, fino ad allora esercitatasi solo a prendere,
tornerà al suo fisiologico atto di dare e ricevere, e le ossa che,
nell’immobilismo protratto avranno iniziato a disgregarsi, torneranno a
ritrovare la naturale robustezza che sostiene ogni agire umano quando
fatto con il cuore, lo stesso che, dalla sua statica inquietudine
tornerà a quella dinamica quiete che da sempre è la sua più sublime
melodia.
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